[13]. Cfr. Caes., B. G., 7, 75-76. Sebbene la lunga serie di cifre, da cui questo totale risulta possa in qualcuno dei suoi addendi esserci pervenuta corrotta, tuttavia il risultato finale non è mai inferiore a 250.000.
[14]. Su questo periodo di storia romana, cfr. la più particolareggiata esposizione di G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. II, cap. IV-VII.
CAPITOLO QUARTO LA SECONDA GUERRA CIVILE
(49-46 a. C.)
19. Il consolato unico di Pompeo (52 a. C.). — A Roma intanto, mentre Cesare combatteva in Gallia, Pompeo e il partito del senato, spaventati dai tumulti che continuavano, dallo sfacelo della repubblica, dalla catastrofe di Crasso, dalla rivolta della Gallia, avevano un po’ dimenticato gli odî e i ripicchi antichi. Anche i più ostinati avversari della triarchia erano stati ammansati dal pericolo; quanto a Pompeo, era troppo ricco, troppo potente, troppo viziato dalla fortuna, da non voler primeggiare piuttosto con il favore del senato, che a suo dispetto. Così, perdurando ed imperversando i tumulti, la proposta di nominare Pompeo non dittatore — chè il nome dopo Silla era odioso — ma console unico, fu approvata da tutti, anche da Catone. Pompeo a sua volta si affrettò a contentare la parte più autoritaria del partito senatorio, attuando in poche settimane ciò che quella chiedeva invano da anni. Con una legge de ambitu e un’altra de vi, abbreviò la durata dei processi, aggravò le pene ai delitti di corruzione politica, commessi sin dal 70, rinvigorì e accelerò la procedura contro le violenze commesse nelle elezioni, diede una spinta vigorosa ai processi. In un batter d’occhio un gran numero di partigiani di Clodio e di Cesare furono condannati insieme con qualcuno dei più turbolenti tra i loro avversari. Neanche Milone, l’antico amico di Pompeo, fu risparmiato. Appropriandosi poi una proposta fatta l’anno prima, ma inutilmente, dal senato, Pompeo propose una lex de provinciis, la quale vietava che nessun console o pretore romano diventasse governatore di una provincia, se non cinque anni dopo la fine della sua magistratura. Presentò inoltre una lex de iure magistratuum, la quale riconfermò l’antico divieto di brigare il consolato a chi fosse assente da Roma; ad eccezione di coloro che avessero ricevuto o ricevessero dal popolo la dispensa. Questa eccezione toccava Cesare, che poco prima una legge, proposta dai suoi amici, aveva autorizzato a presentarsi candidato per il 48, senza essere presente in Roma.
L’ordine fu ristabilito in Roma; il senato respirò; Pompeo ritornò in credito, come un secondo Silla, presso quella parte della aristocrazia, che aveva subìto, ma non accettato, il governo della triarchia. Senza discussione, gli fu prorogato di cinque anni il governo della Spagna. Vacillò invece la potenza di Cesare. Il governo da lui fondato pericolava. La morte di Crasso prima, la lenta conversione di Pompeo poi, il disastro partico, la rivolta della Gallia, l’anarchia di Roma avevano prima screditato e poi disciolto la triarchia. Della antica potenza dei tre capi non restava più che un odio implacabile, tutto addensato su lui, poichè Pompeo si era riconciliato con i nemici. Cesare aveva ragione di temere che se, finito il proconsolato, egli tornasse a Roma semplice cittadino, i suoi nemici gli intenterebbero qualche processo che, rovinandolo, farebbe scontare a lui, con le sue, le colpe di Crasso e di Pompeo[15]. Non c’era che uno scampo: essere rieletto console, e farsi accordare un nuovo e lungo proconsolato; poichè ogni magistrato era, sinchè copriva la carica, inviolabile. Ma i suoi poteri proconsolari duravano sino al 1º marzo del 49 a. C., che era il decimo anniversario del giorno in cui la lex Vatinia gli aveva assegnato la Gallia. Cesare non poteva dunque brigare il consolato che nelle elezioni che avrebbero luogo durante l’anno 49 e farsi nominar console per il 48; onde nei dieci mesi che correrebbero tra il 1º marzo del 49 e il 1º gennaio del 48, rientrando nella vita privata, sarebbe stato facile bersaglio ai processi dei nemici. Una legge gli aveva, sì, concesso di brigare il consolato assente da Roma: ma che gli serviva, se i suoi poteri spiravano il 1º marzo?
20. Il conflitto tra Cesare ed il Senato (51-49 a. C.). — Cesare pensò di chiedere al senato, al principio dell’anno 51, che gli prolungasse i poteri proconsolari dal 1º marzo del 49 al 1º gennaio del 48, allegando che questo prolungamento era implicito nella legge che gli concedeva di postulare il consolato senza essere presente a Roma. La salvezza di Cesare dipendeva da questa domanda, che a sua volta dipendeva da Pompeo. Il senato l’approverebbe o la respingerebbe, se Pompeo l’appoggiasse o la combattesse. Pompeo quindi fu corteggiato con zelo eguale dagli amici e dai nemici di Cesare. Ma Pompeo, sebbene ormai fosse avverso a Cesare e favorevole al partito senatorio[16], allorchè, in aprile, la domanda di Cesare fu discussa in senato, non si pronunciò, e un tribuno della plebe lo tolse dall’impaccio di dover dichiararsi, interponendo il veto. Ma Cesare aveva nemici fanatici; e tra questi c’era il console Marcello; il quale risollevò il 1º giugno la questione, proponendo addirittura di richiamare Cesare dalla Gallia. Questa volta Pompeo non potè più tacere; ma si cavò d’impaccio, dicendo che non si poteva trattar della successione di Cesare prima del 1º marzo dell’anno 50. Il senato gli diede ragione, e Marcello ammutolì; ma per risollevare la questione a suo tempo e proprio il 30 settembre, proponendo che il 1º marzo dell’anno seguente si discutesse in senato la successione di Cesare; e che si dichiarasse nullo in precedenza ogni veto che i tribuni interponessero. Queste proposte furono occasione di un vivace dibattito; la prima fu approvata e la seconda sospesa dal veto tribunizio; ma il vero guadagno della seduta per i nemici di Cesare fu che questa volta Pompeo dovette aprirsi; e lo fece, sentenziando che, se il 1º marzo i tribuni amici di Cesare avessero fatto uso dell’intercessione, Cesare doveva considerarsi e «castigarsi» come ribelle.
La fortuna di Cesare, che frattanto domava le ultime resistenze della Gallia, pericolava. Pompeo lo abbandonava; e gli aveva ormai quasi spezzato in mano l’arma del veto. Se avesse cercato di scaramucciare con il veto dei tribuni amici suoi, dopo quella dichiarazione, si sarebbe guastato apertamente con Pompeo. Questo Cesare non voleva; onde immaginò un curioso espediente. Era stato eletto tribuno per l’anno 50 a. C. Scribonio Curione, un giovane pieno d’ingegno e di debiti, grande oratore e scrittore, e acerrimo nemico di Cesare. Promettendo di pagargli i debiti, Cesare ottenne di trarlo dalla sua parte e di fargli accettare una missione difficilissima: quella di impedire il 1º marzo la discussione sulla sua provincia, fingendo di adoperarsi come nemico suo, ma non dell’equità e della costituzione. Se l’intercessione di un tribuno a lui nemico avesse impedito la votazione, come avrebbe Pompeo potuto risentirsene contro di lui? E Curione disimpegnò mirabilmente il suo bizzarro incarico. Affermando, con affettata imparzialità, che era tempo di finirla con tutti i poteri straordinari, sia di Cesare che di Pompeo; presentando leggi opposte, talune di spirito oligarchico, altre a seconda dell’umore popolare; atteggiandosi a difensore imparziale della legge e della pubblica pace; attaccando Cesare, ma nello stesso tempo Pompeo, Curione riuscì a diventar così popolare presso il pubblico, che voleva la pace, da poter far differire, con il veto e con altri espedienti, di mese in mese, sino alla fine del 50, ogni dibattito sulla successione di Cesare. Pompeo, che una malattia aveva condannato all’inerzia per parecchi mesi, ne approfittò volentieri per fare le viste di dimenticare le minacce pronunciate nella seduta del 30 settembre; e la maggioranza del senato gli fu grata di differire la terribile questione. Ma questi abili maneggi, nei quali non si tardò a sospettare la mano di Cesare, esasperarono i nemici del proconsole e lo stesso Pompeo. D’altra parte, avvicinandosi la fine dei poteri proconsolari di Cesare, era necessario definire la questione.
Si venne così alla storica seduta del 1º dicembre 50. Il console Marcello cominciò a proporre che Cesare cessasse dai suoi poteri proconsolari il 1º marzo del 49. La proposta fu approvata a grande maggioranza, e senza che Curione aprisse bocca. Marcello allora, incalzando, chiese al senato se anche Pompeo dovesse rassegnare il comando delle Spagne, che, come abbiamo visto, gli era stato prorogato fino al 45. La nuova proposta fu respinta a grande maggioranza. Solo allora Curione domandò la parola; e, introducendola con un discorso abilissimo, fece una terza proposta, che, a stretto rigore di logica, contradiceva alle deliberazioni già prese: Pompeo e Cesare abbandonassero insieme il loro governo proconsolare. La proposta, rispondeva talmente al desiderio di tutti, — senatori e popolo — che l’assemblea, contradicendosi, l’approvò con 370 voti contro 22. La deliberazione era savia; ma umiliava troppo i nemici di Cesare, che non la volevano a nessun costo, e Pompeo, che non intendeva deporre prima del tempo il potere che il senato gli aveva prolungato. In fretta e furia Marcello e i più scaldati nemici di Cesare immaginarono un piano, lo sottoposero a Pompeo, il quale era ancora a Napoli: Marcello avrebbe proposto al senato di dichiarare Cesare hostis publicus; se il senato non avesse approvato o se i tribuni avessero interposto il veto, egli avrebbe di sua autorità proclamato lo stato d’assedio e affidato a Pompeo la salvezza dello Stato: il senato allora, intimidito, avrebbe approvato quanto essi volevano. Non appena giunse da Napoli l’approvazione di Pompeo — probabilmente il 9 dicembre — Marcello fece il suo colpo di Stato. Convocò il senato; propose di dichiarare Cesare nemico pubblico, e di ordinare a Pompeo di prendere il comando delle due legioni, che a Lucera aspettavano di partire per la Siria; e, quando Curione ebbe posto il suo veto, uscì da Roma, e si recò a Napoli da Pompeo, per invitarlo ad assumere, novello Nasica ed Opimio e con gli stessi mezzi, la difesa della repubblica.