Questa pagina confonde manifestamente il narrare le rovine e il disperarsi per esse. Se un moderno scrivendo la storia dell’impero romano si stracciasse, arrivando ai bassi secoli, i capelli, e ululasse inferocito ai barbari e ai cristiani, noi potremmo dirgli di risparmiare il suo tempo e il suo dolore, poichè le sue furie sono vane o ad ogni modo son cosa sua, che non ci tocca, se pure non ci infastidisce. Ma non per questo è men vero che l’impero romano, fiorente nel primo e nel secondo secolo, è stato dal terzo al quinto secolo a poco a poco distrutto dal di fuori e dal di dentro; e che o lagrimando o ad occhi asciutti uno scrittore può narrare la storia di questa distruzione: come, quando, e per opera di chi si compiè. Dir che la rovina dell’impero romano è una storia falsa, perchè sulle rovine dell’impero sorsero nuovi stati e nuovi popoli e nuove civiltà, sarebbe come dire che l’inquilino di quella tal casa, che oggi hanno portato al cimitero, non è morto, perchè domani un altro inquilino entrerà nella casa. Nuovi stati sorsero sulle rovine dell’impero romano, perchè l’impero era stato distrutto; e la sua distruzione fu effetto di un lungo seguito di azioni che la storia può narrare, come può narrare il lungo seguito delle azioni che lo crearono.

4.

Andare a caccia di contraddizioni nei libri del Croce è come andar a caccia di farfalle in primavera. Ma in questo libro si trovano contraddizioni anche più strane che negli altri libri, forse perchè egli non è mai riuscito a distinguere bene i due elementi della storia che sono il pensiero e il sentimento; ed ora li ha confusi immedesimandoli, ora li ha opposti l’uno all’altro arbitrariamente.

«Condizione dello storico è che il fatto vibri nell’animo dello storico; o (per adoperare le parole d’uso nel mestiere storico) se ne abbiano intelligibili i documenti» — ha scritto, come vedemmo, a carte 4. Sembrerebbe dunque che la storia ritornando a vibrare nell’animo, diventi intelligibile. Non c’è storico un po’ esperto, il quale ignori che spesso accade proprio l’opposto: accade che per capire un avvenimento, ossia per distinguere chiaramente i motivi veri che spinsero i personaggi all’azione e i veri effetti che l’azione generò, è qualche volta necessario, più spesso utile liberarsi dalle passioni contemporanee, ossia mettersi in uno stato di freddezza, per cui l’evento non vibrando più nell’animo dello storico, questi possa osservarlo da tutte le parti, anche da quelle che gli attori appassionati non videro e non potevano vedere. Per citare un solo esempio: accade spesso nelle grandi lotte umane (guerre, rivoluzioni, ecc.) che la parte la quale riuscì vittoriosa, si fosse per lungo tempo ingannata sulle forze dell’avversario, credendole molto più grandi che non fossero. Uno storico, il quale voglia capire ciò che davvero è accaduto, deve rendersi conto di questa illusione; ma dal momento in cui ha scoperta l’illusione l’avvenimento non può vibrare più nell’animo dello storico come vibrò nell’animo degli autori. La passione, che generò l’azione, diventando oggetto di fredda analisi, lo storico deve distaccarsene invece di confondersi con essa.

Dopo aver immedesimato sentimento e pensiero, come se nella storia il sentire equivalesse a comprendere, con singolare contraddizione, in un altro punto, il Croce vuol bandire addirittura il sentimento, come un falsario sistematico, dalla storia, e come se il sentire un avvenimento volesse dir sempre fraintenderlo. «L’alterazione — egli scrive — continua e intrinseca a quella storiografia (la poetica) consiste nello scegliere e connettere i particolari, che si traggono dalle fonti, secondo un motivo non di pensiero ma di sentimento; il che se ben si consideri, è sostanzialmente un inventarli» (pagg. 28 e 29). E perchè? Da una esagerazione si casca in una esagerazione opposta. Qui il Croce suppone che il sentimento falsi sempre la verità e che il pensiero invece non la falsi mai; il che è un errore di psicologia manifesto. Il sentimento falsa la verità quando è pervertito, viziato, in rivolta contro le leggi della natura e della morale; quando odia quel che è bene e ama quel che è male. Ma quando ama il bene, o odia il male è spesso più pronto e più profondo nello scoprire il vero del pensiero. Quante volte il cuore precorre la mente nel divinare quello che la mente scoprirà dopo, faticosamente! Di quanti sentimenti altrui ci è difficile renderci conto se non li abbiamo provati, e quante volte l’essere appassionato è condizione per capire l’altrui passione! Viceversa, anche il pensiero spesso s’inganna, o adultera la verità per errore o per malizia. Un cattolico, un protestante, scrivendo la storia della Riforma, con la passione altereranno sfigurandolo coll’odio il nemico, ma ciascuno sarà nel vero nel lodare le cose buone della Chiesa o della Riforma; e l’uno e l’altro capiranno non solo lo stato d’animo dei propri ma anche quello degli avversari, meglio e più facilmente di un miscredente, per il quale tutte quelle dispute teologiche non siano che un fastidioso perditempo.

E del resto se la passione fosse condannata a restar fuori della verità sempre e in eterno, come potremmo noi scriver la storia? Chi conosce un po’ quel che il Croce chiama il «mestiere storico» (l’arte, io direi) — sa che quasi tutti i documenti sono più o meno inquinati dalla passione.

5.

Anche questa dottrina della storia è un guazzabuglio di contraddizioni, in mezzo alle quali il pensiero del Croce cerca di reggersi e di camminare diritto; ma non può, chè non sa dove va, barcolla e ad ogni passo incespica. La Storia è problema nel tempo stesso più semplice e più complesso che il Croce non pensi.

La Storia è l’applicazione letteraria di una facoltà dello spirito umano, poco o punto studiata sinora dagli psicologi e dai filosofi: l’intuizione. Che cosa è l’intuizione? È quella facoltà per cui noi indoviniamo gli stati d’animo dei nostri simili; i loro pensieri, i loro sentimenti, le loro inclinazioni, la loro indole, i loro propositi, le loro virtù, i loro vizi. Non c’è facoltà più comune e più preziosa di questa. La vita di tutti gli uomini, umili e grandi, dotti e ignoranti, ricchi e poveri non è, dalla mattina alla sera, che un esercizio ininterrotto di intuizione psicologica. Noi abbiamo sempre bisogno di indovinare quel che pensa, vuole, macchina, in quali disposizioni di animo si trova un certo numero dei nostri simili senza che essi ce lo dicano — sia perchè non vogliono, sia perchè non sanno e non possono.

La natura di questa facoltà è molto misteriosa: ragione per cui forse gli psicologi non l’hanno punto studiata fino ad ora. È una facoltà mista, a cui partecipa il raziocinio, la memoria, l’associazione, l’immaginazione; e per la quale noi quasi entriamo a un tratto negli altri indovinando quel che avviene nella loro coscienza. È una facoltà innata, perchè tutti ne sono provvisti, come di volontà e d’intelligenza; ma come di volontà e di intelligenza chi più e chi meno. L’esercizio e l’esperienza la raffinano e la rafforzano. Quel che si dice di solito «imparare a conoscere gli uomini e il mondo» non è che l’esercizio di questa facoltà. Il nascere provvisti di intuizione pronta, agile, sicura, è una fortuna, perchè questa è tra le armi che più servono per riuscire.