[16]. Euseb.-Hieron. Chron., loc. cit.; Aurel. Vict. Epit. 11, 2.

[17]. Cfr. Svet. Domit. 12.

CAPITOLO TERZO LA REPUBBLICA DI TRAIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DEL ROMANESIMO

17. Nerva (18 settembre 96-27 gennaio 98). — Questa volta non si era pensato solo a uccider Domiziano, ma anche a prevenire i soldati, facendo subito eleggere dal senato il successore. I congiurati avevano pronto un candidato, e il senato non esitò e tergiversò, come altre volte. Appena Domiziano era spirato, elesse a imperatore, senza discussione, M. Cocceio Nerva, un vecchio senatore, che era anche un reputato giurista.

La concordia del senato, la sua risolutezza, forse anche il suo rinnovato prestigio si imposero alla soldatesca. I pretoriani a Roma, le legioni nelle province mormorarono un po’, e accennarono anche a protestare. Sul Danubio e in Siria scoppiò qualche torbido. Ma la pace pubblica non fu violata, e, per la prima volta, l’impero ebbe un capo che non era stato imposto nè dagli avvenimenti, come Augusto e Tiberio, nè dai soldati come Claudio, Nerone, Vespasiano: un principe, che era stato liberamente scelto dal senato e che poteva considerarsi come il suo fiduciario. Nerva infatti governò come tale. Si impegnò a non condannare a morte nessun senatore; riserbò ai senatori tutte le alte magistrature; vietò ai liberti e agli schiavi di testimoniare contro i padroni; proibì i processi di lesa maestà; perseguitò i delatori, richiamò gli esuli; non punì i tentativi di congiura fatti contro di lui; abbozzò le istituzioni alimentari di soccorso per la popolazione povera dell’Italia. Inoltre si sforzò di restaurar le finanze; distribuì terre ai cittadini poveri di Roma; si occupò molto delle opere pubbliche. Insomma cercò di governare con senno ed onestà. Ma era vecchio e debole; onde non sempre sapeva agguagliare gli atti alla intenzione: voleva far più che non potesse, onde spesso scontentava anche quelli a cui voleva giovare: inoltre era uomo di legge, non di spada, e perciò piaceva poco ai soldati. La rivolta delle legioni era la spada di Damocle sospesa su questo governo, così saggio, onesto e debole. Il pericolo era così grande, che nell’ottobre del 97 l’imperatore, seguendo l’esempio di Augusto, di Galba e di Vespasiano, prendeva, d’accordo con il senato, un collega, adottando M. Ulpio Traiano, governatore di una delle due Germanie — non è chiaro se dell’inferiore o della superiore. Traiano era uno dei più illustri soldati del tempo. Di nuovo dunque l’impero, come nei tempi in cui Augusto e Agrippa erano stati colleghi nella magistratura, era retto da un capo civile e da un capo militare. Ma per poco tempo: tre mesi dopo, al principio del 98, Traiano riceveva a Colonia la notizia che l’imperatore era morto, e che il senato aveva ricostituito nella sua persona l’unità della suprema magistratura, affidandogli tutto l’impero.


18. I primi anni di Traiano (98-100): la nuova aristocrazia e la rinascenza repubblicana. — Alla lettera del senato, che lo riconosceva unico imperatore, Traiano rispose nobilmente e semplicemente, ringraziando e rinnovando l’impegno di Nerva, di non farsi mai arbitro di sentenze capitali a carico di alcun senatore; indi lasciò che senato e consoli governassero la repubblica, attendendo per due anni ancora, sul Reno prima, poi sul Danubio, alla missione militare che gli era stata affidata da Nerva. Solo nel 99 tornò a Roma, dove rinnovò l’esempio dell’antica semplicità repubblicana con ogni suo atto e gesto. Entrò nella metropoli a piedi, senza pompa, tra il popolo festante; visse in un palazzo modesto, schivo di cerimonie, ricevendo chiunque e parlando con tutti familiarmente; non fu e non volle esser considerato che come il più autorevole dei senatori. Il suo modo di governare andò d’accordo con il suo modo di vivere. Il senato fu spesso consultato anche sulle faccende esterne dell’impero; i processi di lesa maestà, obliati; i delatori, puniti; tutte le alte magistrature riserbate ad senatori; la nobiltà accarezzata e protetta. A sua volta il senato rispettò e ammirò l’imperatore sinceramente come il più cospicuo dei suoi membri e come il modello di tutte le antiche virtù repubblicane. Per la prima volta senato e imperatore andarono d’accordo; per la prima volta l’inconciliabile — il principato e la libertà — fu conciliato; per la prima volta Roma ebbe un imperatore che la nobiltà ammirava unanime. Dopo la repubblica di Augusto, la repubblica di Traiano; questa volta per davvero!

La meraviglia sognata e aspettata da tante generazioni era realtà, finalmente! Ma non era un miracolo. La grande riforma del senato, compiuta da Vespasiano, dava i suoi frutti. La nuova nobiltà provinciale ravvivava per un’ultima volta le tradizioni e le istituzioni della antica repubblica. In queste famiglie dell’Italia del Nord, della Gallia, della Spagna, dell’Africa, educate nello spirito della romanità dai grandi scrittori dell’età di Cesare e di Augusto, ferventi di ammirazione e di gratitudine per Roma che dalle province le aveva chiamate a governare l’impero, l’antico spirito latino riviveva con una forza e una sincerità nuove, e temperato da una umanità, che era il frutto della coltura filosofica, dei tempi, della grandezza e della varietà dell’impero. Roma era governata da una aristocrazia, non meno ricca ma più semplice e austera che ai tempi dei Giulio-Claudi[18]; orgogliosa dei suoi privilegi e diritti, ma consapevole dei suoi doveri verso l’impero; colta e preparata al comando dalle tradizioni del romanesimo rimesse nell’antico onore dallo studio della letteratura latina e della filosofia greca fatto con spirito civico e sollecitudine morale profonda; aliena dal feroce spirito di discordia e dalle atroci gelosie, che avevano lacerato la nobiltà romana negli ultimi secoli della repubblica: migliore di quella più antica aristocrazia che le guerre civili, gli intrighi politici, i dissesti economici, le conquiste troppo facili, il subito dilagare dell’ellenismo avevano guastata, tra la seconda guerra punica e l’avvento di Augusto. Tacito è lo scrittore che rappresenta questa nuova aristocrazia e ne esprime le aspirazioni. E l’opera di Quintiliano, il primo professore pubblico di retorica, istituito da Vespasiano, ci fa conoscere l’educazione che formava questa aristocrazia.

Traiano è il grande imperatore di questa nuova nobiltà. Era nato da una di quelle famiglie di provinciali romanizzati, propriamente spagnola, con cui Vespasiano aveva rinsanguato il senato. Suo padre, dopo aver servito con onore nell’esercito, era stato fatto senatore dal primo dei Flavii. Ma dell’antico romanesimo la parte che più forte riviveva in lui era lo spirito militare. Traiano fu un soldato tagliato sul modello di Scipione o di Paolo Emilio. Perciò, dopo aver data soddisfazione alle aspirazioni civili dell’ordine senatorio, si accinse a soddisfare un altro desiderio, che lo studio del passato e le rinnovate tradizioni avevano ravvivato nella nuova aristocrazia: il desiderio che la gloria militare di Roma rinverdisse. A questa aristocrazia, che lamentava il secolo corso da Augusto a Domiziano come una lunga decadenza e corruzione, pareva che anche la gloria delle armi romane si fosse oscurata in quel tempo; la pace con Decebalo conchiusa da Domiziano era considerata come una vergogna; si invocava un grande guerriero, che ritemprasse la spada di Roma.