I. L’IMPERO ROMANO E LA SUA STORIA.
Fra tutti questi frammenti, le Deche di Livio che formano ancora il frammento più lungo, ci offrono, sui 140 scritti, appena 35 libri. Il fatto è singolare, perchè l’impero Romano, più o meno forte e rispettato, come principio di autorità, se non come governo attivo, continuò con un filo ininterrotto di imperatori legalmente consacrati ed eletti, ora soltanto in Oriente o in Occidente, ora in Oriente ed in Occidente, sino al 1806. Di solito, quando un regime continua a vivere anche solo di nome, non si spegne la curiosità di conoscerne le origini e di studiarne la storia: la storia appunto che, anche nei tempi barbari, è la più spontanea espressione di una società, perchè tutti gli uomini desiderano di tramandare ai posteri le loro opere, e di conoscere quelle degli antenati; che è anche la più resistente, perchè è legata dall’interesse al regime costituito in modo che storia e regime si sostengono a vicenda. Eppure quell’immenso magazzino di documenti e di pensiero che era la letteratura storica latina, andò distrutto: perchè? Perchè, se alcuni vollero ancora conoscere nella statica determinatezza delle cose passate e giudicare certi avvenimenti memorabili, quasi nessuno più si curò a cominciare dal quarto secolo dell’era volgare di capire quale era stata l’anima di quei secoli e di quelle storie, e questa a poco a poco si spense nell’indifferenza universale?
La distruzione della storiografia antica è uno dei tanti effetti della rivoluzione cristiana. Come avvenne, è quello che cercheremo di chiarire.
II. L’AURORA DELLA MORALE UMANA.
La morale romana fu sempre una morale civica. L’uomo non contava e non valeva, se non in quanto partecipava alla vita pubblica; le sue virtù personali eran tenute in conto, soltanto se servivano alla comunità. Anche certi vizi, quando riuscivano utili alla repubblica, venivan senz’altro lodati come virtù.
Il Cristianesimo, invece, sostituì alla morale civica la morale personale, in modo che il cristiano rendeva direttamente conto delle sue azioni a Dio, e, come cittadino del mondo, non si curava di chi governasse il suo corpo, non preferiva questo a quel paese, uno straniero a un compatriota. Un barbaro o uno schiavo, se buoni e virtuosi cristiani, valevano ai suoi occhi assai più di un romano o di un senatore, viziosi ed increduli. La giustizia e la reputazione degli uomini lo lasciavano indifferente. Tutte le guerre spargevano il caro sangue di uomini a lui uguali.
E allora, veniva fatto di concludere, perchè combattere, se bisogna amare i nemici come sè stessi, e tendere la guancia sinistra a chi ci percuote sulla destra?
Se tutte le virtù civiche fortificavano il regno terrestre, a che servivano per le glorie di quello divino? Perchè ammirare il coraggio, quando non serviva che ad uccidere e a farsi uccidere, come gladiatori, per un padrone inutile? Perchè conquistare il mondo e imporgli le proprie leggi, se soltanto contavano quelle di Dio, alle quali si deve obbedire non per forza ma per amore? Perchè accumular denari arricchendo nello stesso tempo lo Stato con la privata avarizia, se tanto le vere ricchezze stanno nel proprio cuore o nei cieli; se inutile è pensare al domani, poichè Dio provvederà ai nostri bisogni, come dà cibo e vesti agli uccelli del cielo? Perchè migliorare la propria condizione e render sicuro lo Stato, se nella sofferenza sta la vera gioia, e nel patire l’ingiustizia altrui, si prova l’infinito godimento di sentirsi migliore?
Esagererebbe chi attribuisse al Cristianesimo soltanto tutto questo capovolgimento della antica morale. Già in seno al paganesimo le grandi filosofie universalistiche, come lo stoicismo, avevano incominciato ad opporre la morale umana alla morale civica. Seneca era arrivato ad affermare «homo res sacra homini» immaginando una città universale ove tutti potessero abitare — amici e nemici, padroni e servi, patrizi e plebei — senza distinzione di nazionalità, di classe e di diritti politici. Nella stessa storiografia noi abbiamo veduto a Livio, per il quale il grande cittadino è l’uomo perfetto, succedere Tacito, che pur essendo tenacemente tradizionalista, giudica gli imperatori ed i grandi secondo un criterio di morale personale, ossia alla stregua della loro virtù e dei loro vizi privati. Ma nella filosofia e nelle storie pagane la nuova morale non si contrappone all’antica: si sovrappone a lei come una conciliazione, un perfezionamento, un addolcimento; il cristianesimo invece tronca ogni transazione, spinge alle ultime conseguenze il principio che importa soltanto l’adempimento dei doveri verso Dio, dinnanzi a cui tutti gli uomini sono uguali. Ma così facendo, il cristianesimo compiva una rivoluzione immensa, per cui la storia di Roma, oggetto fino allora di tanta venerazione, diventava un’orribile e incomprensibile anarchia.