21. Dal Rubicone a Brindisi (10 gennaio-17 marzo 49 a. C.). — Le cose precipitavano. C’era però ancora una speranza. Cesare voleva la pace. Voleva la pace perchè sapeva che delitto e che pericolo sarebbe scatenare una seconda guerra civile, non più nemmeno per le grandi questioni politiche che avevano preparato la prima, ma per i miserabili puntigli di due cricche di politicanti. Deliberò dunque di fare uno sforzo supremo per la pace. Curione, che era uscito di carica subito dopo la votazione del senato, si era recato da lui: Cesare lo rimandò con una lettera al suo ex-ufficiale, ed ora tribuno, Marco Antonio, da leggersi in senato. In questa lettera egli si dichiarava pronto ad abbandonare il comando della Gallia e a tornare privatamente a Roma, purchè Pompeo facesse altrettanto. In caso contrario, soggiungeva, egli avrebbe difeso i suoi diritti violati. La lettera era scritta con rispettosa fermezza, e Cesare si riprometteva che farebbe riflettere senza irritare. Non aveva il senato mostrato, nella seduta del 1º dicembre, che voleva conciliare il dissidio dei due personaggi e delle due fazioni, con un provvedimento equo? Senonchè nel frattempo Pompeo aveva accettato la missione di difendere la repubblica affidatagli da Marcello, e preso il comando delle legioni di Lucera. Di più i nemici di Cesare non erano stati inoperosi. Il resultato fu che il senato, nella seduta del 1º gennaio 49, non si comportò più come un mese prima: la lettera di Cesare fu accolta da interruzioni e da proteste, come una minaccia; e Cesare fu dichiarato nemico pubblico, se non avesse abbandonato il comando entro il luglio. Qualche giorno dopo il senato dichiarava lo stato di assedio. Il rimedio di Cesare per salvare la pace era fallito! Non volendo cedere, Cesare non potè che dar di piglio a un mezzo estremo, un’arme a doppio taglio, l’unica, che ormai gli restava: dimostrare di essere risoluto a tutto, e far rinsavire con le minacce il senato, che aveva respinto le proposte concilianti. Una notte, verso il 10 gennaio, uscì da Ravenna con 1500 uomini, e, violando la frontiera, che separava l’Italia dalla sua provincia, valicò il Rubicone, occupò di sorpresa Rimini e nei giorni seguenti Pesaro, Fano, Ancona e le principali città della costa, spingendo qualche coorte verso Arezzo.

La seconda guerra civile incominciava, sebbene nessuna delle due parti l’avesse voluta sul serio; e sebbene l’Italia tutta avesse sempre e soltanto implorato la pace[17], perchè nessuna jattura poteva esserle in quel momento più funesta di una guerra civile. Tre anni prima, nel 52, i mercanti italiani erano riusciti per la prima volta ad esportare nelle province l’olio fabbricato in Italia. Basta questo fatto a mostrare che l’Italia non era tutta piena di proprietari rovinati, di latifondisti o di inquieti e famelici politicanti; ma che c’era anche chi lavorava — media possidenza i più — e con i capitali, il lavoro e gli schiavi importati di Grecia e dall’Oriente, tentava di coltivar meglio la terra sull’esempio dei popoli più esperti in agricoltura. Nel tempo stesso si affermava l’industria; e anche questa, in parte, grazie agli schiavi e ai liberti orientali. Nella Cisalpina, da Vercelli a Milano, da Milano a Modena; nell’Etruria, ad Arezzo, si cominciavano ad aprire quelle fabbriche di ceramica, di lampade, di anfore, che diverranno in seguito famose. A Padova e a Verona degli artigiani e dei mercanti cominciavano a tessere quei tappeti e quelle coperte, di cui tutta l’Italia dovrà fra non guari fare così largo uso. A Parma e a Modena si tessevano panni magnifici, con la lana delle numerose greggi pascolanti nelle campagne circostanti. A Faenza si cominciava a filare e a tessere il lino, coltivato nei dintorni. Genova, a pie’ delle montagne selvagge della Liguria, era un emporio di legname, di pelli, di miele, di bestiame, che i Liguri trasportavano e conducevano dalle loro valli solitarie. Le miniere di ferro dell’Elba erano sfruttate con lena vigorosa; e Pozzuoli lavorava il ferro dell’Elba fabbricando ogni sorta di oggetti. Napoli era la città dei profumi e dei profumieri; Ancona possedeva fiorenti tintorie di porpora. Le città si ampliavano, si abbellivano, arricchivano, e in quelle cresceva di numero, di agiatezza e di potenza un nuovo ceto medio. Con l’agiatezza, con il nuovo bisogno di pace operosa, con la partecipazione delle classi minori e degli Italici alla vita pubblica, gli odî di un tempo si erano placati. Non più la ferocia delle antiche lotte dei plebei contro i patrizi, dei poveri contro i ricchi, degli Italici contro i Romani. Unica angustia, i debiti. Senonchè neppure questo universale desiderio di pace valse contro i rancori e i puntigli dei partiti politici. A furia di spaventarsi a vicenda con minacce, i partiti resero alla fine la guerra inevitabile. La mossa di Cesare, che mirava ancora a persuadere i nemici ad una transazione, fallì il suo effetto, non perchè non spaventasse abbastanza, ma perchè spaventò troppo. Quando si seppe a Roma che Cesare aveva occupato Rimini, Ancona, Arezzo, tutti credettero che volesse marciare con le legioni su Roma; un gran panico scoppiò; e se qualche spaventato propose di aprire trattative di pace, Pompeo non ne volle sentir parlare: ordinò anzi che il senato e i consoli lasciassero Roma e si ritirassero a Capua. Cesare, che voleva intendersi con il senato e finir presto l’avventura con una transazione, capì che quella fuga gli accrescerebbe la difficoltà di far pace; e cercò, con lettere e con quanti mezzi aveva a mano, di persuadere i senatori a restare in Roma. Ma intanto nel Piceno e nel Sannio i generali di Pompeo reclutavano soldati: poteva Cesare lasciarsi crescer sul fianco questa minaccia? Egli richiamò dalle Gallie le sue legioni, e procedè innanzi: prese Osimo, Cingoli; si impadronì del Piceno, obbligando i generali di Pompeo che reclutavano soldati a ripiegare su Corfinio, nel paese degli antichi Peligni, dove si raccoglieva buon nerbo di milizie, sotto il comando di uno dei più autorevoli pompeiani, L. Domizio Enobarbo, console nel 54. Ma poteva Cesare lasciar che Corfinio diventasse un forte punto di appoggio per Pompeo? Con la consueta rapidità e con le legioni giuntegli dalle Gallie, alle quali aveva fatto grandi promesse, Cesare marciò su Corfinio, la assediò, costringendo, dopo soli sette giorni, Domizio alla resa. Ma voleva intendersi con i nemici, e fu generoso; mandò liberi Domizio e i nobili pompeiani, ch’erano al suo seguito.

In meno di due mesi con la sua rapida marcia e con la vittoria di Corfinio, Cesare era riuscito a sconvolgere quella che oggi noi chiameremmo la mobilitazione del partito avverso, ossia il reclutamento con cui cercava di levar soldati in Italia. Pompeo in due mesi di guerra aveva perduto una buona parte della penisola ed era in pericolo di esser sopraffatto dalle forze soverchianti di Cesare, perchè aveva in Italia poco più delle due legioni di Lucera e le sue comunicazioni con la Spagna, dove stavano le sue migliori legioni, erano minacciate. Tanto più avrebbe dovuto prestare orecchio alle offerte di pace, che Cesare, spaventato dal precipitar degli eventi, faceva per differenti canali. Ma ormai era impegnato; e non voleva parere di aver accettato da Cesare una pace, perchè vinto. Poichè mezza Italia era perduta; poichè con le forze, di cui disponeva, non poteva riconquistarla e riaprirsi le comunicazioni con la Spagna, Pompeo deliberò di abbandonare l’Italia con il senato, i magistrati e l’esercito, e di salpare da Brindisi alla volta dell’Oriente; dove le province e i re alleati non avrebbero indugiato ad aiutarlo a rifarsi un esercito. Ma quando Cesare conobbe questo disegno si spaventò; capì che una terribile guerra civile avrebbe devastato tutto l’impero, se egli non riusciva a far la pace con Pompeo in Italia; e a marce forzate corse su Brindisi, per bloccare il suo avversario e finire la guerra. Ma non fece a tempo. Pompeo, il senato, l’esercito, riuscirono ad imbarcarsi, abbandonando a Cesare l’Italia.


22. La guerra di Spagna (marzo-novembre 49 a. C.). — Ormai il destino si era compiuto. Cesare doveva combattere una immensa guerra civile — la seconda della storia di Roma. Ma in quale spaventoso impegno s’era cacciato! Era abbandonato, solo, alla testa del suo esercito, nell’Italia senza magistrati e separato dalle sue maggiori province! Cesare non si perdè d’animo, e soprattutto non perdè tempo; subito spedì quante forze potè ad occupare la Sardegna, la Sicilia e l’Africa; e senza indugio si recò a Roma per riorganizzare alla meno peggio il governo e per rifornirsi di danaro. Ci giunse verso gli ultimi giorni di marzo; racimolò quei pochi senatori, che erano rimasti, e li considerò come il senato legittimo; d’accordo con loro provvide alla meglio a sostituire i magistrati che mancavano; prese diversi provvedimenti a favore del popolo; fece abrogare la legge di Silla, che escludeva dalle magistrature i discendenti dei proscritti; e infine si impadronì dell’erario, minacciando di trucidare un tribuno, L. Cecilio Metello, che voleva impedirglielo. Poi, dopo un soggiorno di pochi giorni, ripartì per la Spagna.

Il piano di guerra di Cesare era semplice e ardito: volare in Spagna, debellare il nucleo maggiore e migliore delle forze pompeiane, poi recarsi in Grecia a combattere il nuovo esercito che Pompeo raccoglierebbe. Ma per riuscire, gli occorreva far presto. Invece subito egli trovò sulla via della Spagna un primo intoppo: Marsiglia. Città libera, ma devota a Pompeo, Marsiglia intendeva restar neutra nel conflitto. Cesare richiamò tre legioni dalla Gallia e pose l’assedio a Marsiglia: ma il ritardo di cui l’assedio era cagione parendogli pericoloso, si risolvè a ritirare tutte le truppe che ancora erano nella Gallia, e mandar queste, con le altre, che teneva nella Narbonese — cinque legioni in tutto — sotto il comando dei suoi generali in Spagna, mentre egli terminerebbe l’assedio di Marsiglia. Senonchè i suoi luogotenenti non riuscirono a nulla.

Lasciando allora Caio Trebonio e Decimo Bruto a continuare l’assedio di Marsiglia, Cesare andò in persona a prendere il comando dell’esercito di Spagna; pose l’accampamento a nord dell’Ebro, presso Ilerda (Lerida), ma non gli riuscì di costringere il nemico a battaglia. Avendo anzi tentato di tagliare le sue comunicazioni con la città, subì un sanguinoso rovescio; e le ostilità delle popolazioni, cresciute dopo il rovescio, insieme con un improvviso straripamento dei fiumi, che portò via i ponti circostanti, per poco non lo ridussero all’estrema rovina. Ma, verso la metà di luglio, le sorti di Marsiglia, disfatta e bloccata per mare da Decimo Bruto, parvero precipitare: le popolazioni spagnole temettero che le legioni assedianti la città sarebbero tra poco venute in Spagna, e di nuovo passarono a Cesare portando al suo esercito i viveri che prima portavano ai pompeiani. La carestia mutò campo; onde i luogotenenti di Pompeo, L. Afranio e M. Petreio, furono costretti a ritirarsi al di là dell’Ebro per cercare viveri. Cesare li inseguì, e con un seguito di mirabili mosse fece coi generali pompeiani ciò che questi, poco prima, non avevano saputo fare con lui: seguendo, circondando, affamando il nemico, lo costrinse alla resa a discrezione (2 agosto 49). Novamente offerse ai vinti condizioni magnanime; li lasciò liberi di agire, comunque credessero: o recarsi da Pompeo, o arrolarsi sotto le sue bandiere, o tornare a vita privata. Poco dopo, anche le due legioni della Spagna ulteriore, agli ordini di uno dei più grandi eruditi del tempo, M. Terenzio Varrone, capitolavano. Tutta la Spagna era in potere di Cesare.

Cesare tornò in Italia, ove già, su proposta del pretore M. Emilio Lepido, egli era stato da una legge creato dittatore. Ma il Silla democratico non intendeva esercitare nessuna rappresaglia, e neanche, per ora, fare serie novità nello Stato. Si limitò a presiedere i comizi per le nuove elezioni, nelle quali fu eletto console per il 48; a proporre al popolo una quasi universale amnistia per i condannati politici dopo il 52; a far una legge che concedeva la cittadinanza alla Gallia Cisalpina, e una legge sui debiti, che cercava di alleviare i disagi e le rovine della guerra, ma con molta prudenza e saggezza. La legge statuiva che gl’interessi già sborsati fossero diffalcati dalla somma totale del debito; e autorizzava i debitori a pagare le somme da essi dovute coi loro beni immobili, non però secondo il loro valore presente troppo basso, ma secondo la stima anteriore alla guerra. Le contestazioni sarebbero giudicate da una commissione di arbitri. Nè basta: per promuovere il riflusso del danaro, che la guerra aveva fatto scomparire, rimise in vigore una vecchia disposizione caduta in oblio, la quale vietava ai cittadini di tenere presso di sè più di 60.000 sesterzi in oro o in argento. Tutte queste cose furono fatte in soli undici giorni di dittatura; dopo di che Cesare deponeva la carica e s’accingeva all’impresa finale contro Pompeo.