«Noi raccontiamo questo perchè chiunque leggerà i casi di quei tempi, da noi scritti o da altri, sappia, benchè si taccia, come si ringraziavano gli Dei, ogni volta che il Principe esiliava od assassinava. E come le insegne della prosperità annunziavano le disgrazie pubbliche.»[15]

Nato fra le follie sanguinarie di Nerone, cresciuto sotto il governo pauroso di Domiziano, dopo aver temuto e sofferto lunghi anni, ricordando ancora le favole atroci, che si susurravano nei giardini dei nobili morituri, quando il silenzio regnava, e non vinta era la paura dei delatori, Tacito volle, stabilita finalmente con Traiano la pace e la sicurezza, prendersi una imperitura vendetta, per sè e per tutta la nobiltà a cui apparteneva; volle dirsi «ho patito, ma questi patimenti non saranno inutili». Hanno fatto di lui un repubblicano, ma non è vero nel senso moderno della parola. Per quanto abbia spesso visto la tirannia dove non c’era, egli non ha mai pensato che una rivoluzione contro il regime imperiale fosse possibile e desiderabile nè che fosse necessaria per ricostruire la repubblica, che ai suoi occhi era stata maltrattata ma non distrutta. Egli non è il censore dell’impero, ma di alcuni imperatori, di molti vizî, dei costumi contemporanei, della società, come egli la vedeva, nella sua crescente depravazione, del senato, che perdeva ogni giorno un po’ della sua autorità, benchè ne avesse più di quanto sembrava. Tacito è un moralista, che osserva la depravazione dei suoi tempi e ne soffre; ma che invece di curarla, come Livio, proponendo loro il modello ideale di una età più antica, mitologicamente austera, semplice e ricca delle più eccelse virtù, vuol curare quella cancrena con la pietra infernale dell’indignazione. La storia è per lui una specie di tribunale del vizio e della colpa, innanzi al quale egli, giustiziere implacabile, cita i suoi tempi in forza del codice non scritto della propria coscienza. Egli scrive la storia perchè «pochi uomini distinguono con il loro senno l’onesto dal criminale; l’utile dal nocivo. E gli esempi degli altri formano, per lo più, la vera scuola»[16]. Perchè «il compito principale della storia è di salvare la virtù dall’oblio e di incutere alle azioni e alle parole malvagie la paura della posterità».[17]

Un giustiziere, dunque, il quale vuol scrivere la storia sine ira et studio, come egli stesso dice, imparzialmente, sui documenti. A Tito Livio questa idea, che la storia potesse o dovesse essere scritta a mente fredda, senza ira e senza amore, non venne mai, poichè scrisse per ingrandire Roma agli occhi della posterità, con l’entusiasmo e l’amore, non dubitando di abbellire, o di velare, o anche addirittura di alterare la verità, quando poteva nuocere alla reputazione del suo idolo. Per Tito Livio la gloria di Roma non riconosce nessun obbligo d’imparzialità nello storico, la sua grandezza sta al di sopra del giudizio della storia. Per Tacito non più. Anche Tacito è un tradizionalista, come Tito Livio, ligio all’ammirazione degli antichi esempi nazionali; ma nella sua ammirazione per l’antichità ormai il momento morale si distacca dal momento nazionale, e si impone, invece di mescolarsi ad esso, come in Livio. Egli ammira gli antichi, non perchè erano nel tempo stesso virtuosi e schiavi, ma solo perchè erano virtuosi; e cercando, ma non trovando, queste virtù nei suoi tempi, non esita a scrivere storie, che ci appaiono le più terribili accuse contro Roma e il suo impero, tramandate a noi dall’antichità.

Livio ingrandisce per contrasto la gloria e l’ammirazione di Roma, con il male che è costretto a raccontare. Tacito accresce l’orrore per l’impero di Roma anche con i rari esempi di virtù, che inserisce nel lungo racconto dei vizi e delle colpe. Per quanto tradizionalista, come la maggior parte dei senatori del suo tempo, Tacito presente, senza saperlo, il Cristianesimo, e quel prevalere della morale sulla politica, in cui starà la grande rivoluzione cristiana. È già in un certo senso cristiana, e non è più romana, almeno al modo di Livio, la intrepidità con cui questo senatore infama tutto un secolo di storia dell’impero per castigare un certo numero di imperatori, da lui giudicati malvagi.

Ma se il giustiziere voleva scrivere la storia sine ira et studio, immolando alla giustizia anche la gloria di Roma, è poi riuscito ad essere giusto? Noi possiamo rispondere risolutamente di no. La storia di Tacito è scritta dalla passione, non meno di quella di Sallustio, anche più di quella di Livio. La sua passione non è, come in Sallustio, il risentimento politico di un partito perseguitato, ma l’odio di un’epoca contro un’altra epoca; l’odio che i suoi tempi, dopo esser riusciti finalmente a conciliare il governo senatorio ed il principato, sentivano contro i Giulio-Claudi, i quali intorno a questa conciliazione si erano inutilmente affaticati per tanti anni. Tiberio e Claudio avevano fallito più per colpa del Senato che propria, ma la giustizia sommaria della generazione seguente serbava rancore agli imperatori, in quanto erano un bersaglio più vistoso; e Tacito fu la penna illustre che soddisfece, eternandoli in uno stile immortale, con un’arte di scorci potentissima, questi odî. Egli è dunque un giustiziere sospettoso, inquieto, implacabile, che per lo zelo di scoprire e bollare il vizio ed il male, lo trova con certezza là dove proprio nessuno avrebbe avuto soltanto il coraggio di sospettarlo. Quanti esempi si potrebbero citare!

Egli riferisce, mostrando di approvarla, la diceria che Augusto «scelse Tiberio a suo successore, non già per amore o per zelo della repubblica, ma per acquistarsi gloria col paragone di un principe assai peggiore, poichè ne aveva già intuita l’arroganza e la crudeltà»[18]. In che modo ha conosciuto Tacito questo riposto pensare dell’imperatore? E quale altro personaggio avrebbe egli potuto indicare a successore, associandolo nella suprema autorità? Tacito ci racconta che non volendo Tiberio e Livia uscire in Roma dopo la morte di Germanico «Tiberio e l’Augusta tennero Antonia (la madre di Germanico), chiusa in casa, perchè, dato questo esempio, si vedesse che avola, madre e zio erano tormentati da uguale dolore.»[19] Non sarebbe stato più semplice e più umano supporre che restassero tutti e tre in casa per dolore e per rispetto del morto?

Quando Tacito si è messo in mente che un suo personaggio è perverso, ogni cattivo pensiero gli è attribuito di autorità, senza che venga chiarito bene con quali informazioni lo storico sia riuscito a documentarsi. Così, quando egli afferma che Tiberio «Germanici mortem inter prospera ducebat» si fonda soltanto sul presupposto, accertato e riconosciuto, che Tiberio sia uno scellerato e che, quindi, gode in segreto di quanto è dolore per gli altri. Quando Tiberio ebbe il governo della repubblica «aggiunse Messala Valerio che si rinnovasse ogni anno il giuramento di fedeltà a Tiberio, dal quale interrogato se avesse proposto ciò per ordine suo, rispose che aveva parlato spontaneamente e che negli affari riguardanti la repubblica egli si sarebbe consigliato solo con la sua coscienza, anche correndo il pericolo di dispiacere al principe»[20].

La domanda di Tiberio può spiegarsi come una precauzione abbastanza semplice e come un riguardo ragionevole usato al Senato. Nè c’è serio motivo di dubitare che la risposta di Messala fosse vera. Ma Tacito vede subito nero e sentenzia: «Mancava soltanto questo genere di adulazione!» Che contrasto, fra il pessimismo sarcastico, amaro, violento di Tacito, e la serenità grave e composta di Tito Livio! Modesto non per finta, serio e sincero, dominato da alcuni pregiudizi che non cerca nemmeno di sradicare, Livio è corrucciato bonariamente con i suoi tempi, e se ne tiene lontano, senza esagerare nel suo sdegno. A furia di viver sognando con quei mitici eroi e quei generali favolosi, egli riesce a sopportare con tanta dolcezza il male del mondo, che non sa più immaginare un carattere doppio o un’anima ipocrita, crede per davvero ai discorsi de’ suoi oratori, senza mai permettersi un sorriso ironico, e ha troppa coscienza della sua responsabilità per attribuire, senza scorta di documenti sicuri, qualche pensiero ad un suo personaggio. Tacito invece non riesce a immaginare una condotta lineare, e un’anima sincera; i suoi personaggi procedono sempre per vie tortuose, spinti da passioni recondite o da pensieri segreti, che Tacito conosce a fondo come se fosse il loro intimo confidente. A questo modo scopre spesso doppiezze ed ambiguità dove c’è una tranquilla franchezza. Ma egli adopra a dimostrar certe tesi una divertentissima abilità, interpretando con sottigliezza greca i documenti, mettendo in luce quelli che gli sono utili e nascondendo i contradditori, tal quale un avvocato.

È così riuscito ad imporre ai posteri le figure di Tiberio, di Claudio, di Agrippina, per il loro straordinario risalto, ma le ha falsificate una dopo l’altra secondo lo stesso preconcetto. Tiberio è il tipo che incarna meglio quello strano ideale letterario, perchè, essendo la doppiezza in persona, è ricchissimo di sfumature, di contrasti, di dubbi, di raffinate perversità, di morbose inquietudini, cosicchè in qualunque sua azione si possono ritrovare doppi motivi. Con dei «si credette»... e dei «si pensò»... Tacito fa passare delle gravi malignità. Ma se si legge attentamente il suo testo, è facile accorgersi che Tiberio può cambiare fisionomia con facilità, poichè tutte le azioni ambigue sono mutate in perfide e qualunque opera buona è messa in conto all’ipocrisia. Ora, secondo Tacito, per nove anni di seguito Tiberio sarebbe stato assiduamente ipocrita; ossia avrebbe compiuto buone azioni, pur con ripugnanza. Per provare che queste opere buone erano fatte ipocritamente e con ripugnanza, Tacito non ci offre che la propria certezza, e la penetrazione con cui lesse nei pensieri segreti del principe. In verità Tiberio, come tutte le altre figure, è un personaggio fantastico, inventato e dipinto dall’odio, combinando insieme molte deduzioni sottili, ingegnose, ma arbitrarie.

Si spiega così come questo giustiziere, che vuole narrare e giudicare sui documenti, sia così spesso irresoluto e diffidente. Talvolta gli accade di non sapersi decidere tra due notizie contradditorie ma ambedue serie, onde sente il dovere di citare tutte le fonti, che si contraddicono, lasciando la scelta al lettore. Invece, quando si imbatte in voci udite durante la giovinezza, che suonino accusa contro i principi e che lusinghino la sua sospettosità, non resiste mai, nonostante le sue dichiarazioni d’imparzialità, alla tentazione di riferirle, dando loro il primo posto fra l’autorità della storia. «Io stimo indegno della gravità di quest’opera l’andare dietro alle favole per stuzzicare i lettori, ma non oso nemmeno sfatare ciò che è stato divulgato e scritto»[21]. Ciò che egli non osa sfatare sono quasi sempre certe calunnie, che giravano per Roma divulgate da anonimi in storie scandalose, di cui il pubblico naturalmente era ghiottissimo, tanto è vero che Tacito prega «coloro che leggeranno quest’opera a non anteporre quelle divulgatissime ed inverosimili storielle così avidamente ricercate, alle storie vere — «neque in miraculum corruptis»[22]. Nè Tacito riferisce soltanto queste storielle, che avrebbe dovuto respingere sdegnosamente; ma pure avvertendo di non dar loro gran peso, le racconta in modo che paiono vere, cosicchè spesso è riuscito ad accreditarle come storiche.