In nessuno scrittore questo rivolgimento, per ciò che si attiene alla storia della Chiesa, appare così chiaro come in S. Agostino, il quale, nel De Civitate Dei, paragonando appunto la città umana e quella divina, il Paganesimo e il Cristianesimo, e riferendo, purificate dallo stile ed approfondite dalla rigorosa dialettica, le opinioni di tutti i cristiani, e forse anche di molti non cristiani, suoi contemporanei, altera senza volerlo tutte le manifestazioni della civiltà antica e riesce a renderle irriconoscibili, quando addirittura non le nega appieno.
Si vedano, come esempio, i suoi commenti a Scipione, quando, nel De Republica di Cicerone, il grande generale parla appunto della repubblica. Scipione — osserva S. Agostino — «definisce concisamente la repubblica come la cosa del popolo. Se questa definizione è vera, la repubblica romana non esistette mai, perchè non fu mai cosa del popolo. Scipione, infatti, afferma che il popolo è una moltitudine di persone unite da interessi comuni e da un diritto accettato da tutti. Spiega poi nella discussione ciò che intende per diritto, accettato da tutti, dimostrando come senza giustizia non possa esistere repubblica, poichè dove non c’è giustizia vera non può esserci diritto... Perciò dove non c’è la vera giustizia non può neanche esserci una società di uomini, riuniti dal diritto, e neanche popolo, secondo la definizione di Cicerone e di Scipione; e se non c’è popolo non c’è nemmeno la cosa del popolo, ma la cosa di una folla qualunque che non è degna del nome di popolo. Ora, se la repubblica è la cosa del popolo, dove non c’è giustizia non c’è repubblica. Infatti la giustizia è la virtù che dà ad ognuno il suo. E si può chiamare giustizia quella che toglie l’uomo al vero Dio e lo affida ai demoni immondi? Questo è forse dare a ciascuno il suo?[23]. Insomma, così conclude a proposito della Repubblica, come è descritta in Sallustio, la repubblica romana non è stata mai che un’apparenza: «Omnino nulla erat»[24]. E se non esiste la repubblica non esiste neppure il popolo romano, quel glorioso popolo romano, innalzato da Livio a protagonista della sua storia, deità mitologica soprannaturale, superiore alla censura dei singoli cittadini, i quali sparivano in lui. Secondo S. Agostino invece, uno Stato non è che una somma di singoli uomini, pei quali il solo problema serio è la salute dell’anima. «Cum moltitudo constet ex singulis.... Neque enim aliunde beata civitas, aliunde homo: cum aliud civitas non sit, quam concors hominum multitudo»[25].
Così Livio o Sallustio direbbero: sono morti molti soldati, è vero; ma Roma è riuscita a soggiogare il mondo; e che importano questi sacrifici umani, quando è stata compita un’opera senza pari? S. Agostino ribatte: «Una città potente e vittoriosa ha dato ai vinti, non solo le sue leggi, ma anche la sua lingua, per la pace dell’umanità... È vero; ma quante guerre ha dovuto scatenare per questa pace; e quanta strage di uomini ed effusione di sangue spargere sulla terra!»[26].
IV. S. AGOSTINO E LA CORRUZIONE DEI COSTUMI.
Anche S. Agostino parla a lungo della corruzione dei costumi romani, e in modo che ricorda il tono di Sallustio e di Tito Livio.
«In che tempo la passione di dominare si sarebbe spenta in quei cuori superbi, se essa non fosse arrivata, di onore in onore, alla potenza reale? Poichè non sarebbe stato possibile continuare a crescer di onori, se non fosse prevalsa l’ambizione, e l’ambizione non poteva prevalere che in un popolo corrotto dall’avidità e dal lusso. Poichè l’avidità e il lusso di un popolo sono il frutto della prosperità; la quale con molta prudenza Scipione Nasica stimava essere pericolosa, quando non voleva distruggere la più grande, la più forte, la più ricca città nemica di Roma»[27].
«O mentes amentes! Non siete più stolti, ma ammattiti, siete, voi che cercate i teatri, li affollate, li riempite, e fate mille pazzie, mentre l’Oriente piange la vostra rovina, e le più grandi città sono nel lutto e nell’afflizione per voi, sino alle estreme lontananze del mondo!... Ebbero più forza sui vostri animi le seduzioni degli empi demoni, che gli ammaestramenti dei saggi. Per questo non volete imputare a voi stessi i mali che fate; e quelli che soffrite li imputate ai cristiani. Poichè nei tempi sicuri non volete la tranquillità dello Stato, ma l’impunità del piacere; e siete stati depravati nella prosperità; nè avete saputo correggervi nella sfortuna. Scipione voleva che foste atterriti dal nemico, perchè non foste vinti dalla lussuria, e voi pure essendo abbattuti dal nemico non l’avete repressa; avete perduto il frutto della calamità, e siete diventati i più infelici, restando i più cattivi di tutti i mortali»[28].
Anche qui, come negli storici latini, si attribuisce la rovina dell’impero alla corruzione dei costumi. E su questo punto S. Agostino e gli storici sembrano d’accordo. Ma è facile, addentrandosi nel pensiero dell’uno e degli altri, accorgersi che l’accordo è apparente. La rovina dell’impero lascia S. Agostino indifferente; ciò che lo inquieta è la corruzione dei sudditi; egli è sdegnato perchè la rovina di Roma non ha corretto i romani, ed anche quest’ultimo ammaestramento è rimasto inutile; ma ha l’aria di dire che, se la catastrofe generale avesse migliorato i Romani, questa catastrofe sarebbe stata da lui benedetta come una grazia del Signore. In certi passi, infatti, S. Agostino sembra lodare piuttosto i tempi della decadenza che quelli della gloria, perchè gli sembra che gli uomini siano divenuti un poco migliori. Questo ad esempio: «Roma, fondata e accresciuta dalle fatiche degli antenati, fu più sozza nella sua potenza che nella sua rovina, poichè nella rovina caddero pietre e travi, ma nella corruzione dei romani caddero i sostegni e le bellezze non dei muri ma dei costumi, quando i loro cuori arsero di passioni più funeste delle fiamme che bruciarono i tetti della città»[29].
Sallustio, invece si spaventa perchè «in Roma si cominciarono ad onorare troppo le ricchezze, e poi la gloria e poi la potenza: e allora cominciò a mancare ed a impigrire la virtù e si disprezzò come vergognosa la povertà e l’innocenza. E così la gioventù romana cadde per le ricchezze nel lusso e nell’avarizia; cominciò ad arraffare e consumare e disprezzare le proprie cose e desiderare quelle altrui». Ma lo storico teme, perchè tutti quei vizi enumerati sono dannosi alla repubblica, perchè con l’ambizione e l’arrivismo i migliori rimangono soffocati, con lo spreco si consuma il capitale romano, con le ricchezze è importato l’ozio, con la lussuria la debolezza, con la cupidigia lo sconvolgimento tumultuoso dell’ordine e della pace.
Con questa opposta concezione della vita e della storia, gli stessi avvenimenti assumono un aspetto diverso e le stesse opere sembrano eroiche e scellerate, buone e cattive, ispirate da Dio e dal demonio. Ecco, ad esempio, come S. Agostino giudica il ratto delle Sabine.