32. Il «De Officiis» di M. Tullio Cicerone. — Mentre Ottaviano in Campania attendeva con fortuna alla sua rischiosa bisogna, Cicerone si tratteneva a Pozzuoli, stanco e sfiduciato di ogni cosa. Egli vagheggiava in quei mesi qualcosa di più alto, che la vittoria della sua parte: il rinnovamento morale della sua gente, per il quale soltanto Roma poteva esser salva. Come tutti i Romani eminenti dopo la seconda guerra punica, egli era spaventato dalla contradizione tragica, in cui l’Italia si disfaceva: quella contradizione, per cui la coltura e la ricchezza la corrompevano, la guerra e la vittoria la effeminavano, la dominazione sugli altri popoli la spogliava delle domestiche libertà. E da anni andava cercando come si potesse conciliare la conquista e la libertà, la ricchezza e la disciplina, la coltura e la virtù.

Doveva essere questo l’assunto del libro che Cicerone componeva in questi mesi, il De officiis, nel quale le compilazioni e le traduzioni dal greco non sono ritagli morti cuciti insieme da un sarto frettoloso e indifferente; ma testimonianze vive, per il soffio che le rianima, del grande travaglio morale e politico in cui i tempi, e l’autore con essi, si struggevano. Cicerone si proponeva, scrivendo questo libro, di ricercare quali virtù debbano ornare la classe dominante in una repubblica ben governata; e le trovava tutte riassunte in questo principio: essere la ricchezza ed il potere non già i massimi beni, che vanno desiderati per se stessi, ma pesanti fardelli che occorre addossarsi e portare per il bene di tutti. Inteso e accettato questo principio, i nobili e le classi dominanti saprebbero vivere con dignità, ma senza sfarzo, esercitando gli uffici pubblici, non per arricchire e corrompere il popolo, ma per servire la plebe povera e la condizione media; vorrebbero piuttosto edificare lavori pubblici utili, come mura, porti, acquedotti, strade, anzichè monumenti di lusso — teatri, portici, templi; — soccorrerebbero il popolo nei suoi bisogni, ma senza ruinare il tesoro pubblico; aiuterebbero i debitori innocenti, ma senza rompere le tavole dei debiti con la violenza; darebbero infine terre ai poveri, ma senza spogliare i proprietari legittimi. Così il bene universale diverrebbe il sommo fine del governo; e il rispetto scrupoloso delle leggi, la liberalità intelligente dei grandi, l’esercizio della virtù, il mezzo per ottenere questo fine. Nè le province erano escluse da questo rinnovamento morale della metropoli. La repubblica avrebbe dovuto comandare ai sudditi con giustizia, ricercando il loro bene più che il proprio. Non più aggressioni inique, come quelle di Cesare e di Crasso; non più violenze, perfidie e slealtà; non più guerre neppure, fuorchè per difendere l’ordine e la pace; i grandi oratori, i filosofi, i giuristi onorati più che i grandi guerrieri, purchè lo studio non distogliesse mai nessun cittadino dal proprio dovere civico. Così solo si sarebbe fondato il vero governo degli ottimi, senza demagoghi ambiziosi e senza conservatori violenti, senza nuovi Cesare o nuovi Silla. Cicerone dettava così, senza saperlo, il suo programma all’impero. Ma il destino gli concederebbe solo di vedere i primi eccessi dell’uomo, che un giorno avrebbe attuato, adattandolo al mondo, il suo sogno.


33. La guerra di Modena (43 a. C.). — Ottaviano con aveva perso tempo in Campania. Dipingendo Antonio come un cesariano tepido, accusandolo di tradire il partito e spendendo grandi somme, era riuscito a reclutare 3000, o secondo altri, ben 10.000 uomini[26], di cui pensava servirsi per tutt’altro fine che la vendetta di Cesare. Nel tempo stesso, per mezzo di amici, tentava nascostamente le legioni macedoniche, che Antonio aveva fatte sbarcare in Italia e che erano malcontente di essere mandate in Gallia, invece che verso l’impero dei Parti, dove avevano sperato una ricca preda. Ma Antonio, irritato da tutti questi intrighi, avviò tre legioni lungo l’Adriatico alla volta della Cisalpina e due ne condusse nel Lazio: poi andò a Roma, risoluto a finirla con Ottaviano, processandolo per i suoi armamenti illegali. Le sorti di Ottaviano pendevano da un filo. All’avvicinarsi del pericolo i pompeiani, che lo avevano incoraggiato sino allora, lo abbandonarono; gli stessi veterani, da lui reclutati, vacillarono; se Antonio riusciva a metterlo in accusa per perduellio, non gli resterebbe più che o inalzare lo stendardo della rivolta o uccidersi. Ma un miracolo lo salvò. All’ultimo momento, le due legioni che Antonio aveva condotte nel Lazio, irritate dalla sua severità, malcontente dei doni ricevuti, lavorate abilmente da Ottaviano, si ribellarono, dichiarandosi per il figlio di Cesare. Questa rivolta capovolgeva le sorti a danno di Antonio, e con tanto maggior pericolo, perchè nel frattempo Decimo Bruto, risoluto a non riconoscere la lex de permutatione, armava soldati nella Cisalpina. Antonio correva il pericolo, con le tre legioni rimastegli fedeli, di esser preso in mezzo tra Ottaviano e Decimo Bruto. Ma non esitò: per difendere la minacciata provincia, dopo aver fatto deliberare il senato intorno alle province ancora vacanti, partì per la Cisalpina sui primi del dicembre 44, conducendo seco i veterani che si trovavano in Roma e che l’avevano aiutato subito dopo le Idi di marzo; richiamò la sesta legione rimasta in Macedonia, radunando in gran fretta nuove milizie, e pose campo a Rimini, donde iniziava le operazioni contro Decimo Bruto.

La partenza del console la diede vinta per il momento al partito dei congiurati. Ottaviano si avvicinò ancora di più ai pompeiani e iniziò accordi con Decimo Bruto. Decimo Bruto, sentendosi sostenuto da Roma, deliberò di resistere ad Antonio, non ostante la scarsezza delle sue forze; i fermi propositi di Decimo infusero a loro volta coraggio al partito dei congiurati, che a Roma risollevò il capo; Cicerone si mise risolutamente alla sua testa. Tra lui e Antonio non era corso mai buon sangue; ma non c’era stata neppure fino ad allora aperta dichiarazione di inimicizia. Cicerone aveva sempre esitato tra l’odio di Antonio e i consigli della prudenza. Ogni esitanza disparve, invece, dal giorno in cui il senato, per la prima volta, tornò a radunarsi dopo la partenza di Antonio, che fu il 20 di dicembre. In quella seduta, pronunciando quello che nella raccolta dei suoi discorsi porta il titolo di terza Filippica, Cicerone si dichiarò per la prima volta apertamente contro Antonio; e quando nelle sedute del senato del 1º gennaio del 43 si discusse della situazione, con la quinta Filippica sostenne a viso aperto che occorreva senz’altro dichiarare la guerra. Il prudente letterato diventava il campione degli arrabbiati. Ma nel senato c’era un manipolo di amici di Antonio; e soprattutto c’erano molti che temevano una nuova guerra civile. Si discusse dunque a lungo; si approvarono grandi onori e premi per Ottaviano, che fu ammesso nel senato tra i senatori di rango consolare, e autorizzato a domandare il consolato dieci anni prima del tempo legale; ma, quanto ad Antonio, si prese un partito di mezzo: non si dichiarò la guerra, ma si spedì una ambasceria di tre senatori a intimargli di abbandonare la Cisalpina.

Antonio frattanto aveva costretto Decimo a chiudersi in Modena; ce lo assediava, ma mollemente; e raccoglieva soldati da ogni parte, persino nell’Italia meridionale, dove aveva mandato un suo ufficiale, Ventidio Basso, a reclutare tre legioni. I tre ambasciatori gli si presentarono; gli parlarono con il dovuto rispetto, e tra essi e Antonio si impegnò una discussione amichevole. Alla fine Antonio si dichiarò pronto a lasciar la Cisalpina, se gli fosse garantita la Transalpina con sei legioni per cinque anni e se non si ritornasse su quello che egli aveva fatto come console. A molti amici della pace la proposta parve ragionevole, non a Cicerone, il quale, in una seduta dei primi del febbraio, cercò di mostrare che non avendo Antonio obbedito alle intimazioni del senato, occorreva senz’altro dichiararlo nemico pubblico (hostis publicus) e sguainare la spada. Ma la maggioranza dei senatori, se non accolse le proposte di Antonio, volle lasciare ancora aperta una via all’accordo; e, invece di dichiarare la guerra, si contentò di dichiarare il tumultus, ossia il turbamento grave dell’ordine pubblico. Il senato consigliava prudenza, e non solo per amore della pace; ma per una ragionata diffidenza dei soldati. Il console Irzio aveva preso il comando dell’esercito di Ottaviano, e partito di Roma, si era dato a raccogliere nuove milizie; ma nè Irzio nè Ottaviano, nè lo stesso Decimo Bruto assediato, benchè a capo di forze preponderanti, osavano intraprendere delle ardite operazioni contro Antonio; perchè troppi erano nei loro eserciti i veterani di Cesare, e c’era da temere che non avrebbero combattuto contro Antonio e contro i suoi soldati. Cicerone solo, esaltato da uno strano furore, voleva davvero la guerra. Senonchè, verso la metà di febbraio, giunsero a Roma delle notizie meravigliose. Marco Bruto, fuggito da Roma pochi mesi prima come esule, con la sola scorta di poche decine di migliaia di sesterzi presi a prestito da un amico generoso, aveva, insieme con parecchi suoi compagni d’esilio, residenti in Atene, compiuto un prodigio. Era riuscito ad impadronirsi dei tributi che il governatore della provincia d’Asia spediva a Roma: 16.000 talenti; con questi, corrompendo gli eserciti romani d’Oriente, e facendo nuove leve, era riuscito ad allestire un esercito, a occupare la Macedonia, e a mettere la mano sui grandi depositi militari, che Cesare aveva apparecchiati colà per la guerra partica; ed assediava ora ad Apollonia il governatore della Macedonia, Caio Antonio, fratello di Marco. Il partito pompeiano aveva in Oriente un grande esercito e un tesoro di guerra; ed era liberato dalla paura che i veterani di Cesare non fossero disposti a combattere che per i cesariani. Primeggiò dunque di nuovo e comandò in senato, come arbitro della repubblica. All’antica prudenza successe una audacia nuova; quella stessa assemblea, che fino ad allora era stata sorda al pungolo dell’eloquenza infiammata di Cicerone, applaudì unanime la sua nuova orazione contro Antonio (la decima Filippica); approvò tutti gli atti rivoluzionari compiuti da Bruto in Oriente, investendolo del comando proconsolare sulla Macedonia, sulla Grecia e sull’Illiria con la raccomandazione di tenersi vicino all’Italia; annullò tutti gli atti di Antonio. La guerra ad Antonio era dichiarata; e gli eserciti, sino allora immobili o quasi, finalmente si mossero davvero. Antonio incominciò ad assediare sul serio Modena; e ordinò a Ventidio di raggiungerlo al più presto con le legioni. A sua volta il senato pensò a soccorrere efficacemente Decimo. Il 19 marzo, l’altro console, Vibio Pansa, lasciava Roma con quattro nuove legioni, per riunirsi con gli eserciti del suo collega Irzio e di Ottaviano, che dovevano attaccare Antonio sotto Modena e liberare Decimo. Il 14 o il 15 aprile Antonio, sebbene inferiore di forze, tentò di impedire la congiunzione di Pansa con Irzio e con Ottaviano, sorprendendolo in marcia, mentre suo fratello Lucio avrebbe distratto l’attenzione di Irzio e di Ottaviano con un finto assalto ai loro accampamenti. Ma Irzio, intravedendo il disegno di Antonio, aveva mandato a tempo dodici coorti incontro a Pansa. Queste riuscirono a congiungersi con l’esercito che sopraggiungeva, e lo accompagnarono nel resto del cammino; ma non per questo Antonio mutò piano; e nei pressi di Castelfranco (Forum Gallorum) assalì insieme le legioni di Pansa e i nuovi rinforzi, riuscendo a sconfiggerli. Lo stesso Pansa, gravemente ferito, dovette abbandonare la linea del combattimento. Senonchè un messaggero del vinto era giunto, invocando aiuti, al campo di Irzio. Questi spedì subito due legioni di veterani. Le venti coorti di Antonio vincitrici si ritiravano stanche nei loro accampamenti, allorchè furono assalite dalle fresche milizie del nuovo avversario, e subirono a loro volta una sconfitta abbastanza grave.

Scontro di avanguardie e non decisivo, del resto. I due avversari non avevano impiegato che una piccola parte delle proprie forze, e Ventidio sopraggiungeva dalla via Emilia alle spalle di Irzio e di Ottaviano. Questo pericolo e le strettezze in cui versava l’esercito di Decimo Bruto in Modena, indussero Irzio, Pansa e Ottavio, una settimana dopo, a tentare di rompere il blocco, mentre Decimo Bruto avrebbe fatto una sortita dalla città. Così avvenne; e la battaglia — o piuttosto le due battaglie — furono asprissime. Irzio, combattendo da valoroso, perì nella mischia, e Ottaviano, per la prima volta in vita sua, dovette combattere da generale e da soldato ad un tempo. Alla sera le milizie di Decimo e le altre di Irzio e di Ottaviano erano costrette a ritirarsi. Ma Antonio aveva perduto molti soldati; tanto che, temendo di essere attaccato di nuovo il giorno dopo, prima che Ventidio giungesse, e distrutto, la notte stessa, improvvisamente, deliberò di togliere l’assedio e di ritirarsi nella Gallia Narbonese, dopo aver inviato messaggeri a Ventidio perchè lo raggiungesse colà, per la via della Liguria.


34. «Triumviri reipublicae costituendae». — Che giubilo in Roma e nel senato, quando giunse la notizia della fuga di Antonio! Il ribelle parve spacciato; la guerra, vinta; i cesariani, sterminati; onde in una memorabile seduta del 26 aprile Antonio e i suoi partigiani furono finalmente proscritti. Ma la gioia, come spesso accade, aveva avuto troppa fretta. Antonio abbandonava Modena con un esercito che, se non era stato vittorioso, non era stato neppure vinto; e correva incontro a un esercito più fresco ed amico: quello a cui comandava il governatore della Gallia Narbonese, M. Emilio Lepido, l’amico di Cesare e suo, con il quale già durante l’assedio di Modena egli aveva trattato e che gli aveva promesso aiuto. Invece, degli eserciti che si credevano vincitori, quello di Decimo Bruto era stremato; l’altro non aveva più generali, perchè anche Pansa era morto pochi giorni dopo la battaglia per le ferite, ed Ottaviano non sapeva, o in parte non poteva, comandare. Infatti Decimo non potè persuaderlo a tagliare la strada a Ventidio Basso, che varcava l’Appennino per scendere in Liguria e di là raggiungere Antonio nella Narbonese. Ottaviano si era schierato contro Antonio, perchè questi aveva voluto toglierlo brutalmente di mezzo; ma egli non poteva neppur volere la piena vittoria degli uccisori del padre suo; e se anche per stoltezza e accecamento l’avesse voluta, non l’avrebbero voluta i suoi soldati. Se la speranza delle ricompense promesse, se la presenza di un ex-cesariano come Irzio e dello stesso Ottaviano li aveva persuasi a combattere Antonio, era temerario sperare che i vecchi soldati ed ufficiali di Cesare avrebbero combattuto, per ripristinare la potenza del senato e dei congiurati. Per trascinarli a tanto occorrevano grandi mezzi: vistosi donativi in contanti e non promesse; una amicizia sincera e piena tra il partito pompeiano e il figlio di Cesare. Sarebbe il senato da tanto?

Il senato invece esitò sin dal principio. Mentre Ottavio indugiava a Bologna, inerte, deliberò, dopo lunghi tentennamenti, che sole le due legioni ribelli ad Antonio riceverebbero la ricompensa, e non già di 20.000 (come era stato promesso) ma solo di 10.000 sesterzi a capo. Statuì inoltre, se non di ritogliere ad Ottavio il comando, come qualcuno aveva suggerito, di far le viste di non riconoscergli alcuna ufficiale autorità e di trattare direttamente con le cinque legioni che egli comandava[27]. Cosicchè, nello stesso tempo in cui Decimo Bruto si poneva, solo e non senza ritardo, e con le sue stanche milizie, al difficile inseguimento di Antonio, questi con quattro legioni, con altre milizie non ancora inquadrate, e con tutta la cavalleria viaggiava a grandi marce verso la Narbonese, sfidando le asprezze del faticoso cammino. Il 23 aprile era piombato come un turbine su Parma; il 25 era giunto a Piacenza; il 28 a Dertona (Tortona), donde aveva intrapreso l’ascensione delle montagne, che lo separavano da Vada Sabatia (Vado). Camminando a marce forzate, era arrivato a Vado il 5 maggio e il 7 era raggiunto da Ventidio con tre legioni, che Ottaviano aveva lasciato sfuggire; e insieme si erano incamminati alla volta della Narbonese, giungendo otto giorni dopo a Forum Julii, a sole 24 miglia di distanza da Lepido, le cui sette legioni accampavano a Forum Voconii. Ai primi di giugno, Roma apprese che gli eserciti del governatore della Narbonese e del fuggiasco proconsole della Cisalpina avevano fraternizzato; che Antonio e Lepido erano in armi insieme contro la Repubblica.