23. Farsaglia (48-49 a. C.). — La vittoria che Cesare aveva riportata in Spagna era stata controbilanciata da gravi rovesci subiti in Africa e in Illiria. Curione, che Cesare aveva spedito in Sicilia e in Africa, aveva occupato la Sicilia, scacciandone Catone; ma passato con due sole legioni in Africa, dopo aver felicemente disfatto il generale pompeiano P. Attio Varo, era stato attirato in un’imboscata dal re dei Numidi, Giuba, amico di Pompeo, circondato ed ucciso. Un altro luogotenente di Cesare, P. Cornelio Dolabella, che aveva tentato la conquista dell’Illiria, era stato disfatto, perdendo parte della flotta e delle milizie, speditegli dall’Italia da M. Antonio. Queste erano cadute prigioniere. Pompeo, invece, in Oriente aveva riunito circa 50.000 uomini e una potente armata; alle quali forze Cesare non poteva opporre che 12 legioni stremate, con effettivi ridotti: in tutto 25.000 uomini, e un’armata capace della metà del suo esercito o poco più.

L’impresa era dunque pericolosissima. Ma non c’era altro scampo che tentarla. Onde il 4 gennaio del 48, dopo avere assunto i poteri di console, con una parte del suo esercito, tutta quella che la sua flotta poteva contenere, e cioè 15.000 uomini, salpava da Brindisi; eludeva facilmente l’ammiraglio della flotta pompeiana, Calpurnio Bibulo, che lo aspettava a primavera; riusciva a sbarcare a Oricum, in un piccolo golfo solitario dell’Epiro; prendeva Oricum, poi Apollonia, tentava impadronirsi di Durazzo. Ma non ci riuscì; chè Pompeo lo prevenne a Durazzo con tutto il suo esercito. Cesare allora mise il campo sull’Apsus, a sud di Durazzo, per aspettare la parte dell’esercito che era rimasta in Italia. Ma questa non veniva, perchè Bibulo, sorpreso nel sonno la prima volta, s’era svegliato e ora faceva buona guardia. Non giungevano neppure viveri. Cesare si trovò ben presto isolato in paese nemico, con soli 15.000 uomini, con scarsi viveri, e di fronte a Pompeo, accampato sull’altra sponda, con un esercito almeno tre volte più numeroso. Perchè Pompeo non lo attaccò allora? A spiegare questa singolare inerzia occorre ammettere o che gli mancasse la energia necessaria a guidare la guerra, o che, volendo risparmiare il sangue romano, si fosse proposto di terminare la guerra senza combattere. Perchè rischiare una sanguinosa battaglia tra Romani, quando Cesare era venuto egli stesso nella trappola? Tagliate le sue comunicazioni con l’Italia, quel piccolo esercito dovrebbe, presto o tardi, o arrendersi per fame o sciogliersi per logoramento. Così i due avversari stettero di fronte parecchi mesi, ma Cesare con maggior pericolo di Pompeo. Senonchè il tempo, se logora gli eserciti, porta anche occasione e fortune, di cui gli audaci approfittano. Così avvenne. Bibulo morì; e, sotto il suo successore, rallentò la guardia, che la flotta pompeiana faceva sui mari; cosicchè un bel giorno i generali cesariani d’Italia riuscirono ad attraversare l’Adriatico e a congiungersi con Cesare. Cesare allora, che aveva bisogno di finir presto la guerra, offrì battaglia, ma invano; chè Pompeo, il quale non aveva voluto attaccarlo prima, non mutò piano, perchè a Cesare erano cresciute le forze. Invano Cesare provò tutte le provocazioni e tentò perfino di tagliare le sue comunicazioni con Durazzo: Pompeo, potendo comunicare per mare con la città, non si mosse. Esasperato, alla fine, Cesare pensò di bloccarlo nel suo stesso accampamento, sperando forse di rinnovare il miracolo, che aveva compiuto quattro anni prima con Vercingetorige ad Alesia. Senonchè l’accampamento di Pompeo si appoggiava sul mare di cui il nemico era padrone, mentre invece la carestia tormentava ferocemente il suo campo. L’assedio fu una inutile fatica, che mise capo a un disastro. Un giorno, una scaramuccia, impegnatasi intorno alle trincee, divampò in una grande battaglia, che terminò in una sconfitta dei Cesariani. Mille soldati caddero morti sul campo e trentadue bandiere nelle mani del nemico. Allora Cesare levò il blocco e si ritirò con l’esercito in Tessaglia, per andare a cercar dei viveri e ricongiungersi con due luogotenenti, Domizio Calvino e Lucio Cassio, che poco prima aveva mandati in Macedonia a combattere le forze di Pompeo.

La vittoria si offriva a Pompeo. Egli poteva scegliere tra due partiti egualmente buoni: o inseguir subito ed energicamente il nemico in ritirata e distruggerlo; o tornare in Italia e di là, rifatte le sue forze, riconquistare l’Oriente, dove Cesare sarebbe stato facilmente isolato e accerchiato, il giorno in cui non fosse più che il capo di poche legioni in rivolta contro il governo legale. Ma Pompeo non si appigliò nè all’uno nè all’altro di questi due partiti; seguì da lungi il nemico, quasi facendosi rimorchiare da lui, sperando forse che si sbandasse per la fame, o capitolasse come i suoi luogotenenti nella Spagna. Ma avesse almeno attuato sino alla fine questo piano che, applicato con perseveranza, poteva dar la vittoria! Invece no: allorchè i due eserciti furono giunti nella pianura di Farsaglia, Pompeo accettò quella battaglia, che sino allora aveva rifiutata, quando poteva darla in condizioni migliori. Come si spiega questa improvvisa risoluzione? La guerra di spossamento, con cui Pompeo voleva aver ragione di Cesare, se schivava i rischi, richiedeva una grande pazienza, non solo nel generale e nei soldati, ma anche in tutti i senatori che, in qualità di ufficiali o di amici, accompagnavano Pompeo. Molti di costoro invece erano stanchi della vita che conducevano da tanti mesi. Tutti poi si credevano sicuri della vittoria. E gli impazienti, gli ambiziosi, gli strateghi improvvisati trascinarono il debole Pompeo a dare, il 9 agosto, nel piano di Farsaglia, la battaglia, di cui Pompeo — e non a torto — aveva avuto sino allora tanta paura. Ma in una battaglia in campo aperto il genio tattico di Cesare e il valore delle sue legioni ebbero ragione di un nemico tanto più numeroso. Pompeo perdè nella mischia la testa; e non seppe far di meglio che montare a cavallo e con pochi soldati cercare la salvezza in una fuga vergognosa[18].


24. Cleopatra e la guerra alessandrina (48-47 a. C.). — Pompeo era fuggito senza neanche fissare a se stesso una mèta chiara e precisa. Egli si era dapprima recato ad Anfipoli; poi di lì a Mitilene; poi, costeggiando l’Asia minore, senza mai toccar terra, a Cipro; di qui finalmente aveva deliberato di riparare in Egitto, presso i figliuoli di quel Tolomeo Aulete, che a lui sopra tutti aveva dovuto il trono e la vita. Ma in quel momento l’Egitto versava in un grande disordine: i due re, Tolomeo XIII e Cleopatra, erano in conflitto fra loro, anzi quest’ultima, maggiore di età, bella, ambiziosa, intelligente, era stata deposta e scacciata. Ai diplomatici egiziani apparve chiaro che l’incerto potere di Tolomeo non si sarebbe rinvigorito con la fedeltà verso un amico vinto. Accadde così che, poco dopo l’arrivo di Pompeo a Pelusio, il 29 settembre, mentre il grande generale smontava dalla barca, che il re gli aveva inviata, un colpo di pugnale troncò per sempre la sua vita e liberò Cesare dal suo rivale (ultimi giorni del settembre 48). Così finiva l’uomo, che aveva trionfato di Mitridate, donato a Roma un nuovo impero in Oriente e annesso al territorio romano quella che un giorno sarebbe stata la patria di Gesù e la culla del Cristianesimo.

Cesare intanto, mandati i suoi luogotenenti a ricevere l’omaggio dei vinti, correva a grandi giornate, con un pugno di uomini, sulle orme di Pompeo. Senonchè, giunto ad Alessandria e avuta notizia dell’eccidio del suo rivale, invece di tornare indietro a terminare la guerra e ad impadronirsi dell’Italia, Cesare per poco non si perdè in un oscuro pericoloso intrigo della politica egiziana. Aveva pensato dapprima di fermarsi in Egitto per rifornirsi di denaro; poichè il debito, contratto nel 59 dal padre del sovrano con i triumviri, a compenso del trono ricuperato, non era stato ancora interamente soddisfatto. Ma egli non poteva chiedere al re dell’Egitto di pagare i suoi debiti, prima che l’Egitto avesse un re. Perciò intimò a Tolomeo e a Cleopatra di sottoporre al suo giudizio la loro contesa. Ambedue accettarono, anzi Cleopatra venne in persona a difendere la sua causa. Ma Tolomeo e i suoi ministri, quando seppero che Cesare aveva conosciuto Cleopatra, non dubitarono che le avrebbe dato ragione: spinsero dunque il popolo, sdegnato dalle esazioni dell’intruso e dalla prepotenza dei soldati romani, ad insorgere; e infine dichiararono la guerra a Cesare.

L’inopinata guerra alessandrina non poteva essere nè breve nè facile; Cesare si trovava quasi senza milizie; il re d’Egitto, invece, aveva un piccolo ma non spregevole esercito, ed era aiutato dagli Alessandrini, che l’intervento di Cesare aveva esasperati. Cesare dovette trincerarsi nel palazzo reale; e sostenere per cinque mesi un vero assedio, aspettando gli aiuti invocati da tutte le parti. Finalmente, a primavera, gli aiuti giunsero; gli Alessandrini furono sconfitti; Tolomeo, fuggendo, annegò nel fiume (28 marzo 47); e il trono dell’Egitto e di Cipro fu dato a Cleopatra. Ma mentre Cesare perdeva ad Alessandria tanti mesi, in Italia accadevano gravi turbamenti e il partito pompeiano risollevava il capo. Dopo Farsaglia Cesare era stato nominato dal popolo di Roma dittatore per tutto l’anno 47; e prima di esser bloccato dalla guerra e dall’inverno in Alessandria, aveva avuto ancora il tempo di nominare Antonio magister equitum. Ma Antonio, trovatosi solo ad esercitare la dittatura in Italia, non aveva saputo impedire una specie di rivoluzione. La guerra civile aveva rovinato l’industria e il commercio, sospeso il credito, accresciuto il gravame dei debiti e ridotto alla miseria la plebe e la condizione media. Per rimediare al male, il tribuno Dolabella aveva senz’altro proposto di annullare i debiti e di sospendere gli affitti delle case. Immaginarsi lo spavento dei ricchi! Era manifesto ormai che nel partito cesariano gli estremi, gli avventurieri, i malcontenti, gli squilibrati, e con essi la tradizione catilinaria pigliavano il sopravvento! Una parte del partito cesariano, la più ricca, moderata e saggia, condotta dai tribuni della plebe, Asinio Pollione e L. Trebellio, si era opposta; erano scoppiate sommosse; il senato aveva proclamato lo stato d’assedio; Antonio aveva dovuto procedere a sanguinose repressioni. Ma mentre a Roma il partito cesariano si divideva in un partito moderato e legalitario e in un partito rivoluzionario ed estremo, e l’uno e l’altro venivano alle mani, i pompeiani approfittavano dell’assenza di Cesare per riordinare le fila scompigliate. In Africa i figli di Pompeo, Catone e Labieno, raccolti gli avanzi dell’esercito di Pompeo, avevano stretto alleanza con Giuba re della Numidia; reclutavano arcieri, frombolieri, cavalieri galli; preparavano un esercito e una flotta; cercavano di sollevare la Spagna. In Oriente, Farnace, il figliuolo di Mitridate, ricompariva con un esercito nel Ponto, nella Piccola Armenia, in Cappadocia, in Armenia, sconfiggendo Domizio Calvino, governatore della provincia d’Asia. Non a torto Cicerone afferma che dei molti mali, i quali afflissero l’impero dopo Farsaglia, la principale cagione fu la lunga assenza di Cesare. Eppure Cesare non si affrettò a tornare, neppure dopo aver riconquistato Alessandria. Intraprese con la regina un viaggio sull’alto Nilo; poi indugiò a Corte un altro paio di mesi, tra feste, banchetti, giuochi e piaceri; e solo ai primi giorni di giugno partì per la Siria, dopo aver perduto nove mesi preziosi, ma non per tornare subito in Italia. Volle prima riordinare le cose di Oriente. Il 2 agosto del 47, affrontò e vinse a Zela (nel Ponto) Farnace; poi convocò a Nicea una grande dieta, nella quale fece e disfece regni, premiò amici e perdonò a nemici, raccolse denaro: indi, finalmente, tornò in Italia, sbarcando a Taranto il 24 settembre del 47.

Ma era troppo tardi. Subito dopo Farsaglia Cesare, per un momento, era stato l’idolo di Roma e dell’Italia. Poichè la vittoria l’aveva favorito, anche i suoi antichi nemici avevano voluto sperare da lui la pace e l’ordine. Ma un anno dopo questo sentimento era dileguato senza lasciare traccia. Il nuovo esercito pompeiano che aveva preso le armi in Africa, la lunga dimora in Egitto, le dicerie — vere o false — sui suoi amori con Cleopatra, le discordie del partito cesariano, le leggi di Dolabella avevano fatto perplessi, esitanti o addirittura ostili la nobiltà senatoria, i cavalieri, i ricchi. Non era questo un piccolo pericolo per Cesare, che doveva partire tra poco per l’Africa ed affrontare una guerra lunga e difficile: ma il tempo stringeva e metter d’accordo tutti questi interessi contradittorî era difficile. Cesare si appigliò ad un partito rischioso: poichè le classi alte e ricche gli facevano il broncio, appoggiarsi sulle moltitudini malcontente. Rimproverò ad Antonio le sue repressioni; non prese alcun provvedimento contro Dolabella, anzi accolse parecchie sue proposte, decretando per un anno il condono delle pigioni al di sotto di 2000 sesterzi in Roma e di 500 nella restante Italia; impose prestiti obbligatori ai ricchi privati e alle città; confiscò e mise in vendita il patrimonio di parecchi cittadini, che erano periti nella guerra civile, tra i quali Pompeo. Nel partito cesariano l’ala estrema prevaleva sugli elementi moderati e ragionevoli. Presiedè, come dittatore, le elezioni; e fece eleggere a tutte le cariche partigiani suoi. Egli stesso fu eletto console per il 46. In dicembre partì per la Sicilia e per l’Africa.

Note al Capitolo Quarto.

[15]. I motivi o i pretesti, a cui gli avversari di Cesare, avrebbero potuto dar mano per intentargli un processo, erano parecchi: la sua guerra «incostituzionale» contro Ariovisto «alleato ed amico» della Repubblica; l’inganno della sua intempestiva annessione delle Gallie; la sua guerra contro gli Usipeti e i Tencteri, che i suoi nemici accusavano di slealtà, e per cui i Catoniani in senato avevano chiesto che il proconsole venisse consegnato vivo al nemico (Suet., Caes., 24); il bottino enorme che era servito a corrompere in Roma senatori, tribuni, magistrati. Per questo vigile stato di animosità contro Cesare, in Roma, per tutto il 51 e il 50, le notizie degli insuccessi si diffondevano più rapidamente che non quelle delle vittorie cesariane; cfr. Cic., ad Fam., 8, 1, 4; Plut., Pomp., 57; Caes., 29.