7.
Alla luce di queste considerazioni molte questioni sul metodo storico, che da quando la storia si è messa in mente di essere una scienza, si sono tanto arruffate, si semplificano assai. Non ho tempo qui di dimostrarlo. Ma non posso tacere una conclusione che è la più importante, perchè vale a sbugiardare insieme e di colpo tutte le false autorità che pullulano oggi negli studi storici dalla universale confusione e ignoranza. La conclusione è questa: che una opera di storia può essere giudicata da un critico soltanto nella sua forma letteraria, come è stata composta e scritta; se è viva o no; se si capisce o se riesce oscura, se piace o annoia. Nella sostanza, ossia se lo storico abbia adoperato bene o male il processo intuitivo con cui soltanto si può scriver la storia; se sia nel vero o se s’inganni, no. Siccome non c’è modo o criterio per verificare inappellabilmente se un documento è stato o non è stato interpretato rettamente, il critico può soltanto scoprire o notare i piccoli errori di fatto, in cui a tutti gli storici accade di incorrere: per giudicare sostanzialmente una storia il critico dovrebbe rifarla tutta quanta, interpretando di nuovo i documenti, a modo suo, ossia intuendo in altro modo e legando tra loro in un ordine diverso gli stati di coscienza di cui i documenti sono il segno frammentario, accidentale e morto. Al lettore spetterà poi di giudicare quale delle due interpretazioni lo convinca di più, e gli sembri più verosimile: giudizio però personale anche questo e quindi variabile da lettore a lettore, ma sempre posato sopra un paragone di più storie. Se voglio dimostrare che Tacito si è sbagliato scrivendo la storia di Tiberio, devo raccontarla di nuovo e in modo che sembri più persuasiva, perchè più verosimile; senza però presumere mai di giungere ad una conclusione che sia definitiva, inoppugnabile, irrevocabile.
Desidera il lettore rendersi conto, come un critico, il quale voglia giudicare il valore intrinseco di una storia senza rifarla, possa vaneggiare? Il Croce stesso ci somministra di ciò un curioso esempio. Il Croce aveva rasentato la verità — che la storia sia intuizione di stati di coscienza — quando scriveva a pagina 29 e 30: «la fantasia è indispensabile allo storico: la critica vuota, la narrazione vuota, il concetto senza intuizione o fantasia sono affatto sterili; e ciò si è detto e ridetto in queste pagine col richiedere la viva esperienza degli accadimenti, di cui si prende a narrare la storia, il che importa insieme elaborazione di essa come intuizione e fantasia; senza questa ricostruzione o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, nè leggerla o intenderla. Ma siffatta fantasia veramente indispensabile allo storico è la fantasia inscindibile dalla sintesi storica, la fantasia nel pensiero e per il pensiero, la concretezza del pensiero che non è mai un astratto concetto ma sempre una relazione e un giudizio, non una indeterminatezza, ma una determinatezza. Epperò essa è da distinguere dalla libera fantasia poetica, cara a quegli storici che vedono o odono il viso e la voce di Gesù sul lago di Tiberiade, o seguono Eraclito nelle sue quotidiane passeggiate tra le colline di Efeso, o ridicono i segreti colloquî tra Francesco d’Assisi e il dolce umbro paese».
Sebbene involuta ed oscura, questa pagina distingue, una fantasia — chiamiamola così — «storica» che ricostruisce ed integra dai documenti quello che fu; e una fantasia poetica che inventa quello che non fu mai; concludendo che senza la fantasia «storica» la quale ricostruisce ed integra, non c’è storia. «Senza questa ricostruzione o integrazione fantastica non è dato nè scrivere storia, nè leggerla ed intenderla».
Su questo punto non possono esserci dubbi. È chiaro d’altra parte che quella che il Croce chiama qui, con linguaggio impreciso e barcollante, «ricostruzione o integrazione fantastica» è l’intuizione degli stati di coscienza passati. Ma in un’altra opera il Croce ha voluto giudicare l’opera mia e giudicarla non solo nella forma, ma anche nella sostanza, per negare che essa sia storia. Che cosa ha detto allora? Ha affermato che non solo la fantasia poetica, ma anche la fantasia storica, ossia l’intuizione, non può creare storia vera. Il lettore stenterà a crederlo; eppure è proprio vero che il Croce ha scritto testualmente così: «Il Ferrero crede che si debba con la immaginazione, o come dice, con la congettura integrare le fonti là dove il senso critico vieta coteste integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia reale. Al che il Ferrero, e con lui i suoi difensori, obbiettano, che, senza le congetture e le immaginazioni, molta parte della storia rimarrebbe arida esposizione e compilazione di fonti. E tale sia e rimanga, quando non può essere altro, ossia quando mancano le condizioni soggettive ed oggettive perchè sorga storia vera e propria; meglio allora una rassegna di fonti, che un sogno sulle fonti...»
La contraddizione è evidente: «Il senso critico vieta coteste integrazioni e nega che possano mai fornire storia e storia reale». Ma che altro possono essere queste integrazioni vietate dal senso critico, se non quelle che la fantasia storica fa in opposizione alla fantasia poetica, che non integra ma inventa; e che nella «Teoria» erano state giustamente dichiarate indispensabili allo storico, perchè non sono altro che la sua facoltà di intuizione?
Ma non poteva accadere altrimenti. Volendo negare che una storia fosse buona storia senza rifarla, il Croce non aveva altro mezzo che di negare addirittura il processo creativo della storia — l’intuizione; ossia, per affermare che io ho perduto il mio tempo a scrivere «Grandezza e Decadenza di Roma» come i suoi numerosi lettori a leggerla, che la storia non esiste, non è possibile, è un vano sogno. Per ammazzare me egli ha sacrificato addirittura Clio e la Storia tutta quanta; e dopo aver scritto un poderoso volume per scoprire che cosa sia e come si scrive!
O giovani, che volete darvi alle storie, non ascoltate le false autorità, che vogliono insegnarvi, senza saperlo, che cosa è e come si scrive la storia. Leggete i grandi maestri dell’arte, incominciando dagli antichi. Leggete Tucidide, leggete Sallustio, leggete Livio, leggete Tacito. Solo chi conosce l’arte può insegnarla: troppo, questo vecchio precetto del buon senso è stato dimenticato dal secolo implacabilmente nemico di tutte le arti: della storia come della guerra, della pittura come della politica.
II. IL MATERIALISMO STORICO E ROMA ANTICA.
Quando apparve la traduzione francese dei due primi volumi di «Roma» alcuni, giornalisti d’oltre Alpi, uomini d’ingegno ma un po’ precipitosi nel giudicare, come è spesso quella professione, scrissero, e con sincera intenzione di elogio, che l’autore aveva studiato Carlo Marx. Imbattutisi per la prima volta in una storia antica, che raccontava di commerci, di dissesti, di fallimenti, di usure, e di altre cose consimili, reputate da molti invenzioni moderne; avendo sentito dire che Carlo Marx aveva fatto degli interessi economici l’asse intorno a cui giri la storia universale, s’erano messi in mente di far onore all’opera, ascrivendola ad una famiglia così moderna e così illustre. Senonchè è difficile immaginare un più grosso sproposito, e che sia prova più manifesta di ignoranza totale, sia in ciò che concerne la storia in genere, sia per ciò che tocca il materialismo storico. Ragione per cui l’errore fu largamente ripetuto.