E il Senato perde, se si comincia a passeggiare fra i rostri e a conversare sotto le colonne, quella regale apparenza che presentava agli occhi di Cinna. Si vede una moltitudine di patrizi, pieni di pregiudizi e di altezzosità, egoisti, che si preoccupano di Roma, per quel che riguarda la loro classe e i loro interessi, ma non hanno nessun pensiero per i Romani, come se Roma e i Romani fossero due cose distinte. E le gelosie e le diffidenze reciproche alterano il loro retto giudizio, e li spingono a operare, in ogni occasione, per secondi fini.
«Si stabilì un patto con gli Ernici, si tolsero due parti del territorio, e una metà fu data ai Latini, e l’altra il Console Cassio voleva dividerla fra la Plebe. Aggiungeva a questo dono alcune terre le quali, essendo pubbliche, egli biasimava che fossero di privati. E questo spaventò molti senatori che ne eran possessori, e vedevano in pericolo le cose loro. Ma erano ancor più inquieti perchè il Console con queste largizioni si acquistava una potenza pericolosa alla libertà.»[11]
Così la grandezza romana, idealizzata tutta insieme come una meraviglia sovrumana, ci apparisce umanissima nei singoli elementi di bene e di male, che la compongono. Questa è nel tempo stesso la grande bellezza e la profonda verità dell’opera di Livio, alle quali corrisponde mirabilmente lo stile. Lo stile di Livio è veramente come un fiume immenso dalla corrente tranquilla, che scende dal monte sicuro di arrivare alla foce, trasportando una mescolanza di cose diverse. Nei momenti solenni, o tragici, è maestoso e lento, quasi per trattenere il respiro a chi legge e non accontentarlo nella sua impazienza con piccole frasi rapide; alle volte perde la sua serenità olimpica, si commuove, si agita come uno stagno in cui sia piombato un macigno; ma la chiusa degli avvenimenti è spesso composta con poche frasi corte e succosissime, che appaiono più potenti che mai, appunto perchè, con grande arte, son collocate dopo un periodare ampio e fertile, in cui le frasi tendono la mano una all’altra e si allacciano con rotonda scorrevolezza. In tal modo i due ritmi si sostengono e si analizzano a vicenda: il primo mette in rilievo quella stringatezza del secondo, che, dopo un capitolo di Tacito, non sarebbe neppure avvertita; il secondo drammatizza lo stile per quel variare improvviso di tono, che sorprende, e ci fa sentire come il primo ritmo fosse armoniosamente pieno.
IV. TACITO.
Tra Tacito e Livio abbiamo una fioritura copiosissima di storici. Citiamo Asinio Pollione, che trattò delle guerre civili; Pompeo Trogo, che scrisse una storia universale, epitomata da Giustino; Fenestella, Iginio e Verrio Flacco, contemporanei di Tito Livio. Nel I secolo Cremunzio Cordo che fece l’apologia di Bruto e Cassio, Valerio Massimo, Velleio Patercolo, Punico che vivendo accanto a Tiberio, lo comprese, e ne lasciò una vita imparziale, e fu per questo accusato di adulazione. Delle quali calunnie la responsabilità più grande pesa proprio su Tacito, il terzo storico di Roma.
Vissuto durante il primo secolo dell’impero; campione di quella nuova aristocrazia, cresciuta nelle provincie europee e africane dopo Augusto, che con Vespasiano sale al Governo, più semplice, più austera, più disciplinata, più innamorata del romanesimo autentico, che la nobiltà dei tempi dei Giulio-Claudî, crebbe studiando nell’ambiente delle scuole di eloquenza; fu pretore, sacerdote quindecenvirale, propretore e finalmente, sotto Traiano, console. La vetta delle ambizioni era stata scalata. Dopo lasciò la vita pubblica e scrisse. E il suo soggetto fu triste.
«Prendo a scrivere un tempo pieno di vicende, tremendo per battaglie e discordie, per sedizioni, crudele anche in pace. Quattro principi assassinati: tre guerre civili, molte all’esterno, e per lo più mescolate. Imprese prospere in Oriente, avverse in Occidente: sconvolta l’Illiria, le Gallie vacillanti, domata la Brittannia e tosto abbandonata: i Sarmati e gli Svevi risollevati contro di noi... L’Italia afflitta da stragi nuove o rinnovate, dopo una lunga serie di secoli. Città sprofondate o rovinate, nella zona più fertile della Campania. Roma incendiata, distrutti i templi più antichi, il Campidoglio stesso arso dai cittadini; profanata la religione, grandi adulterî, mare pieno d’esuli, scogli intrisi di sangue... Secolo non però così sterile di virtù da non produrre anche dei buoni esempi»...[12] «Ma non mai per più atroci stragi del popolo Romano o per più giusti indizi, si capì che gli Dei avevano a cuore non la nostra sicurezza ma il nostro castigo.»[13]
Quanto siamo lontani dalla serenità quasi gioiosa di Livio! La vasta pianura si trasforma in una treggiaia chiusa, seminata di rovi e di lappe pungenti, sgradevole al piede. Un’afa insopportabile pesa sul viandante, che aspetta ogni tanto invano dal cielo una ventata salubre, e una passata d’acqua dalla nuvolaglia turbolenta. Tacito stesso, ripensando a Tito Livio, ne soffre e lo confessa apertamente.
«Narravano di grandi guerre, di città conquistate, di re vinti e prigionieri, e i litigi dei tribuni e dei consoli, le leggi agrarie e frumentarie, le lotte del popolo e del senato. Era un soggetto largo, spazioso, dove si muovevano con libertà. Ma io sono chiuso in una stretta carreggiata, e l’opera mia sarà senza gloria.»[14]
Mentre Tito Livio, come si vede da una citazione che Seneca trasse dalle opere scomparse, si nutre della sua opera concepita nella gioia, e nella gioia dello scrivere e nell’amore della sua storia moltiplica le sue forze all’immensa fatica, si sente che il soggetto è antipatico a Tacito, che le sue previsioni sono dolorose, che lo scrivere gli costa sforzo e lo attrista. Perchè scrive allora la storia dei tempi che gli erano così odiosi? Egli stesso ce lo dice.