Ricordate il proemio di Livio?

«Si concede come licenza, all’antichità, che mescolando le cose umane con le divine, faccia i principî della città più sacri e venerabili. E quando si conceda ad alcun popolo il diritto di consacrare le sue origini e di attribuirle agli Dei, tanta è la gloria del popolo Romano nel fare la guerra, che se egli proclama specialmente Marte suo genitore ed edificatore, le genti umane devono sopportare anche questo, così serenamente come sopportano l’imperio di Roma.»

Ma S. Agostino non sopporta «aequo animo» questa ambizione e si scandalizza quando Varrone «pretende essere utile agli stati, che i grandi uomini, anche se è falso, si credano discendenti degli Dei, perchè in questo modo l’animo umano «velut divinae stirpis fiduciam gerens» con più coraggio imprende grandi fatti, opera con più veemenza, e appunto per quella sua creduta sicurezza riesce con maggior fortuna».

Ma c’è di più. Siccome molti, nello sconvolgimento del quarto e del quinto secolo, facevano specialmente responsabili i principî cristiani della disgregazione generale[37], Sant’Agostino, per dimostrare che in verità si era sempre stati malissimo, non esita a fare un quadro terrificante della storia di Roma, in cui si passa da un omicidio a una strage, a una rivoluzione, a una carestia, ad una guerra disastrosa, ad un incendio funesto. Quelli che negli storici antichi sono i grandi secoli di Roma diventano un’età maledetta, donde il cristiano torce lo sguardo inorridito.

Non si capisce più come i Romani siano riusciti ad attraversare quelle età così calamitose, senza essere tutti distrutti. Lo Stato, oggetto per i Romani e per i grandi storiografi di una venerazione religiosa, diventa per S. Agostino uno scandalo che fa rabbrividire i secoli.

«Ma i cultori e gli adoratori di quei numi, dei quali amano imitare i delitti e i vizi, non cercano affatto di rendere la repubblica meno sozza e vergognosa. Basta che viva, dicono, basta che fiorisca per la forza dell’armi, e per la gloria delle vittorie, oppure — e questo è ancora meglio — che sia sicura per la pace. Che cosa c’importa del resto? O piuttosto c’importa sopratutto che ciascuno aumenti sempre le sue ricchezze, perchè nutrano le quotidiane larghezze, con cui i potenti si assoggettano i più deboli; che i poveri adulino i ricchi, per poter mangiare, e che i ricchi, perchè i poveri godano sotto il loro patrocinio di un ozio tranquillo, abusino dei poveri, facendoli clienti e ministri del loro lusso; che i popoli applaudiscano, non a coloro che provvedono al loro vero bene, ma ai dispensatori di voluttà; che non sia comandato niente di duro, e non sia proibito niente di impuro; che le leggi impediscano piuttosto di danneggiare le vigne di un altro che di rovinare la propria vita; che uno sia condotto dinanzi ai giudici solo se ha attentato alle sostanze, alla casa, o alla esistenza di un uomo; ma che per il resto ciascuno faccia quello che voglia, dei suoi, o con chiunque si presti; che abbondino le prostitute, per tutti quelli che vorranno goderne, ma specialmente per quelli che non ne possono avere di private; che si costruiscano grandiosi e ornatissimi palazzi, che i conviti seguano i conviti; e come ciascuno può e vuole, di giorno e di notte si giochi, si beva, si vomiti e si fornichi; che risuonino d’ogni parte le musiche delle danze; ed echeggino per i teatri i clamori di una gioia disonesta e si esalti il pubblico a ogni genere di crudelissime o turpissime voluttà... Chi, domando, se non pazzo, può chiamare questo stato l’impero romano e non la casa di Sardanapalo?»[38].

Questa critica demolisce ad uno ad uno, con una dialettica implacabile, tutti i miti e i racconti leggendarî, adoprati dagli storici per esaltare nei romani l’ammirazione delle virtù civiche. Un esempio curioso è quello di Lucrezia, la quale, per essersi uccisa dopo il forzato adulterio, volendo provare a tutti che non vi aveva partecipato segretamente, simboleggia, agli occhi dei romani, la donna esemplare, per la quale l’onore vale più della vita. S. Agostino invece non riconosce il sacrificio di Lucrezia e ragiona a lungo, per dimostrare che Lucrezia ha avuto torto in ogni maniera. Egli dice: se Lucrezia è stata sempre pura di intenzioni ed ha veramente subita la violenza di Sestio, perchè allora la celebre Lucrezia ha ucciso questa casta ed innocente Lucrezia, e l’ha castigata ingiustamente della cattiveria altrui? E come mai Sestio, che ha subito soltanto l’esilio, è stato punito meno della sua vittima? Dove è allora la giustizia, se la castità è punita più che il vizio? Ma se Lucrezia ha invece partecipato segretamente all’adulterio e si è voluta punire della sua colpa, perchè gli storici romani la glorificano come la più virtuosa delle donne? Di qui non si scappa: se non è un’omicida, è un’adultera; se non è un’adultera, è un’omicida; nè si può sciogliere questo dilemma: se è un’adultera perchè lodarla? Se è casta perchè quella morte?[39]. Ora S. Agostino trova la probabile ragione del suicidio di Lucrezia, ma la biasima, invece di ammirarla come gli antichi. «Ha avuto vergogna della violenza altrui commessa su di lei, anche se contro la sua volontà; e romana troppo avida di gloria, ha temuto che continuando ella a vivere si sospettasse la sua complicità nella violenza che essa aveva in vita subita. Ella volle infliggersi la morte, per testimoniare delle sue buone intenzioni agli occhi degli uomini, che non potevano leggere nella sua coscienza... Non fecero così le donne cristiane, le quali vivono, pure avendo sofferto simile violenza. Ma non hanno vendicato su di loro i delitti altrui, e non hanno aggiunto l’omicidio all’adulterio, e non si sono uccise, arrossendo di sè stesse, perchè i nemici, desiderandole, le hanno stuprate. Ma per le donne cristiane la gloria della castità è la testimonianza della loro coscienza dinnanzi a sè e dinnanzi a Dio; e non domandano di più. Infatti anche se agiscono rettamente non ottengono di più perchè non possono allontanarsi dalla autorità della legge divina, malamente evitando l’offesa dell’umano sospetto»[40].

Ma S. Agostino appare più radicalmente sovvertitore, quando dà col piccone proprio sulla pietra angolare di tutta la creazione pagana della storia: la ragione della grandezza di Roma. Perchè Roma aveva potuto fondare quel vastissimo e fortissimo impero? Rispondeva la coscienza pagana: perchè così avevano voluto gli Dei, che avevano protetto i Romani, in considerazione delle loro virtù religiose e civiche. La storia di Livio è così viva, perchè è tutta animata da questa persuasione. Ma S. Agostino entra nell’Olimpo, dove avrebbero dovuto risiedere gli autori soprannaturali della grandezza di Roma, e ne fa una strage. Egli incomincia a domandare: quali sono gli Dei che hanno prodotto la grandezza di Roma?

Certo, risponde, i Romani non oseranno attribuire anche la più piccola particella di un’opera così gloriosa e così grande «alla Dea Cloacina o alla Dea Volupia, che così è chiamata dalla voluttà, o a Lubentina dalla libidine, o a Vaticano, che presiede ai vagiti dei bambini; o a Cunina che veglia sulle loro cune»[41].

E qui si domanda perchè i Romani abbiano inventato un tale numero di Dei, ciascuno con le sue funzioni particolari e con la proibizione di invadere il campo degli altri. «Non è bastato — egli osserva — affidare a un solo Dio la cura delle campagne, ma si son dati la pianura ed i campi alla Dea Rusina, i gioghi dei monti al Dio Jugatino, i colli alla Dea Collatina e le valli a Vallonia. E non hanno neanche trovato una Dea abbastanza vigilante per poter affidare a lei sola le difese delle messi. Ma alla semenza del grano, quando è ancora sotto terra, hanno preposto la Dea Seja, ed al grano quando spiga la Dea Segezia, ed al grano raccolto e riparato, perchè lo difendesse, la Dea Tutilina. Perchè non parve loro che Segezia bastasse, dagli erbosi inizi alle aride reste?»[42].