«Per questa naturale tendenza alla giustizia e alla bontà, credo, si rapirono le Sabine. Non è forse segno della massima giustizia e bontà insidiare con la frode a teatro le figlie degli altri, per prenderle, non col consenso dei genitori ma con la forza, e come a ciascuno capita? Poichè se i Sabini fecero male a rifiutare le figlie domandate, quanto peggio non fecero i Romani a rapirle? Sarebbe stato più giusto portare la guerra a quel popolo quando rifiutò di dare le sue figlie in matrimonio ai suoi vicini, piuttosto che quando venne a riconquistare le donne rapite»[30]. «E vinsero i Romani per potere estorcere funesti abbracci dalle figlie, con le mani ancora sanguinose della strage dei padri. E le figlie non osarono piangere i padri uccisi, per timore di offendere i mariti; e mentre quelli combattevano esse non sapevano per chi invocare vittoria»[31].

Livio invece descrive in questo modo il Ratto delle Sabine.

«La Repubblica Romana era già così forte che poteva essere uguale in guerra a qualunque delle città vicine; ma per la mancanza di donne, quella grandezza avrebbe solo durato l’età d’un uomo, non essendoci speranza di prole futura in patria, nè di matrimoni coi vicini»[32]. Perchè Roma potesse seguire la via gloriosa tracciata negli astri, Romolo risolse, dopo il rifiuto, di violare per una volta la legge, obbedendo quasi, come Loth, a un comando divino. E spiegò poi «che ciò si era fatto per la superbia dei padri, che avevano negato i connubi ai loro vicini; ma che quelle tuttavia sarebbero legittime spose nel matrimonio e nella comunità di tutte le fortune di Roma e dei figli, dei quali non vi è per gli uomini cosa più cara. Perciò calmassero l’ira e concedessero gli animi a coloro ai quali la fortuna aveva dato i corpi»[33].

E dopo aver vinto i Ceninensi, i Crustumini e gli Antennati che volevano vendicare l’ingiuria, Romolo portò sopra una barella le spoglie del duce nemico, le appese ad una quercia sacra sul Campidoglio, e consacrò un tempio a Giove Feretrio con queste parole:

«O Giove Feretrio, io, Romolo, re vincitore, ti offro queste armi reali, e ti consacro il tempio che ora ho fondato in questa terra, perchè nel tempio siano deposte le prime spoglie che i posteri, seguendo i miei esempi, toglieranno ai re uccisi in battaglia»[34].

Per S. Agostino il ratto delle Sabine non è che una violazione della morale. Per Livio è il momento sacro e solenne da cui comincia la storia di Roma, è l’esecuzione di un ordine venuto dagli dèi, è l’adempimento di una delle tante imprese predestinate, che dovevano riuscire felicemente, perchè Roma diventasse la dominatrice del mondo.

E questi due contrari punti di vista si ritrovano quando S. Agostino parla del combattimento fra Orazi e Curiazi, e dice di Virginia «humanior huius unius feminae, quam universi popoli Romani, mihi fuisse videtur affectus»[35]. Egli non si lascia esaltare dagli argomenti inebrianti degli scrittori latini.

«A che mi si obbiettano qui il nome della gloria, il nome della vittoria? Messi da parte gli intralci di una folle opinione, guardiamo, pesiamo, giudichiamo a nudo i delitti. E che si dica il conflitto di Alba come si dice l’adulterio di Troia. Non si troverà mai niente di uguale, niente di peggio. Tullo vuol solamente «levare in armi gli uomini impigriti, e le schiere ormai disavvezze ai trionfi». Per questo vizio, è stato dunque perpetrato il delitto di una guerra fra alleati e parenti!»[36].

V. S. AGOSTINO, I GRANDI UOMINI E LA STORIA DI ROMA.

I Cristiani non potevano neppure ammettere che i grandi uomini romani discendessero da antenati di origine divina, mentre l’inventare ed il magnificare questa origine ultra umana appariva come uno dei compiti fondamentali della storiografia, sin dai primi anni, quando i rozzi cronachisti cercavano di dimostrare, con le loro prose scabrose, che il popolo romano era il più grande dei popoli.