«Ma se mi rispondono che gli Dei non li aiutarono, faccio notare esser molto grave che essi confessino poter gli uomini godere, anche senza gli Dei favorevoli, di quella felicità temporale preferita fra tutte; e che gli uomini possano anche, come Mario, fruire della salute, della forza, della potenza, degli onori, della dignità e della longevità tutte insieme, contro il volere degli Dei; e che possano, come Regolo, morire poveri e schiavi, tormentati dalle veglie e dalle torture con la protezione degli Dei. E se i Romani ammettono questo, sono anche costretti a confessare che gli Dei non servono a niente e che è inutile venerarli»[48].

Così, a poco a poco, dopo avere numerato tutti i vizi e le ridicolezze dei numi, come un buon avvocato che vuole screditare i testimoni della parte avversa, S. Agostino conclude affermando che gli Dei sono inutili, e che non hanno partecipato all’ingrandimento e alla fondazione dell’Impero. La discussione è chiusa con un dilemma insolvibile, a proposito della grandezza e della decadenza degli imperi.

«Insomma, o gli Dei sono infedeli, abbandonano i loro amici e passano al nemico — ciò che non fece Camillo, il quale era solo un uomo, quando, essendo stato pagato da Roma con ingratitudine per avere espugnate le città ostili più pericolose, memore della patria, dimenticò l’ingiuria e salvò Roma una seconda volta. O questi Dei non sono così potenti come dovrebbero essere, poichè possono esser vinti dall’ingegno o dalla forza degli uomini. O gli Dei non sono vinti dagli uomini, ma battagliando fra loro sono vinti da altri Dei, che proteggono altre città: hanno dunque anche loro delle inimicizie reciproche, o le sollevano ciascuno per il proprio partito»[49].

VI. LA FORTUNA DI ROMA E CRISTO.

Ma allora da che cosa è nata, se non è nata dalla protezione degli Dei, la grandezza romana? Dal caso, dalla fatalità, o dal destino? No[50]. Siamo così arrivati, con tutte le preparazioni necessarie, sulle soglie della conclusione cristiana. S. Agostino ci rivela subito il fine di quel tormentoso sillogizzare:

«Vediamo ora per quali virtù dei Romani, e per quale scopo si degnò di aiutare l’impero ad ingrandirsi il vero Dio, nella cui potestà sono anche i regni della terra. Appunto per potere discutere absolutius della questione, abbiamo dimostrato nel libro precedente come, per questo ingrandimento, non abbiano contato nulla quegli Dei venerati con cerimonie così ridicole, e, al principio di questo libro, come fosse da eliminarsi la versione del fato, perchè qualcuno, stufo del culto degli Dei, non attribuisse la grandezza e la difesa dell’Impero romano a non so quale fato piuttosto che alle potentissime volontà del Sommo Dio.»[51].

L’Impero romano è stato fondato ed ingrandito da Dio, perchè unificando il mondo sotto uguali leggi ed in un’unica lingua, preparasse la venuta di Cristo e rendesse possibile l’espansione della nuova religione. «La città di Roma fu fondata come un’altra Babilonia e come la figlia della prima, per mezzo della quale piacque a Dio domare l’universo e pacificarlo in lungo ed in largo con la comunanza del governo e delle leggi. Poichè c’erano allora dei popoli forti ed agguerriti che non cedevano facilmente e che non si potevano vincere se non con gravi pericoli, grandi devastazioni reciproche e orribile travaglio»[52].

Questa è la dottrina cristiana dell’impero e della sua storia. Senonchè è facile intendere che questa dottrina spogliava Roma di tutta la gloria, di cui l’antica storiografia l’aveva illuminata. Roma non ha virtù, ma vizi, non enumera glorie, ma orrori: ha vinto nonostante questi orrori e questi vizi, per volere di Dio, per combattere vizi ed orrori più grandi. Essa è insomma il minor male dei tempi che furono prima della redenzione; e il cristianesimo le deve, non ammirazione, ma intelligente compatimento. Così S. Agostino considerò quelle virtù civiche, per glorificar le quali Livio aveva scritto il suo immenso poema, come vizi: primo di tutti l’amor della gloria, il pilone centrale della grandezza romana. «E questo impero potentissimo, col quale voleva castigare i gravi peccati di molti popoli, Dio lo affidò a questi uomini, i quali, per amore di onori e di lode, misero nella gloria della patria la propria gloria e non esitarono ad anteporre la salvezza della patria alla loro salvezza, vincendo il desiderio di denaro e molti altri vizi con un solo vizio: l’amor della gloria»[53]. «Poichè chi è saggio capisce subito che l’amor della gloria è un vizio». Vizio tanto maggiore perchè i Romani «non solo non gli resistevano, ma cercavano anzi di eccitarlo, pensando che sarebbe stato utile alla repubblica»[54]. Infatti «senza dubbio è meglio resistere a questa passione che cedere»[55]. Invece «quella gloria, per amore della quale ardevano, non è altro che la buona opinione degli uomini sopra un uomo. È dunque migliore la virtù che non si contenta della testimonianza degli uomini, ma esige quella della coscienza. Dice infatti l’apostolo: «Nam gloria nostra haec est, testimonium conscientiae nostrae»[56].

Perciò il sentimento vero che S. Agostino prova per i Romani delle grandi epoche, tanto ammirate da Sallustio, da Livio e da Tacito, è una specie di compassione, come per i disgraziati condannati a compiere un’opera necessaria ma orrenda, quasi si direbbe per i carnefici della storia. «Essi amarono la gloria ardentissimamente, per la gloria vollero vivere, e per la gloria non esitarono a morire... Stimando vergognoso che la propria patria fosse schiava, e glorioso che dominasse e comandasse, con ogni sforzo vollero prima farla libera e poi sovrana». «E così era fra le aspirazioni degli uomini illustri per coraggio, che Bellona, agitando la sua frusta sanguinante, eccitasse i miseri popoli alla guerra, perchè vi potesse risplendere il loro valore... E prima per il desiderio di libertà, poi per quello di dominio e di gloria compirono grandi imprese»[57].

Nè è più benigno per l’altra passione figlia dell’amore della gloria: l’ambizione di dominare, regina delle virtù romane, quella che creò e difese l’impero. S. Agostino, infatti, condanna questa qualità del popolo romano, accusandolo di essere dominato dalla libidine di dominare, («ipsa ei dominandi libido dominatur»). E non cessa mai in tutta l’opera, ogni volta che l’occasione gli si offre, di scapitozzare questa colonna della civiltà romana, sentendo bene che l’ambizione, essendo fra tutte le virtù antiche, la più civile e la meno personale, contradiceva più aspramente che ogni altra tutta la morale cristiana.