Solo verso sera Antonio, che era stato raggiunto da Lepido, il magister equitum di Cesare, osò recarsi alla domus publica, a prendere le carte e i denari del dittatore; e i congiurati tentarono dal Campidoglio di entrare in discorso con i membri più eminenti del senato. Il giorno seguente, il 16, l’attività dei partiti crebbe, i soldati e i veterani di Cesare incominciarono, sobillati da Antonio, a radunarsi e ad agitarsi; i principali personaggi del partito del dittatore raggiunsero Antonio e quelli del partito senatorio — Cicerone, tra gli altri — i congiurati; nei due campi si deliberò a lungo e si iniziarono trattative da partito a partito, ma senza risultato. Intanto molti soldati e veterani, appresa la notizia dell’uccisione, accorrevano a Roma dai dintorni. Alla sera, non riuscendo i cesariani e i congiurati a mettersi d’accordo, si convenne di rimetter la questione al senato, che Antonio convocò, per il mattino del 17, nel tempio della Dea Tellus. E la mattina del 17, infatti, i senatori si recarono alla curia tra due ali di soldati, che M. Antonio aveva fatti disporre, diceva, per mantener l’ordine; e dietro i quali si pigiava la folla dei veterani di Cesare, i resti, resuscitati per l’occasione, degli antichi collegia di Clodio, e il popolo minuto, che i soldati e gli amici di Cesare avevano nel giorno precedente cercato di aizzare contro i congiurati. Ma la seduta fu lunga e laboriosa. Il senato doveva decidere se i congiurati erano degli assassini, e se, quindi, dovevano sottoporsi ad un regolare processo, come volevano i più accesi partigiani di Cesare, o se Cesare avesse a considerarsi tiranno, e quindi liberatori della patria meritevoli di premio gli uccisori, come pretendevano i loro amici più ardenti. Sebbene i congiurati, un po’ perchè avevano paura dei veterani, un po’ perchè non si fidavano di Antonio, si fossero astenuti dal partecipare alla seduta, subito apparve che la maggioranza del senato era apertamente favorevole agli uccisori, e perciò aliena dal primo di questi due giudizi. Troppo Cesare aveva offeso, danneggiato, spaventato le classi alte e l’aristocrazia! Ma a render cauta la maggioranza dall’incoronare i congiurati, giungevano di fuori il rumore tempestoso e le grida della folla, che, man mano che il tempo passava, imprecava a voce più alta e più arditamente contro gli uccisori di Cesare. Si aggiunse, in mezzo alle discussioni, un abile discorso di Antonio, il quale doveva mostrarsi così diverso in quei primi giorni, dalla caricatura che di lui, nelle Filippiche, disegnerà tra breve Cicerone. Antonio osservò che la proposta e minacciata damnatio memoriae di Cesare sarebbe seguita dalla rescissione degli atti di lui, e quindi dall’annullamento di tutte le cariche e di tutti gli uffici, di cui egli aveva nominato i titolari per l’anno in corso o per gli anni seguenti; di tutte le donazioni, che egli aveva fatte; dei benefizi che, direttamente o indirettamente, aveva largiti. Il senato sarebbe decimato; i magistrati in carica e quelli designati perderebbero il loro grado; le terre, da lui donate o vendute, dovrebbero essere restituite ai loro antichi possessori; le riforme attuate nelle province, in Italia o nelle colonie, sarebbero state annullate, come le promesse: le promesse fatte ai veterani ad esempio. Voleva il senato essere l’autore di un rivolgimento così universale, sotto il quale resterebbero sepolti, insieme con gli amici di Cesare, anche tanti suoi nemici e congiurati, che al dittatore dovevano la loro fortuna? Intorno a queste angustiose incertezze la discussione durò a lungo; finchè Cicerone trovò il modo di mettere tutti d’accordo, proponendo di ricorrere a un istituto giuridico, che la città di Atene aveva adottato in mezzo alle sue guerre civili: l’amnistia, ossia l’oblio e il perdono reciproco di quanto fosse stato commesso contro alla legge; nel tempo stesso, di considerare come validi gli atti di Cesare, e non quelli soltanto già divenuti pubblici ed esecutorî, ma anche gli altri, che si sarebbero trovati nelle sue carte, redatti in forma ufficiale, in forza dei poteri conferiti a Cesare dal senato e dai comizi. Questa proposta salvava ad un tempo i congiurati e gli interessi di tutti gli amici e nemici di Cesare; interdiceva ogni accusa contro gli uccisori e quindi trattava Cesare come un tiranno, la cui morte era un bene; ma trattava la opera sua come quella di un magistrato legittimo, volendola salva. La proposta fu approvata; e la sera i congiurati, protetti dall’immunità, potevano scendere dal Campidoglio, ove da tre giorni stavano rifugiati e barricati[21].


30. I funerali di Cesare. — La seduta senatoria del 17 marzo, se il gruppo dei cesariani intransigenti non poteva vantarla come una sua vittoria, aveva tuttavia provato che gli interessi costituiti dalla guerra civile e dalla dittatura erano più forti dei congiurati. I cesariani presero dunque coraggio, e nella successiva seduta del senato, tenuta probabilmente il 19[22], chiesero per bocca di Pisone, il suocero di Cesare, che gli si decretassero pubbliche esequie, come a tutti i grandi cittadini. Di nuovo il senato si trovò in grave impiccio. Decretare a Cesare pubbliche esequie voleva dire riconoscere che la sua morte era un lutto comune; ora, come si poteva approvare l’uccisione di un cittadino, la cui morte era riconosciuta come una pubblica sventura? D’altra parte, come negare quell’onore ad un uomo, che aveva tenuto tanti e così grandi uffici, che non era stato fatto segno ad alcuna, sia pure postuma, accusa, i cui atti erano stati approvati e confermati, lui morto, da tutto il senato? Prevalse alla fine l’opinione più temperata; e fu deliberato, non ostante la viva opposizione di Cassio e di molti senatori, che Cesare avesse pubblici funerali, in un giorno che dovette cadere tra il 20 e il 23 marzo.

Giorno sospirato dagli uni e temuto dagli altri. Prima era stato aperto il testamento, con il quale Cesare adottava come figlio e lasciava erede della massima parte della propria fortuna il nipote Caio Ottavio; designava — eventualmente — quali secondi eredi, taluni dei suoi stessi uccisori; nominava alcuni dei congiurati tutori di suo figlio, se mai uno ne avesse avuto; faceva obbligo al proprio erede universale di distribuire a ciascun cittadino povero di Roma 120 o (secondo un’altra versione) 300 sesterzi a testa, destinava ad uso pubblico i giardini situati al di là del Tevere, insieme con le collezioni artistiche, in quelli raccolte. Certamente Cesare aveva fatto in vita sua cose più insigni di questo testamento: ma nessun atto suo commosse forse il popolino di Roma, come la liberalità e le prove di affetto per tanti suoi uccisori, di cui il suo testamento era pieno. Soldati, veterani e plebe di Roma rammaricarono più vivamente la morte del dittatore; imprecarono con maggior furore ai suoi uccisori; onde il giorno dei funerali, il Foro, i templi, i monumenti adiacenti furono invasi da una folla agitata, turbolenta, pronta alla violenza, alla vendetta, alla distruzione. A un certo momento apparve, al di sopra della marea delle teste ondeggianti, portato a spalla, da magistrati ed ex-magistrati, il letto di avorio, ricoperto di porpora orlata di oro, su cui giaceva il corpo esangue di Cesare: lo precedeva, come un trofeo, la toga insanguinata; lo seguiva un lungo corteo di veterani, di liberti, di operai, mentre fra le nenie funebri si udiva echeggiare ripetutamente un verso di un tragico antico: Quelli che io aveva salvati mi hanno dato la morte. Ma nel Foro romano doveva, come in tutti i funerali dei nobili romani, tenersi il discorso funebre. Chi avrebbe parlato, magnificando l’estinto innanzi a quella folla esaltata e mareggiante? L’erede universale era assente; gli altri parenti erano personaggi di poco conto; taluni dei secondi eredi avevano preso parte alla congiura. Non restava che il collega Marco Antonio, il quale era anche uno dei secondi eredi. Ma l’impegno era spinoso: come fare l’apologia di Cesare tra i suoi veterani e i suoi uccisori? Antonio si cavò d’impaccio abilmente, facendo parlare i pubblici documenti. Invitò un araldo a leggere il decreto, con cui, ai primi dell’anno, il senato aveva decretato a Cesare tutti gli onori umani e divini; fece leggere la formula del solenne giuramento, con cui quei personaggi, che poco dopo dovevano trucidarlo, si erano impegnati con lui: poi aggiunse poche parole e scese dai rostri. Il corteo si preparava a riprendere la sua via ed avviarsi al Campo di Marte, quando prima alcune voci isolate, poi altre più numerose e più insistenti gridarono che il corpo dovesse cremarsi in quel luogo, nel Tempio di Giove Capitolino o nella stessa Curia di Pompeo, in cui la morte l’aveva sorpreso. In un baleno i portatori del feretro furono sopraffatti; si portarono sul luogo banchi, sgabelli, tavole, fascine, imposte scardinate dagli edifizi e dalle case vicine, e fu loro appiccato il fuoco, e sul fuoco fu posto il cadavere del grande Cesare, su cui, in un accesso di frenesia, le donne cominciarono a gettare i loro monili; i veterani, le armi; i trombettieri, gli strumenti; taluno, anche le proprie vesti.

Ma quella cremazione non poteva essere che il prologo di un incendio più vasto. Dal rogo di Cesare, la folla infuriata passò ad appiccare il fuoco alla casa di Bruto e di Cassio; ogni quartiere ebbe i suoi disordini e la sua dimostrazione contro i tirannicidi e i loro fautori, di cui taluno fu trucidato. La notte non bastò a placare il furore e la collera popolare; chè il giorno dopo l’agitazione ricominciò. Alle dimostrazioni del popolo minuto si unirono quelle dei numerosissimi stranieri, che soggiornavano in Roma. Un moto improvviso e incoercibile di plebe annullava l’amnistia del 17 marzo. Se i congiurati erano stati amnistiati dal senato, i veterani, i soldati, il popolino non perdonavano, chiedevano a gran voce vendetta; e, quando potevano, la facevano. L’agitazione non si spense col passare dei giorni; proseguì anzi implacabile, tacendo a tratti per ridestarsi più minacciosa; e impedendo ai congiurati più in vista di uscir di casa e di comparire in pubblico, e quindi di esercitare le magistrature, quelli che ne avevano.


31. Il figlio di Cesare e Marco Antonio. — Questi tumulti popolari fecero quel che gli amici di Cesare non avevano osato: cacciarono dal senato e dalle magistrature prima, da Roma poi, gli uccisori del dittatore. In pochi giorni la vita pubblica venne ad essere come paralizzata; il senato non potè quasi più radunarsi; e verso la fine del mese i congiurati, stanchi di vivere chiusi nelle loro case e sotto tante minacce, incominciarono a partire da Roma. Alla partenza dei congiurati seguì quella dei loro fautori, e dei loro amici. Anche Cicerone, il più autorevole fra i membri del senato, partiva il 6 o il 7 aprile per Pozzuoli. Il partito senatorio dileguava, la repubblica si disfaceva, e Antonio, per la forza di questa agitazione popolare e per la paura dei congiurati, si risvegliava una bella mattina padrone dello Stato. L’occasione era troppo bella, perchè egli non tentasse di consolidare l’autorità predominante che la fortuna e gli avvenimenti gli avevano conferita. Egli pensò di riuscirci (poichè il partito dei congiurati si disperdeva), ingraziandosi i soldati, i veterani di Cesare, la plebe favorevole alla memoria del dittatore. E infatti incominciò a sfruttare abilmente le carte di Cesare rimaste in suo potere; fece un viaggio in Campania, per distribuire ai veterani le terre promesse e raccomandar loro di tenersi vigili in armi; tornò circa un mese dopo, accompagnato da altre schiere di vecchi soldati di Cesare, cui aveva promesso nuove terre in Italia. Poco più di un mese dopo la morte di Cesare, Antonio già si preparava a prenderne il posto nella repubblica abbandonata da tutti. Nè alcuno pareva potersi opporre: chè i congiurati erano dispersi per l’Italia; il senato, paralizzato; quasi tutte le magistrature disertate dai titolari in fuga; la repubblica vuota. Non c’era che da farsi innanzi per occuparla.... Quando, tutt’ad un tratto, si presentò un ostacolo inopinato: l’erede universale, il nipote, il figliolo adottivo di Cesare, Caio Ottavio, giovane appena diciannovenne, che la morte del suo illustre parente aveva sorpreso in Apollonia, non lungi da Epidamno e che era tornato a Roma, mentre Antonio si tratteneva in Campania.

Caio Ottavio era nato in Roma il 23 settembre del 63 a. C., l’anno della congiura di Catilina e del consolato di Cicerone da una nipote — figlia di una sorella — di Cesare. Aveva perduto il padre a quattro anni, ed essendo la madre sua passata a seconde nozze, era stato educato dalla nonna materna, Giulia. Sin dai primi suoi anni era stato un fanciullo nervoso, delicato, malaticcio, ma assai intelligente, savio e studioso. Preso a ben volere dal dittatore, aveva ottenuto, sebbene giovanissimo, talune cariche onorifiche, ed era stato mandato ad Apollonia, per prepararsi ad accompagnarlo nella campagna contro i Parti. Non aveva quindi ancora fatto nulla, e nulla si sapeva dei suoi sentimenti; ma protetto e figlio adottivo del dittatore, dotato di ingegno e di ambizione, egli non poteva non disputare ad Antonio l’eredità di Cesare, che Antonio voleva tutta far sua. La forza delle cose ce lo obbligava. Lo screzio, infatti, fra i due avvenne subito al ritorno di Antonio dalla Campania. Ottavio si affrettò a chiedere ad Antonio le somme, che si dovevano trovare nella cassa di Cesare. Ma Antonio non solo tenne per sè il denaro, ma cominciò ad intrigare presso i comizi curiati, affinchè negassero o ritardassero la ratifica dell’adozione di Caio Ottavio, nella famiglia dei Giulî; e quindi, approfittando della dispersione del maggior numero dei senatori influenti, dell’avvilimento in cui giaceva il senato, del favore del popolino e dei veterani, nonchè della preferenza dei soldati condotti di Campania, tentò, senza più curarsi di Ottavio, di impadronirsi della repubblica con poche mosse risolute. Il 2 giugno faceva per legge, dai comizi tributi, prolungare a cinque anni, sino a tutto il 39, il governo della Macedonia, assegnatogli da Cesare, e quello della Siria, assegnato pure da Cesare a Cornelio Dolabella[23]. Poco dopo il fratello suo, il tribuno Lucio, promulgava una grande legge agraria con lo scopo di preparare la distribuzione tra i veterani dell’agro pubblico superstite in Italia e di acquistare, allo stesso intento, altre terre dai privati; finalmente, egli stesso e Dolabella proponevano al popolo di sorpresa una legge de permutatione provinciarum[24], per cui la Gallia Cisalpina, la provincia da cui si poteva tenere in soggezione l’Italia, doveva passare in luogo della Macedonia, da Decimo Bruto, che la teneva fin dall’aprile, allo stesso Antonio, il quale avrebbe avuto facoltà di trasportarvi le milizie di Macedonia: una forza di più che 50.000 uomini.

La intenzione di succedere a Cesare nel predominio sulla repubblica, era chiara. Dalla Gallia Cisalpina Antonio, a capo di tante legioni e con il favore dei soldati, avrebbe dominato Roma. Nell’ordine senatorio, nelle classi alte cresceva l’avversione contro Antonio: ma il favore dei veterani e l’assenza da Roma dei più autorevoli tra i congiurati facevano inespugnabile la sua potenza. Non ostante qualche fiacco tentativo di opposizione in senato, la lex de permutatione fu approvata nel mese di agosto. Antonio e con esso il partito cesariano erano dunque di nuovo padroni della Gallia Cisalpina, dell’esercito più vicino a Roma, e quindi della repubblica. I congiurati e tutto il partito, che li sosteneva, parevano spacciati, quando questo partito trovò un inopinato aiuto proprio in Caio Ottavio, nel figlio adottivo di Cesare, che, l’adozione approvata, aveva il diritto ormai di chiamarsi C. Giulio Cesare Ottaviano. Lo screzio fra lui ed Antonio s’era inasprito. Risoluto a ottemperare agli obblighi impostigli dal testamento di Cesare e a procurarsi con tal mezzo una grande popolarità, il giovane Ottavio, cui Antonio negava l’eredità di Cesare, aveva venduto tutti i possedimenti personali; aveva invocato l’aiuto dei suoi congiunti e degli amici più fidi di Cesare; ed era riuscito a distribuire a ciascun cittadino povero di Roma il legato a lui commesso dal testamento paterno. Poi aveva preparato, in memoria del genitore, e a sollazzo dei veterani e del popolo, giuochi, che aveva denominati della Vittoria di Cesare. Ma quando nei giuochi, che ebbero luogo nella terza decade di luglio, il giovane aveva voluto far portare il seggio dorato di Cesare, n’era stato impedito da alcuni tribuni della plebe, subornati da Antonio. Ottaviano aveva ricorso al console; ma invano: Antonio aveva dato ragione ai tribuni e minacciato il figlio di Cesare di metterlo in prigione se continuasse a sobillare la popolazione romana. Peggio accadeva qualche mese dopo. Verso il 4 o il 5 ottobre corse per Roma la diceria che Ottavio aveva tentato di assassinare Antonio nella sua stessa casa, prezzolando all’uopo dei sicari. Era vera la notizia? Era falsa?[25] Impossibile decidere. Ma vera o falsa, quell’accusa gettava il figlio di Cesare nelle braccia del partito dei congiurati. Quell’accusa preparava un processo: per non restar solo, esposto ai colpi di Antonio, Ottaviano si intese con i congiurati, si offrì per difenderli, e fu accettato, poichè ormai i congiurati non avevano capi: onde a mezzo ottobre si recò anch’egli in Campania, con tutte le somme che egli e i suoi amici avevano potuto raccogliere, a reclutare tra i veterani di Cesare una sua guardia personale, che al buon momento avrebbe potuto difendere la repubblica contro Antonio: l’impresa più rivoluzionaria, cui dal tempo di Clodio e di Milone Roma avesse assistito.