27. La congiura e le Idi di marzo (15 marzo 44 a. C.). — La legge, forse, era necessaria, poichè Cesare si accingeva a partire per la guerra contro i Parti. Non era per Cesare prudenza abbandonare Roma per una impresa così lunga e ardua, senza essere padrone assoluto di tutto lo Stato. Ma la dittatura a vita era per i Romani la tirannide. Una tradizione di secoli voleva che la dittatura non potesse durare più di sei mesi. Silla stesso si era affrettato a deporla, l’ordine ristabilito. E allora un senatore si persuase, che per salvare la repubblica, la tradizione, il senato — e quindi, Roma e l’Italia — occorreva uccidere Cesare. Questo senatore — Caio Cassio — era stato questore di Crasso nella spedizione contro i Parti; aveva combattuto agli ordini di Pompeo nella guerra civile; ma si era riconciliato dopo Farsaglia con Cesare, che l’aveva annoverato tra i suoi amici e gli aveva affidato molte cariche. Cassio si aprì con qualche amico fidato; a tutti parve necessario accaparrare il cognato di Cassio, M. Bruto, anche egli uno dei pompeiani passati a Cesare dopo Farsaglia, che aveva molta autorità per la nobiltà delle progenie, per le parentele cospicue, per la fanatica ammirazione del civismo eroico dell’antica repubblica. Si gloriava di discendere da quel primo Bruto, che aveva fondata la repubblica e immolato alla salvezza della repubblica la propria prole. Cesare, che era stato molto amico di sua madre, lo amava molto, e lo aveva largamente beneficato. Ma non fu difficile a Cassio, esaltando il suo spirito civico, persuaderlo che egli doveva anteporre la repubblica e il suo bene alla personale riconoscenza. Convinto Bruto, molti pompeiani superstiti e cesariani moderati entrarono nella cospirazione. Che la congiura avesse profonde ragioni politiche lo dimostra il fatto che, ai primi del marzo 44, ben 60 (e forse 80) senatori ne facevano parte: e tra questi, si può dire, la parte più eletta dello stesso partito cesariano. Troppo il governo personale ed una dittatura a vita ripugnavano ancora ai Romani! Ma occorreva far presto, perchè era difficilissimo che un segreto, risaputo da tanti, non trapelasse. Cesare inoltre era in procinto di partire per la spedizione partica: da ogni parte affluivano i veterani richiamati; ben sedici legioni e 10.000 cavalieri si raccoglievano in Macedonia e in Grecia. Già il senato aveva, su proposta di Cesare, deliberato che, prima della sua partenza, i magistrati sarebbero stati eletti per tre anni — la supposta durata della sua assenza. Si sussurrava inoltre che il quindicemviro L. Aurelio Cotta avrebbe proposto in senato di proclamare, in obbedienza ad un antico oracolo Sibillino, il condottiero della guerra partica re di tutte le province, fuori che dell’Italia. E allora la morte di Cesare fu fissata per il 15 marzo, il giorno della più vicina riunione del senato.

Il senato era stato convocato al Campo di Marte, nella Curia di Pompeo, non lungi dall’odierno Campo dei Fiori. I senatori erano numerosi, ma Cesare tardava ad apparire. Trattenuto da leggiera indisposizione, fuori d’ogni sospetto, nella Domus publica, dove egli, quale pontefice massimo, abitava, già s’era deciso a non recarsi alla seduta. Fu allora spedito Decimo Bruto a prendere sue notizie e a persuaderlo ad intervenire. E il valoroso luogotenente delle Gallie, che s’era coperto di gloria combattendo contro i Veneti nel 57 e contro i Marsigliesi nel 49-48, non esitò a condurre al macello un uomo, che lo aveva beneficato e si fidava di lui! Cesare si lasciò convincere da Decimo; venne; e appena entrato nell’aula, e sedutosi, gli si accostò uno dei congiurati, Tullio Cimbro, facendo le viste di voler patrocinare la causa di suo fratello esule. Trebonio intanto si era preso l’incarico di trattenere fuori dell’aula M. Antonio, che, per essersi di recente riconciliato con Cesare ed essere stato fatto suo collega nel consolato, i congiurati non avevano voluto mettere a parte del disegno. Mentre Tullio parlava, gli altri congiurati si affollarono intorno al dittatore: a un tratto, il supplicante dette un leggiero strappo alla toga di Cesare, e mise allo scoperto il busto. Il segnale era dato; i congiurati brandirono i pugnali e si gettarono su Cesare, crivellandolo di colpi. Fu un baleno.... E Cesare rotolò in un mare di sangue, a pie’ della statua di Pompeo (15 marzo 44).


28. Cesare e l’opera sua. — Il dittatore era spento. Non la sua vita soltanto, ma anche l’opera sua era stata spezzata. Che cosa rimaneva di questa? Che cosa può ricostruirsi e argomentarsi dai frammenti del suo pensiero, ch’egli lasciava sparsi dovunque? Gli storici antichi non videro in lui che il demolitore delle libertà repubblicane, pur condannate alla morte. Gli storici moderni hanno invece voluto ritrovare nei frammenti dell’opera sua un piano organico per restaurare il crollante Stato romano. Che questo piano sia una congettura dei moderni, ci pare sia dimostrato dalla narrazione delle pagine che precedono. Ma negare la profetica antiveggenza di Cesare non significa rimpicciolirlo. Cesare fu veramente un grande Uomo: un dotto, un artista, e, al tempo stesso, un uomo d’arme e d’azione. La immaginazione, la lucidezza della intelligenza, la versatilità, la operosità infaticabile, l’agilità spirituale avrebbero fatto di lui, in qualunque momento della storia, un grande personaggio. Ma nessun politico può recare fin dalla culla un piano preordinato da attuare; tutti debbono servire i loro tempi e gli eventi. Cesare capitò in un’epoca, ingombra dagli avanzi di una storia ormai esausta, che era necessario distruggere, per aprire le vie del futuro; onde egli fu non un grande creatore, ma un grande distruttore, chè il tempo di rifare il mondo non era giunto ancora. Due grandi distruzioni sono infatti le sue massime imprese: la guerra gallica e la guerra civile. Con la guerra gallica, egli distrusse la vecchia Gallia celtica, ed aprì alla civiltà greco-latina le vie del continente europeo. Solo perchè la Gallia fu romanizzata, la Gran Bretagna e la Germania furono a poco a poco incivilite e cristianizzate; e incominciò quella grande storia dell’Europa, di cui noi stiamo forse per vedere, o già abbiamo visto, l’apogeo. Con la guerra civile, invece, Cesare affrettò la lenta agonia della secolare repubblica; non la uccise e non costituì un nuovo ordine politico. Quanto egli tentò per costituirlo fu provvisorio e caduco, perchè la crisi non era ancora matura. Lo prova la tremenda convulsione che seguì la sua morte.

Note al Capitolo Quinto.

[19]. La terza dittatura Cesare dovette assumerla solo sullo scorcio del 46. Cfr. G. Ferrero, Grandezza e Decadenza di Roma, vol. II, p. 460.

[20]. Cic., Brutus, 96, 330; 97, 332 e passim: «in hanc reipublicae noctem.... haec importuna clades civitatis».

CAPITOLO SESTO LA TERZA GUERRA CIVILE

(44-42 a. C.).

29. L’amnistia del 17 marzo e la convalidazione degli atti di Cesare. — Cesare era stato ucciso nella mattina del 15 marzo. La sua morte fece in Roma come un gran vuoto. Il senato fuggì spaventato. L’altro console, Marco Antonio, si chiuse in casa, temendo che i congiurati tenessero in serbo un secondo pugnale per lui. I congiurati salirono sul Campidoglio e si fortificarono. Roma rimase tutto il giorno in balìa di se stessa.