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La Storia non è che una applicazione letteraria, nobile, profonda di questa facoltà comunissima, di cui tutti gli spiriti son provvisti, perchè è uno dei tanti cosidetti «organi di relazione». Chi scrive una storia, grande o piccola, non fa che intuire ed esporre degli «stati di coscienza» singoli o gregari. I piani, i disegni, le ambizioni, gli odî, gli amori, le illusioni, gli atti e i fatti dei grandi personaggi della storia che altro sono se non idee, sentimenti, voleri, propositi, ossia «stati di coscienza»? E che cosa sono, se non stati di coscienza gregari, le inclinazioni dello spirito pubblico, le dottrine e le ambizioni, gli odî e le ammirazioni dei partiti, le tradizioni e gli interessi delle classi sociali, le aspirazioni, gli orgogli, i puntigli, gli interessi dei corpi pubblici — parlamento, magistratura, burocrazia? Che altro è una religione, se non una cristallizzazione di stati di coscienza, spesso complicatissimi ed oscurissimi?
La storia insomma, come opera d’arte e di pensiero, è una psicologia in azione, il cinematografo interno — se posso adoperare l’immagine — di singoli uomini e di gruppi: sovrani, capi di religione, generali, diplomatici, demagoghi, partiti, classi, amministrazioni, sette e via dicendo. Il Croce si è invischiato in tante difficoltà perchè non ha capito questa prima ed elementare verità. Senonchè se lo strumento con cui noi risuscitiamo questi stati di coscienza è quella stessa intuizione, di cui ci serviamo ogni giorno per indovinare ciò che i nostri simili pensano e vogliono, il nostro compito è molto più difficile, quando si tratta di scrivere storie. Gli stati di coscienza da cui nascono i grandi avvenimenti storici sono complessi, numerosi, spesso contradditori, spesso legati tra di loro o inestricabilmente aggrovigliati gli uni negli altri, e in continuo movimento. Chi ci vive in mezzo, se non è proprio dotato di straordinaria intelligenza, non vede che frammenti; onde è così difficile scrivere la «storia contemporanea» a cui il Croce ha voluto per un momento ridurre tutta la storia, ma inutilmente, perchè dire che ogni storia è «storia contemporanea» è come dire che l’uomo non capirà mai nulla di ciò che succede. Quando invece la storia è passata nasce un’altra difficoltà: gli «stati di coscienza» sono spariti insieme con gli uomini, e di essi non restano più che segni frammentari e per se stessi morti: i documenti.
I documenti sono il grande rompicapo di tutti i teorici della storia, che non riescono a mettersi d’accordo intorno alla loro natura. Ma la oscura questione si chiarisce semplificandosi, per chi abbia capito che la storia è intuizione di stati di coscienza, singoli o gregari, di uomini e di generazioni che furono. Fuorchè nei casi in cui il documento è la voluta espressione degli «stati d’animo» di qualche personaggio storico — tali sono, per esempio, le memorie degli uomini politici, qualche volta le loro lettere o confidenze — il documento è quasi sempre il rottame, salvatosi a caso, di un antico mezzo d’azione che per i posteri diventa il segno di uno o più stati di coscienza — i propositi, le illusioni, le speranze dell’uomo e del gruppo che se ne serviva. La corrispondenza diplomatica di un ministro, gli ordini e i bollettini di un generale, i discorsi di un capo di parte sono stati composti non perchè i posteri sapessero poi quello che è successo, ma per ottenere quello o quell’altro intento, che allora premeva a quel tale o tal’altro uomo d’azione. Ma allo storico servono come mezzo per conoscere ciò che l’uomo d’azione, il suo governo o il suo partito, voleva in quel momento; per capire la visione delle cose che lo guidava; i motivi che lo spinsero a quella o a quell’altra azione.
È facile ora capire la strana e contradditoria natura del documento storico, intorno alla quale tanto disputano i teorici della storia, e che i veri storici capiscono a fondo senza aver bisogno di discuterla. Tre sono le contraddizioni insite nella natura del documento storico.
a) La sopravvivenza del documento è accidentale perchè dei mezzi d’azione si conservano spesso, per servir come segni degli stati d’animo, quelli che meno servono a capire «gli stati d’animo» essenziali dai quali l’avvenimento è nato; lo storico deve invece indovinare questi stati d’animo essenziali.
b) il documento, appunto perchè è il rottame di un mezzo d’azione che non serve più, è una cosa morta: lo storico deve servirsene per intuire uno stato d’animo, che è una cosa viva;
c) il documento è sempre frammentario; da questo documento frammentario lo storico deve cercare di ricavare una intuizione di stati di coscienza quanto più gli è possibile totalitaria, indovinando quello che nel documento non c’è e non ci può essere, perchè il documento è per sua natura un frammento.
Chi tenga presente queste tre contraddizioni insite nel documento, intenderà quanto sia difficile lo scriver la storia e come ai maestri che salgono in cattedra a insegnare la teoria si addica una certa modestia nel dare consigli a coloro, che invece di dir come si deve scriver la storia, la scrivono. Intenderà pure che il cercare una conclusione certa, appoggiata su documenti inoppugnabili e definitivi, i quali si possano interpretare in una sola maniera, è quasi sempre la pretesa di una presuntuosa leggerezza. Intenderà come accada che ogni storia si rinnovi quando lo storico muta. Intenderà che un mezzo sicuro e definitivo di provare vera e giusta la interpretazione di un documento, ossia di verificare l’intuizione degli «stati di coscienza» che da quel documento piglia le mosse non c’è. Intenderà infine che la storia si scrive per molti motivi diversi. Si scrive per ricordare il passato. Si scrive per soddisfare la curiosità. Si scrive per divertirsi e per divertire, su per giù come si scrivono romanzi. Si scrive per glorificare o per infamare una dinastia, un partito, una religione, un popolo, una nazione, un regime politico, una classe sociale. Si scrive per affilare le armi ad una lotta politica, sociale, o ad un conflitto armato tra stati. Si scrive per indagare il mistero dei destini umani, il perchè delle vittorie e delle sconfitte, della grandezza e della decadenza, delle prosperità e dei rovesci. Il Croce dice che questo perchè è introvabile. Non importa: a quanti perchè senza risposta l’uomo cerca risposta!
Questa molteplicità di scopi genera molte famiglie di storie e di storici, ciascuna delle quali esercita la sua intuizione in modo diverso. Lo scopo foggia per reazione lo strumento. Alcune tra le distinzioni che il Croce, brancicando nel buio, tenta di stabilire tra storia e storia nascono da questi diversi scopi. Non ci sono storie positive e storie negative, storie vere e storie false, storie poetiche e storie filosofiche. La storia è sempre storia — cioè intuizione di «stati di coscienza»: la scriva Tito Livio, o Tacito, o Svetonio, o il Machiavelli, o il Gibbon, o il Mommsen, o quel tale misterioso storico — chi sarà mai? — nel quale il Croce ravvisa il vero storico. Ma muta secondo che è scritta per uno scopo o per un altro. Così quelle che il Croce chiama storie poetiche o pseudo-storie sono storie dominate da una forte passione, o politica o religiosa o morale, la quale in certi momenti può falsare, in altri acuire nello storico la visione della verità. Tacito ha atrocemente calunniato Tiberio, che fu un grande imperatore, e si sacrificò per salvare lo Stato; ma se la sua intuizione ha errato nel raffigurare questo personaggio; e se per ciò la sua storia è in questo punto difettosa, è pur sempre storia composta con gli eterni processi che ogni storico ha adoperato, adopera ed adopererà, perchè non ce ne sono altri. La differenza da storico a storico sta solo nella maestria con cui ciascuno li adopera, e nello scopo che si propone.