VIII.

Questa sommaria indagine dei documenti diplomatici sinora venuti in luce, ci consente di rettificare la dichiarazione di guerra della Germania. No, non la Russia e meno che mai l’Inghilterra, ma l’Austria e la Germania hanno acceso il grande incendio. I fatti e le date parlano chiaro. Nei primi giorni della settimana fatale che corse dal 24 luglio al 1º agosto, l’Austria provoca apertamente le Potenze della Triplice Intesa, minacciando la Serbia, dichiarandole guerra, respingendo tutti i pacieri che si offrono, non ascoltando gli avvisi della Russia, alla quale tutto si potrà apporre fuori che di non aver parlato chiaro sin dal primissimo giorno.... Frattanto la Germania parla e agisce piuttosto ambiguamente, ma sempre cercando di favorire copertamente, senza troppo aprirsi, i piani e i maneggi dell’Austria. Negli ultimi giorni l’Austria sembra rinsavire alquanto, forse più a parole che a fatti, perchè mentre accenna a ritrarsi, incita di soppiatto la Germania a farsi innanzi e a minacciare in sua vece. Al che la Germania acconsente, sul principio con qualche circospezione: finchè alla prima resistenza un po’ seria della Russia prorompe; e mentre tutti intorno a lei esitano, aspettano, temono, si crucciano, trattengono il respiro, rompe in poche ore ogni indugio e la sera del 29 luglio, poche ore dopo aver rassicurata con parole di pace l’Europa, delibera la guerra universale.

Non sarà mai ripetuto abbastanza che proprio questo è il gran mistero della terribile storia: perchè il 29 luglio, ventiquattr’ore dopo che il Cancelliere aveva rassicurato con parole l’ambasciatore inglese, il Governo imperiale a un tratto intima alla Russia di cessare la mobilitazione contro l’Austria, mentre l’Austria non si considerava ancora minacciata dai preparativi russi e non ne muoveva lagnanza? Delle generazioni si tormenteranno forse per sciogliere questo tremendo quesito, a cui sinora i documenti non dànno che una sola risposta, laconica ma pregnante, per rubare agli antichi retori un loro aggettivo espressivo: che cioè «i capi dell’esercito insisterono» — come disse il 30 luglio lo Jagow al Cambon (L. Giallo, 109). Quante cose lascia intravedere questa frase! Ma se i capi dell’esercito hanno voluta e imposta la guerra al Governo tedesco debole e incerto, la sera del 29 luglio, in quel Consiglio di Potsdam, un altro quesito si pone: come abbiano potuto i capi dell’esercito aver tanta autorità da trarre tutto il popolo alla favolosa avventura; come sia accaduto che quella sera, in quel Consiglio, o nessuno abbia pensato che si stava per dar fuoco all’Europa; o se alcuno ci ha pensato, gli altri non abbiano tremato innanzi alla terribile responsabilità che si assumevano. Negli studi seguenti si cercherà di sciogliere questo quesito. Provato che la Germania ha presa l’iniziativa della guerra universale, cercheremo di spiegare come una Nazione abbia potuto osare, innanzi al mondo e alla storia, nell’anno di grazia 1914, questa incredibile audacia.

II. LE CAUSE PROFONDE DELLA GUERRA

Questa seconda parte del volume comprende tre discorsi — dei quali i due primi sono inediti.

Il primo fu tenuto a Milano, per invito della Università Popolare, il 25 gennaio del 1914. Non tratta dunque della guerra, ma dell’America, dell’Europa e del progresso, riassumendo una delle tesi principali dell’ultimo libro dell’autore, che si intitola appunto Tra i due mondi. Il discorso potrebbe dunque sembrar estraneo all’argomento di questo volume: ma non è. Quanto sta scritto sulla guerra negli studi successivi raccolti in questo volume è l’applicazione di alcune idee esposte brevemente in questo discorso e più ampiamente svolte nel libro. È parso quindi opportuno all’autore far sì che il lettore, volendo, potesse, dopo aver conosciuto come la guerra europea è scoppiata, e prima di passare a vedere quali sono state le cause profonde della catastrofe, rendersi conto delle idee direttive che saranno guida e lume all’autore per intendere un così vasto fenomeno. L’autore spera così che gli studi seguenti riescano più chiari; e che il lettore possa giudicare se egli non si illuda, sul finir di questo primo discorso, mostrando di credere che «questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere il nostro tempo; e nelle loro congiunture vitali, le idee e le dottrine in cui crede, la politica che fa, le aspirazioni e i bisogni che lo travagliano, le crisi e i pericoli che lo minacciano». La guerra europea dovrebbe essere una eccellente pietra di paragone per tutte le dottrine, che pretendono di illuminare gli uomini sulle inclinazioni, i meriti e i vizi della civiltà presente.

Il secondo discorso fu tenuto a Firenze, il 13 marzo del 1915, per invito di un Comitato riunitosi apposta e di cui era anima Giulio Caprin, nel salone dell’Università Popolare posta nella scuola Luigi Alamanni; e ripetuto il 16. Applica alla guerra europea alcune delle idee svolte nel discorso precedente.

Altre di queste idee sono infine applicate nel terzo discorso, che fu pronunciato il 12 febbraio del 1915, a Parigi, nel massimo Anfiteatro della Sorbona, nella grande riunione convocata dall’Union des groupements latins e presieduta da Paolo Deschanel, presidente della Camera dei deputati. Il testo francese fu pubblicato nel Temps e nel Journal des Débats del 13 e nella Revue Hebdomadaire del 20 febbraio: la traduzione italiana, curata dall’autore stesso, nel Secolo del 13 febbraio. Questa traduzione non concorda sul finire con il testo francese, che porta le tracce di un pentimento avvenuto all’ultimo momento: la si ristampa con qualche emenda e ritocco, facendola terminare nel modo stesso del testo francese.

I. IL DISCORSO DI MILANO:
PROGRESSO E DECADENZA

Signore e Signori,