M. Emilio Lepido era stato l’ultimo magister equitum e il più intimo tra gli amici del dittatore, nei tempi che ne precedettero la morte. Alla sera del 15 marzo 44, solo tra i cesariani, era corso ad Antonio per deliberare insieme con lui sul pericolo del suo partito; e par che consigliasse l’amico di dare insieme l’assalto al Campidoglio e trucidare i congiurati. Più tardi, si era destreggiato tra le due frazioni: finchè, sia pur facendo mostra di essere violentato dai soldati, si era risolutamente schierato dalla parte di Antonio contro la coalizione di Ottaviano e del partito dei congiurati. Antonio dunque disponeva ormai di nuovo di un poderoso esercito contro questo partito e contro il senato. Il senato chiamò in Italia dall’Oriente non solo Marco Bruto ma anche Cassio, che, sebbene con minore celerità e fortuna del suo amico, aveva, negli ultimi tempi, reclutato un esercito in Siria, dove aveva tolto di mezzo Dolabella; richiamò le legioni di stanza in Africa, agli ordini di Q. Cornificio; pose a capo della flotta, col titolo di praefectus classis et orae maritimae, e con poteri eguali a quelli del padre suo nella guerra dei pirati, il figlio superstite di Pompeo, Sesto[28], uscito dal nascondiglio, che, dopo Munda, l’aveva ospitato nella estrema Spagna; impose all’Italia una contribuzione straordinaria e affidò ad Ottaviano il comando della guerra contro Antonio. Frattanto Decimo Bruto, per la valle d’Aosta ed il piccolo S. Bernardo — adoperiamo i nomi moderni — scendeva nella Narbonese, congiungendosi con Planco a Grenoble. Decimo e Planco avevano insieme quindici legioni, Lepido e Antonio, quattordici: sarebbe stato loro difficile di resistere a un attacco di Decimo e Planco da una parte e di Ottaviano, che ora disponeva di otto legioni, dall’altra. Ottaviano veniva ad essere così l’arbitro, poichè la parte, per cui egli combatterebbe, soverchierebbe l’altra senza speranza. Lepido lo intese così bene, che aprì subito trattative con Ottaviano per riconciliarlo con Antonio, facendo appello al gran nome di Cesare, cui tanto dovevano tutti. Ma Ottaviano perseguiva allora un altro disegno, audacissimo: i due posti di consoli essendo vacanti per la morte di Irzio e di Pansa, ottener dal senato d’esser nominato console, insieme con Cicerone. Un console non ancora ventenne era tale uno scandalo, che mai non s’era visto l’eguale, a Roma! Ma i tempi erano così torbidi, il pericolo così urgente, che Cicerone si rassegnava a questo orrendo strappo alla costituzione, purchè egli fosse il collega. Non c’era altro mezzo, del resto, per impedire a Lepido di riconciliare Antonio e Ottaviano. Ma il senato si ribellò tutto quanto contro questa illegalità mostruosa. E Ottaviano allora prestò l’orecchio alle proposte di Lepido: strinse un accordo segreto, e, appena strettolo, con un repentino voltafaccia si presentò di nuovo ai soldati come il figlio e l’erede di Cesare; ricordò loro con veementi discorsi i benefici e le glorie del padre; promise che, fatto console, avrebbe dato loro tutte le ricompense promesse da Cesare, e li persuase a mandare un’ambasceria di centurioni a Roma, a chiedere al senato, per il loro generale, la suprema autorità. Ma avendo il senato rifiutato, egli marciò con le sue legioni alla volta di Roma. Questa volta il senato vacillò, e s’affrettò a concedere quanto aveva poco prima rifiutato; e 20.000 sesterzi a testa per tutte le legioni; e la nomina di Ottaviano nella Commissione per la ripartizione delle terre ai suoi soldati; e il permesso di brigare il consolato anche assente da Roma. Ma ecco sopraggiungere la notizia che le regioni della provincia d’Africa erano arrivate! Subito il senato ritirò ogni concessione. E allora Ottaviano entrò a mano armata in Roma, ma senza spargimento di sangue, chè le milizie, su cui il senato aveva fatto assegnamento per essere difeso, si dichiararono tosto per lui. Il 19 agosto egli stesso e Q. Pedio, un altro degli eredi di Cesare, erano nominati consoli. E allora avvenne quello per cui i pompeiani e i congiurati trepidavano da più di un anno. Dopo aver fatto convalidare la propria adozione dai comizi centuriati; dopo avere versato ai soldati, con fondi del pubblico erario, una parte delle ricompense promesse, e al popolo, una parte del legato lasciato da Cesare, i due nuovi consoli fecero quello che Antonio non aveva mai osato: fecero approvare dai comizi una legge, la lex Paedia, la quale deferiva a un tribunale speciale gli autori della morte di Cesare e i loro complici per essere condannati alla interdictio aqua et igni e alla confisca dei beni.
L’amnistia del 17 marzo del 44, il capolavoro di Cicerone, era annullata. Il partito cesariano era padrone di Roma, per l’incredibile voltafaccia di Ottaviano, e possedeva un’arma micidiale contro il partito dei congiurati. Nè fu tardo o timido a servirsene. Gli amici di Ottaviano si divisero i congiurati, ognuno accusandone uno; e in pochi giorni li fecero tutti condannare in contumacia. Intanto alla notizia degli eventi di Roma l’entusiasmo cesariano, a lungo compresso, divampava in tutti gli eserciti d’Occidente, anche in quelli che servivano sotto generali fedeli al partito pompeiano; e li spingeva tutti a disertare la causa del senato, e a dichiararsi in favore dei tre nuovi capi del partito cesariano. Defezionò nella Spagna l’esercito di Asinio Pollione; nella Transalpina, quello di L. Munazio Planco, che già s’era congiunto con l’esercito di Decimo Bruto; questo esercito poi, mentre il generale cercava di condurlo in Macedonia, si sbandò a poco a poco, dapprima a piccoli gruppi poi in grandi masse, finchè Decimo fu preso e trucidato dal capo di una tribù alpina. Con Decimo Bruto il senato e il partito dei congiurati perdevano l’ultimo generale in Occidente. Antonio, Lepido e Ottaviano erano ormai padroni di tutte le province occidentali, e si accordavano per spartirsi l’impero con il nome di triumviri reipublicae costituendae. Partiti i primi due dalla provincia in cui risiedevano; l’altro, Ottaviano, da Roma, dopo aver fatto approvare una legge che annullava la duplice condanna di Antonio e di Lepido, si incontravano, non lungi da Bologna e dalla via Emilia, in un’isoletta al confluente del Reno e del Lavino, e qui, in tre giorni, si mettevano d’accordo per instaurare un nuovo governo.
Il primo impegno dei triumviri era con le legioni. I triumviri si trovavano alla testa di 43 legioni — 250.000 uomini all’incirca — alle quali avevano fatto infinite promesse. Per mantenerle occorrevano circa 800 milioni di sesterzi. Ma i triumviri non avevano danaro; il tesoro pubblico era vuoto; le province più ricche erano in balìa dei congiurati; e l’Italia non voleva pagare neppure la contribuzione straordinaria, decretata poco prima dal senato. Era inoltre necessità debellare il partito dei congiurati prima che si fosse fatto troppo forte in Oriente; altra spesa immensa, alla quale difettavano i denari. Stretti dalla necessità, i tre capi decisero di ricorrere ad un espediente, disusato dal tempo di Silla e di Mario: la confisca delle famiglie ricche, che fossero state o nemiche o neutre nella lunga guerra fra i cesariani e i pompeiani. Il potere triumvirale avrebbe fornito i mezzi legali per questa confisca; perchè doveva comprendere la facoltà di far leggi, la giurisdizione penale senza restrizioni, appello e procedura, il diritto d’imporre tasse, di ordinare leve, di comandare gli eserciti, di governare le province, di nominare i senatori, i magistrati, i governatori, di espropriare, di condurre colonie, di batter moneta. E difatti, giunti a Roma l’uno dopo l’altro, ciascuno con una legione e con la rispettiva coorte pretoria il 24, il 25 e il 26 novembre, Antonio, Lepido e Ottaviano ricevettero il 27, mediante la legge Titia, e per cinque anni, cioè sino al 31 dicembre del 38[29], questo illimitato potere triumvirale: indi incominciarono la grande proscrizione, che soltanto in via accessoria doveva servire di sfogo a vendette politiche e a rancori personali, ma che mirava precipuamente a spogliare le classi ricche dell’Italia a profitto dei veterani e dei soldati, e a sterminarle, per impedire che le vittime delle confische non corressero a ingrossare l’esercito dei congiurati. In pochi giorni, per editto triumvirale, senza processo o simulacro di processo, una parte considerevole della grande proprietà e dell’alta plutocrazia italica fu sterminata; le più belle ville del Lazio e della Campania, un numero infinito di proprietà sparse per l’Italia, i grandi dominî della Magna Grecia e della Sicilia, le vaste terre, che senatori e cavalieri possedevano nella Cisalpina o fuori d’Italia, con le greggi, le famiglie di schiavi, gli oggetti di valore, il vasellame, le statue, i mobili, i tappeti, che ornavano le eleganti dimore di Roma e d’Italia, e l’oro e l’argento, che si trovava in quelle, tutto fu razziato e posto in vendita. La vittima più illustre fu Cicerone, a cui Antonio non perdonò[30].
Ma, come sempre avviene in simili casi, se i triumviri e i loro fedeli amici poterono arricchire con le proscrizioni e se la massa dei beni confiscati fu enorme, la loro vendita all’incanto fruttò poco. Molti non osavano comperare i beni dei proscritti, temendo l’avvenire; gli amici dei triumviri, per accaparrare il meglio della preda, si studiavano di allontanare gli acquirenti; il capitale spaventato si nascondeva. Onde i triumviri furono costretti a sospendere quelle vendite forzate, aspettando giorni migliori, e ad escogitare altri espedienti: ordinare la confisca delle somme depositate dai privati nel tempio di Vesta; invitare tutti gli stranieri e tutti i liberti, che possedessero almeno 400.000 sesterzi a denunciare il proprio patrimonio e a prestare allo Stato una somma eguale al 2% del suo valore e il reddito di un’annata, calcolato, nei casi dubbi, secondo che sembra, al decimo del capitale[31]; obbligare i cittadini, che possedevano meno di 400.000 sesterzi, a una contribuzione eguale alla metà del reddito di un anno intero; invitare le più ricche matrone italiche (1300 circa) a dichiarare il valore della loro dote; deliberare la confisca, non solo dei beni dei proscritti, ma anche degli esuli volontari, gli «emigrati» del tempo. E solo allora, quando ebbero spremuto e salassato senza pietà l’Italia, i triumviri credettero opportuno muovere finalmente alla guerra contro i congiurati. Nella primavera del 42, otto legioni, avanguardia del loro esercito, traversavano l’Adriatico e movevano alla volta della Macedonia.
35. Filippi. — M. Bruto aveva intanto sgombrato la Macedonia ed era andato con tutto l’esercito in Asia Minore, forse per raccogliere denaro e prendere i quartieri invernali in un paese più ricco e più lontano dall’Italia che non fosse la Macedonia. A Smirne aveva avuto un colloquio con Cassio, e insieme avevano deliberato di guerreggiare a forze unite. Ma mentre Bruto avrebbe voluto ritornare subito nella Macedonia, per cacciare le otto legioni di Antonio, Cassio opinava essere necessario un disegno più vasto: assicurarsi l’Oriente tutto, e precipuamente l’Egitto, ove la regina Cleopatra rimaneva fedele al partito cesariano; impadronirsi del mare, tagliare le comunicazioni tra l’Italia e la Macedonia, e solo allora attaccare in Macedonia l’esercito dei triumviri. Senza il dominio del mare, i triumviri non potrebbero mantenere in Macedonia un grosso esercito; e il mare era, per il momento, tenuto da Sesto Pompeo, il quale, forte dell’incarico ricevuto dal senato dopo la disfatta di Antonio sotto Modena, aveva assunto il comando delle forze navali della repubblica, aveva occupato la Sicilia, e ora andava raccogliendo ovunque navigli, reclutava marinai, organizzava legioni, devastava le coste dell’Italia, intercettava per mare i carichi di grano destinati a Roma. Prevalse dunque il piano di Cassio: accettato il quale, Cassio e Bruto si separarono: Cassio, per andare alla conquista di Rodi, per rifornirsi in Asia di denaro e di navigli, e per cercar d’intercettare i soccorsi che Cleopatra preparava per i triumviri; Bruto, per sottomettere la confederazione delle repubbliche della Licia.
Queste imprese riuscirono felicemente; e sul finire dell’estate Bruto e Cassio si disponevano a invadere la Macedonia per debellare le otto legioni mandate da Antonio. Invece, i primi tentativi di Antonio per spezzare il piano del nemico riuscirono vani. Ottaviano, ch’egli aveva mandato in Sicilia contro Sesto Pompeo, falliva; i soccorsi di Cleopatra erano dispersi da una tempesta; e l’armata di Cassio, agli ordini di un tal Murco, liberata da quel compito, accorreva in Italia a bloccare Antonio a Brindisi, proprio quando Bruto e Cassio si avviavano verso la Macedonia e Antonio si preparava a condurci rinforzi per salvare le otto legioni dall’annientamento. Antonio fu costretto a richiamare dalla Sicilia la flotta di Ottaviano; e solo con questo aiuto potè obbligare Murco a lasciargli libero passo e sbarcare con altre dodici legioni a Durazzo, e con queste, raggiunte le altre otto già mandate innanzi, muovere incontro a Cassio e a Bruto. Cassio e Bruto con le legioni si erano accampati a Filippi, in una posizione fortissima, trincerandosi in due campi, Bruto un po’ più a nord, Cassio un po’ più a sud. L’uno e l’altro campo comunicavano per la grande via Egnazia col porto di Neapolis, dove i navigli recavano ogni giorno viveri e armi dall’Asia e dalla vicina isola di Taso, che i congiurati avevano scelta quale magazzino generale. Ma se potè accamparsi anche egli di fronte ai due congiurati, Antonio non potè dar subito la battaglia che andava cercando. Per i congiurati era buon consiglio tenersi sulla difensiva, aspettando il giorno, in cui la fame e la sedizione avrebbero debellato un esercito più numeroso, ma accampato in paese inospitale, senza la sicurezza del mare. Cassio aveva rinforzato la flotta di Murco con una seconda armata, agli ordini di Domizio Enobarbo. Ad Antonio e ad Ottaviano, che l’aveva accompagnato, era necessità invece violentare il nemico più debole, provocarlo a battaglia, e ottenere la decisione al più presto. Tutti i giorni, dunque, Cassio e Bruto doverono opporre una pazienza instancabile alle provocazioni con cui Antonio si studiava di forzarli alla battaglia. Alla fine Antonio immaginò di costruire una via attraverso la palude, che separava il campo di Cassio dal mare, e di minacciare questi alle spalle. Il pericolo alle spalle dei congiurati era serio; onde un giorno, nella seconda metà d’ottobre, Cassio e Bruto fecero una sortita, a quanto pare per interrompere quel minaccioso lavoro: l’ala destra, agli ordini di Bruto, piombò sulle legioni di Ottaviano, quella sinistra, agli ordini di Cassio, sulle legioni di Antonio. La mischia fu singolare: le legioni di Ottaviano, sorprese e non assistite dalla presenza del loro generale, che fu costretto a fuggire e a nascondersi in una vicina palude, furono interamente disfatte e i loro accampamenti saccheggiati. Invece le legioni di Antonio si gettarono impetuose su quelle di Cassio, e le inseguirono, entrando anch’esse nel campo nemico. Nè l’uno nè l’altro dei due generali vittoriosi potè distogliere i propri soldati dal saccheggio e coronare con un successo totale quel principio di vittoria. Alla sera ciascuno dei due eserciti, metà disfatto e metà vittorioso, si ritirò nei propri accampamenti. Ma nella mischia Cassio era perito — non si sa bene come — e l’esercito dei congiurati era rimasto privo dell’unico suo vero capo.
Quella scaramuccia, convertitasi in una mischia feroce, decise dunque della guerra. Bruto non aveva nè l’animo nè l’ingegno guerresco di Cassio; era debole ed era stanco. Se egli avesse avuto la forza di aspettare ancora un po’, forse l’esercito nemico si sarebbe disfatto da sè; perchè i viveri e i denari mancavano, e i rifornimenti e i rinforzi, aspettati dall’Italia, erano affondati dalle flotte congiunte di Murco e di Enobarbo. Ma gli ufficiali, i principi alleati dell’Oriente, i soldati stessi, impazienti di finirla, chiedevano a gran voce la battaglia, e, come i veterani di Cesare, ch’erano al servizio dei congiurati, minacciavano ogni giorno la sedizione o la diserzione. Nè Antonio, che vedeva il suo esercito agli estremi, tralasciava sforzi per provocarlo, minacciando nuovamente di tagliare le comunicazioni tra il campo nemico ed il mare. E un giorno Bruto si lasciò strappare l’ordine della battaglia. Nella pianura di Filippi l’ultima contesa tra cesariani e pompeiani, tra le due grandi consorterie che avevano divisa la nobiltà romana, fu decisa in una malinconica giornata del novembre del 42. Bruto fu vinto, e ritiratosi in una valletta con pochi amici, si dette la morte con stoica serenità, facendosi aiutare da un retore greco, ch’era stato suo maestro.
Note al Capitolo Sesto.
[21]. Sugli avvenimenti di questi tre giorni, cfr. G. Ferrero, Grandeur et Decadence de Rome, Paris, 1906; vol. III, Appendice A. L’Appendice A, che nell’edizione italiana manca, contiene una minuta analisi delle fonti relative a queste giornate e la ricostruzione critica degli avvenimenti.