[16]. Cfr. Cic., ad Fam., 2, 8, 2; ad Att., 5, 7.

[17]. Cic., ad Att., 7, 6, 2: de republica valde timeo, nec adhuc fere inveni qui non concedendum putaret Caesari quod postularet potius quam depugnandum. Cfr. anche Cic., ad Fam., 15, 15, 1 sgg; Plut., Caes., 37, 1.

[18]. Sulla battaglia, cfr. J. Kromayer, Antike Schlachtfelder, 2, 401 sgg.

CAPITOLO QUINTO LA DITTATURA E LA MORTE DI CESARE

25. Tapso e i nuovi piani di Cesare (47-46 a. C.). — La nuova campagna d’Africa durò circa cinque mesi, dal dicembre del 47 al giugno del 46; ebbe varie vicende, e fu decisa il 6 aprile dalla battaglia di Tapso, in cui l’esercito pompeiano fu disfatto. Nei mesi seguenti Cesare attese a debellare le ultime resistenze dei vinti: tra questi Catone, che si era chiuso in Utica. Ma questa volta non perdonò: i capi che caddero vivi tra le sue mani, furono uccisi, e molti, sapendo quel che loro sarebbe toccato, si uccisero. Tra costoro Catone. Non si accusi Cesare: poichè tutte le lotte umane, continuando, inferociscono. Tentando e ritentando la sorte delle armi, i pompeiani non minacciavano soltanto Cesare, ma tutto l’impero e l’ordine sociale. I disordini dell’Italia ne erano una prova. Cesare poteva in buona fede pensar che la severità era richiesta, più ancora che dalla salvezza sua, dall’interesse generale.

Senonchè queste vendette alienarono per sempre da Cesare le classi alte, già malcontente sin dal tempo della sua troppo lunga dimora in Egitto. Le stragi incominciavano, precorrendo le confische; Cesare non era altri che un nuovo Silla! Neppur di quest’odio si può far colpa ai nemici di Cesare. Per quanto vivi fossero i rancori di parte in Roma, non c’era Romano e Italiano che non rammaricasse questa decimazione dell’aristocrazia romana, come una terribile sciagura pubblica; e non la rinfacciasse almeno nel segreto del suo pensiero all’uomo, il quale appariva come responsabile di questo sangue. Ma questa crescente avversione dei ceti più potenti per denaro, coltura e rispetto, spingeva Cesare ad appoggiarsi alle plebi povere e ignoranti. Il che era un doppio pericolo: per la ricchezza dei grandi e per la libertà della repubblica. Il partito di Cesare si divideva in due frazioni, come abbiamo visto: una più ligia alla tradizione e alla legalità, la quale desiderava soltanto che Cesare fosse in Roma un cittadino potente ed eminente; un’altra più violenta e turbolenta, la quale voleva far Cesare onnipotente per prepotere essa al suo seguito e con il suo favore. A mano a mano che le classi alte, fedeli alla tradizione, si raffreddavano, quest’ala estrema prevaleva nel partito sui moderati, spingendo Cesare alla tirannide. Il maneggio apparve chiaro, dopo Tapso. Mentre la parte migliore dell’Italia si raccoglieva nella silenziosa tristezza di tante morti illustri, i più scaldati partigiani di Cesare gli fecero decretare i più stravaganti onori: la dittatura decennale, la censura sotto il titolo di praefectura morum, il diritto inaudito di proporre i candidati al tribunato e all’edilità plebea. L’Italia trasecolò disgustata e atterrita. Anche la dittatura di Silla impallidiva a petto di una tirannide così mostruosa come la dittatura decennale! Non sfuggì a Cesare che il troppo zelo dei suoi amici gli noceva, e non solo ricusò la dittatura decennale[19], ma cercò di lavare il sangue di Tapso con la generosità e con la saggezza di un governo riformatore. Spendendo gran parte del bottino fatto in Africa, pagò tutte le somme promesse durante la guerra civile ai cittadini e ai soldati: a ciascun cittadino 300 sesterzi, 24.000 a ciascun soldato, 48.000 a ciascun centurione, 90.000 a ciascun tribuno militare. Fece una larga distribuzione gratuita di grano e di olio al popolo; prese delle disposizioni perchè la sua legge agraria del 59, rimasta sino ad allora, per il malvolere dei governanti, lettera morta o quasi, fosse finalmente e davvero eseguita; si accinse a fondare colonie in Campania; cominciò a elaborare quella lex Julia municipalis, che regolerà per lungo tempo i rapporti tra Roma e le comunità italiche, da quarant’anni accolte nella cittadinanza romana; procedè anche ad alcune riforme, che da un pezzo il partito oligarchico reclamava. Ridusse il numero dei cittadini poveri, che, secondo la legge Clodia, avrebbero avuto il diritto di partecipare alle pubbliche e gratuite distribuzioni di grano; sciolse i collegi d’artigiani, che Clodio aveva riorganizzati e di cui Cesare stesso si era largamente servito, prima e dopo il 59.

Erano tutte savie riforme: ma non bastavano a placare il malcontento. Questo anzi cresceva per una nuova inquietudine d’ordine politico. Quanto tempo Cesare intendeva conservare i suoi straordinari poteri? Che li avesse assunti durante la guerra civile, si capiva: ma ora la guerra civile era terminata; e, ristabilito alla meglio l’ordine, restaurerebbe pure il governo repubblicano, come lo stesso Silla aveva fatto? Ogni governo che sapesse di potere personale o l’adombrasse anche da lontano, era ancora così detestato, a Roma e in Italia, che l’impazienza cresceva ogni giorno; e molti l’esprimevano o facendo l’apologia della libertà e dello stoicismo di Catone, o piangendo su quella fosca ed ultima notte, che la repubblica sembrava attraversare, foriera di più cupe calamità[20]. A confronto di quella paura tutti i benefici largiti da Cesare non contavano nulla. Nessuno pur troppo, vedendo così da vicino le cose, si rendeva conto che, neanche se l’avesse voluto, Cesare avrebbe allora potuto rinunciare ai pieni poteri, e che egli era, in un certo modo, prigioniero della sua vittoria e scontava con questa prigionia il suo genio e la sua fortuna. Egli aveva dispensato troppe promesse, aveva acceso troppe speranze, aveva preso troppi impegni, si era tirato addosso troppi odî, aveva sconvolto troppo l’Italia e l’Impero, perchè potesse abbandonare il potere, prima di aver assestate un po’ le cose del mondo turbato: ma anche per assestarle alla meglio occorreva una autorità forte e rapida, di cui la invecchiata repubblica non era più capace. Anche i suoi più ostinati avversari dovevano di lì a poco accorgersi che la sparizione di Cesare sarebbe in tutto l’impero il principio di una immensa catastrofe. Egli infatti, invece che a ripristinare l’antica repubblica, pensava a ripigliare uno dei disegni elaborati tanti anni prima nel convegno di Lucca; a vendicare Crasso e a conquistare la Persia. La conquista della Persia gli procurerebbe la gloria, l’autorità, e i tesori necessari per riordinare lo Stato e per salvare dalla rovina l’Italia.


26. La nuova insurrezione pompeiana in Spagna (46-45 a. C.). — Ma il vasto disegno fu intralciato da una nuova difficoltà, nata in quelle Spagne, che erano state così facilmente ridotte all’obbedienza nel 49. Quivi lo sgoverno dei luogotenenti di Cesare, le mene degli agenti pompeiani, la commiserazione che destavano i figli di Pompeo, Gneo e Sesto, imploranti ovunque vendetta per il padre loro, le numerose amicizie, che Pompeo aveva lasciate, la latente, ma non spenta, aspirazione all’indipendenza avevano ridestato un nuovo incendio e un nuovo pericolo. Verso la fine del 46, i luogotenenti di Cesare si trovarono o si credettero in tal pericolo per le forze di cui Gneo Pompeo disponeva, che reclamarono la sua presenza. Cesare non poteva partir per la Persia, lasciando la Spagna pericolante: rimandò dunque la spedizione contro i Parti; ma prima di partire per la Spagna, assunse la dittatura che aveva rifiutata al suo ritorno e volle esser nominato console unico per il 45: ciò fatto, lasciò l’Italia senza convocare i comizi, e durante il viaggio nominò otto praefecti urbi, a cui confidò tutti gli uffici dei pretori e parte degli uffici dei questori. Era una catena. Il pericolo spingeva Cesare ad assumere i pieni poteri e questi accrescevano il pericolo. Grandi furono l’irritazione e il dolore a Roma per questo aperto crescere del potere personale di Cesare. Ma la guerra di Spagna fu molto difficile. Alla battaglia di Munda, Cesare fu costretto a combattere come un semplice soldato, e corse pericolo di esser fatto prigioniero (marzo 45). Tuttavia anche questa volta vinse, e se Sesto Pompeo riuscì a sfuggire nella Spagna settentrionale, caddero Labieno e Gneo Pompeo. Ma la nuova strage di illustri romani, la lunghezza della guerra, la vittoria difficile e stentata avevano accresciuto in Roma e in Italia il malcontento di quanti temevano che Cesare volesse opprimere la repubblica. Invece i più zelanti tra i suoi partigiani avevano approfittato della vittoria di Munda per far decretare nuovi onori al loro duce: il diritto di portare, come prenome ereditario, il titolo di imperator, il consolato per dieci anni, la facoltà di proporre i candidati per l’edilità e per il tribunato! Non c’era dunque più dubbio: Cesare voleva dominar solo sulle rovine della repubblica. Questi onori non solo indisposero la pubblica opinione ma inasprirono il vecchio dissidio fra i cesariani moderati e gli altri: a tal segno che, appena tornato, Cesare cercò di placare i malcontenti, si riconciliò con Antonio, che era sempre in disgrazia per le repressioni del 47, abolì i praefecti urbi. Un barlume di speranza confortò i più fiduciosi: Cesare restaurerebbe le istituzioni della libera repubblica! Ma era nel vero invece Cicerone, il quale ammoniva di non credere a coteste illusioni. Cesare non pensava a restaurare la repubblica, ma a conquistare la Persia, ad ampliare ed abbellire Roma, a deviare il corso del Tevere, a prosciugare le Paludi pontine, a fondare biblioteche, a tagliare l’istmo di Corinto, ad aprire una nuova strada attraverso l’Appennino, a costruire un gran porto ad Ostia, a formare un corpo unico delle leggi romane, a rinnovare il catasto e il censimento per tutto l’impero. Il malinteso tra Cesare e le classi alte cresceva. Cesare voleva dare all’Italia un governo attivo, splendido, benefico; le classi alte volevano innanzi tutto un governo conforme alle tradizioni politiche della repubblica, in cui il senato e le magistrature recuperassero l’antica autorità; in una parola, un governo legittimo. Il malcontento si esasperava, anche in mezzo ai cesariani moderati, che non volevano essere gli organi di un governo personale; l’equilibrio delle cose e degli spiriti si faceva sempre più incerto ed instabile; mentre Cesare preparava alacremente la spedizione contro i Parti, i senatori, anche molti senatori cesariani, si domandavano ansiosi quel che l’avvenire teneva in serbo per la repubblica. Ogni atto di Cesare era spiato, discusso, tartassato spietatamente, come un segno delle più tenebrose ambizioni. Quando, nella prima quindicina di febbraio del 44, il senato e i comizi furono costretti ad approvare una legge che nominava Cesare dittatore a vita!