Accettiamo ad occhi chiusi queste dottrine, seguiamo docilmente il suo autore, e vediamo dove si va a finire. Dopo aver definito quale è la natura e quali sono gli elementi o le fonti della storia, il Croce procede a distinguere da questa che è la vera storia, le storie spurie o «pseudo-storie», come egli le chiama, alla greca. Tra queste pseudo-storie egli annovera la storia poetica, che definisce così:
«Esempi di tale storia forniscono in copia le biografie affettuose che si tessono di persone care e venerate; le storie patriottiche... la storia universale, rischiarata dagli ideali dell’idealismo e dell’umanitarismo, e quella narrata da un socialista che ritragga le gesta... del capitalista o l’altra di un antisemita, che mostri dappertutto, nelle sventure o brutture umane, il giudeo... Nè la storia poetica si esaurisce in coteste tonalità fondamentali e generiche dell’amore e dell’odio (dell’odio che è amore e dell’amore che è odio!) ma passa tra tutte le più intricate forme e le più fini gradazioni del sentimento; e così si ottengono storie poetiche, che sono amorose, malinconiche, nostalgiche, pessimistiche, rassegnate, fidenti, allegre, e quante altre si possano immaginare. Erodoto canta le romanze (!) dell’invidia degli Dei, Livio l’epos della romana virtù; Tacito compone tragedie dell’orrendo, drammi elisabettiani in scultoria prosa latina; e per venire ai moderni e modernissimi Droysen dà forma alla sua aspirazione lirica verso lo Stato forte e accentratore col narrare la storia della Macedonia, della Prussia e dell’Ellade; e Grote a quella verso gli statuti della democrazia simboleggiata in Atene; e Mommsen all’altra verso l’impero, simboleggiata in Cesare; e Balbo effonde il suo ardore per l’indipendenza italiana, adoperando a tal fine tutti i ricordi delle pugne italiche, a cominciare nientemeno da quelle degli Itali e Etruschi contro i Pelasgi; e Thierry celebra la borghesia raccontando la storia del terzo stato» (pagg. 26 e 27).
Che Erodoto, Tito Livio, Tacito, Droysen, Grote, Mommsen, Balbo e Thierry non sieno storici ma falsi storici e poeti, è notizia che giungerà alquanto inaspettata a molti lettori. Se questi otto valentuomini, i quali pure godono di una certa rinomanza nel gregge di Clio, sono dei falsi storici, vorrebbe il Croce dirci il nome e cognome di uno storico vero? Ma la sorpresa cresce quando il Croce cerca di distinguere la storia falsa dalla vera, o, come egli dice, la storia poetica dalla storiografia. La storia poetica si esplicherebbe «nel surrogare al mancante interesse del pensiero l’interesse del sentimento» (pag. 26); mentre invece «il valore che regge la storiografia è il valore del pensiero. Ma appunto per questa ragione il principio determinante di essa non può essere il valore che si chiama di sentimento e che è vita e non pensiero; e quando questa vita si esprime e rappresenta non ancora domata dal pensiero, è poesia e non storia» (pag. 27).
Il principio, o la fonte, della storiografia o vera storia sarebbe dunque il pensiero e non la vita, la quale è invece il principio della poesia. Ma a carte 14 il Croce aveva detto proprio l’opposto. Ricordate? «Il documento e la critica, la vita e il pensiero sono le vere fonti della storia». La vita, che a pag. 14 è fonte della storia, a carte 27 diventa fonte della poesia, e alcunchè di opposto e quasi di ribelle al pensiero, poichè il pensiero la deve domare. Domare è una di quelle parole equivoche, di cui la filosofia crociana abbonda con sua molta lode in un’epoca adorante tutte le confusioni; ma per quanto equivoca non può dubitarsi che implichi lo sforzo teso a vincere una resistenza. Difatti il Croce aggiunge più oltre: «per convertire la biografia poetica in biografia veramente storica bisogna reprimere... i nostri amori, le nostre lagrime, e i nostri sdegni...; e il medesimo deve farsi per la storia nazionale e per quella dell’umanità». Mentre nelle prime pagine la storia è il pensiero che risuscita la vita («la storia morta rivive» è detto a pag. 15), più innanzi la storia è il pensiero che combatte, che doma, che mutila la vita, recidendo da essa il sentimento.
Sin dalle prime pagine del volume si intravede che il Croce ha della storia, come di molte altre cose, due concezioni contradditorie; o forse ha una prima concezione che, strada facendo, si muta nella opposta, illudendosi di esser sempre la medesima. Da principio egli concepisce la storia come un «eterno presente» ossia come la vivificazione di quello che fu, quale fu visto e sentito dai contemporanei. Poi a poco a poco si stacca da questa concezione sinchè, senza accorgersene, la nega interamente, cercando di dimostrare che storia e filosofia sono una cosa medesima, ossia la dottrina in azione del progresso, inteso non «come passaggio dal male al bene, quasi da uno stato all’altro, ma come passaggio dal bene al meglio, in cui il male è il bene stesso, visto alla luce del meglio» (pag. 23).
Confronti il lettore il primo e il quinto capitolo; e subito si accorgerà che questo nega quello, illudendosi di svolgerlo. «La coscienza storica, in quanto tale, è coscienza logica e non pratica, e anzi fa suo proprio oggetto l’altra: la storia, che fu già vissuta, è ora in lei pensata, e nel pensiero non hanno più luogo le antitesi, che si fronteggiavano nella volontà e nel sentimento. Per essa non ci sono fatti buoni e fatti cattivi, ma fatti sempre buoni quando sieno intesi nel loro intimo e nella loro concretezza; non ci sono partiti avversi, ma quel partito più ampio che abbraccia gli avversi e che per avventura è appunto la considerazione storica... La storia non è mai giustiziera ma sempre giustificatrice» (pagg. 76 e 77).
E ancora: «il vizio della storia negativa proviene dal separare e solidificare e contrapporre le antitesi dialettiche del bene e del male... Tutti i fatti e le epoche sono a lor modo produttivi; non solo nessuno di essi è al lume della storia condannabile, ma tutti sono laudabili e venerabili» (pag. 78).
E sia pure; ma addio, allora, contemporaneità della storia! La storia contemporanea consiste appunto nel «solidificare e contrapporre le antitesi dialettiche del bene e del male». Il presente è proprio un momento del tempo, in cui un certo numero di antitesi si fronteggiano nella volontà e nel sentimento; e se nella storia, scritta dopo qualche secolo, si può trovare «quel partito più ampio che abbraccia diversi partiti», chi può esser così ingenuo da cercar questo partito fra i contemporanei, che vivono appunto per odiarsi, combattersi e sterminarsi? Intorno a che cosa hanno versato tanti fiumi di sangue gli uomini se non a quelle che il Croce chiama «antitesi dialettiche del bene e del male, solidificate»; e che la storia dovrebbe per l’appunto sciogliere? Se gli uomini fossero persuasi che tutti hanno ragione e tutti meritano almeno una menzione onorevole, se non una medaglia di bronzo nel concorso della storia, si sarebbero forse patrizi e plebei, ricchi e poveri, eretici e ortodossi, cristiani e mussulmani, protestanti e cattolici, aristocratici e democratici, scannati in tanti secoli con tanto furore? E che cosa resterebbe di tutte le «storie contemporanee» che si sono seguite?
3.
Una delle due: o la storia è sempre storia contemporanea e allora deve «separare, contrapporre e solidificare le antitesi dialettiche del bene e del male» perchè ogni presente non è che una di queste antitesi in azione. O deve giustificare tutto e allora non può essere storia contemporanea; anzi la storia contemporanea deve considerarsi come pseudo storia o poesia. Impigliato in questa contraddizione, da cui non riesce a districarsi, il pensiero del Croce si lascia sospingere dalla sua stessa confusione a conclusioni così paradossali e strane, da essere quasi ridicole. Questa, ad esempio: che «la storia non è mai storia della morte sibbene storia della vita»; che «sono da ritenere false... tutte le storie che narrano la morte e non la vita dei popoli, degli stati, delle istituzioni, dei costumi, e si contristano, e si angosciano e lamentano che quel che fu non è più» (pagine 79 e 80).