La storia indagherà a suo tempo e racconterà agli uomini, giorno per giorno, ora per ora, quanto fu detto, sussurrato, pensato, voluto, operato, nelle Corti e nelle Cancellerie dell’Europa, in quella settimana fatale. Oggi ogni Governo si studia di non divulgare se non quanto serve a ributtare su gli altri Governi la responsabilità dell’immane catastrofe. Ciò non ostante un punto non può ormai più essere messo in dubbio da nessun osservatore imparziale e informato. La guerra europea è scoppiata, perchè la Germania — popolo e governo — l’hanno voluto. Quale sia stata la parte del governo e quale la parte del popolo, poco importa: quel che conta, è che nel momento decisivo popolo e governo sono stati d’accordo nel fulmineo assalire a ponente e a levante due potenti vicini, che non avrebbero desiderato di meglio che di godersi la prospera pace di cui si allietavano. Onde il gran quesito: perchè un popolo che, essendo così industrioso e professando gli stessi principî morali e politici dei suoi vicini, avrebbe dovuto desiderare la pace alla pari degli altri popoli d’Europa, è stato ad un tratto invasato da tanta furia guerresca, senza aver ricevuto provocazione, a proposito di fatti che lo toccavano solo per via indiretta? È questo popolo, a dispetto delle apparenze, diverso dai suoi vicini e in verità straniero all’Europa, nel cui cuore vive e cresce di numero?

Per rispondere a questo quesito occorre innanzi tutto ricordare che questa guerra non è soltanto una guerra; ma è, come la caduta dell’impero d’Occidente, come l’avvento del Cristianesimo e la Rivoluzione francese, un cataclisma storico. Perciò, se gli accidenti che ne furono l’occasione sono nel presente, le cause profonde, cioè le vere, rimontano lontano: a quella immensa rivoluzione di cui la stessa Rivoluzione francese è un episodio, e che da due secoli va capovolgendo i principî su cui l’ordine sociale aveva posato sin dalle origini della storia. I secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche, e quindi ogni cosa antica deve essere sacra. E un secolo — il decimonono — osò rovesciare questo principio e affermare, in nome del progresso, che la novità, solo perchè nova, doveva esser migliore dell’antico; che ogni generazione aveva il dovere di rinnovare quante più cose potesse tra quelle che troverebbe. I secoli avevano detto all’uomo che la moderazione dei desiderî, la semplicità del vivere, la parsimonia erano le virtù massime. E il secolo decimonono rovesciò anche queste opinioni; disse virtù il guadagnare e lo spendere largamente, l’accrescere i desiderî, i bisogni, le aspirazioni. Per secoli e secoli era stato detto che l’uomo nasceva per obbedire alle autorità umane e divine: e il secolo decimonono gli disse invece che egli nasceva per vivere libero e per esercitare nella libertà tutte le facoltà sue; che egli perciò doveva domandare la ragione di tutte le autorità a cui si vuol sottoporlo. Necessario effetto di quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento di principî, per cui quel che era male è diventato o sta diventando bene e quel che era bene è diventato o sta diventando male, doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo, che anch’esso tanti principî della società antica aveva capovolti, sebbene con un procedimento diverso; un perturbamento, le cui cagioni sfuggono ai più, ma che si fa sentire in ogni parte del mondo presente. O che non possa accadere mai che il principio nuovo della libertà e del progresso sradichi e tolga di mezzo per sempre e tutto intero il principio antico dell’autorità e della tradizione; o che per sradicarlo e annullarlo occorra più tempo di quello che sinora è corso, fatto sta che presso tutti i popoli d’Europa il principio nuovo non ha trionfato che in parte, mentre in parte l’antico si è conservato. Nasce da ciò, in tutte le moderne nazioni d’Europa, una interna ineguaglianza, tormentosa e continua ma diversa dall’una all’altra; perchè la tradizione e l’autorità non hanno vinto e non hanno ceduto allo stesso modo in tutta Europa. Un popolo è conservatore e tradizionalista in cose in cui l’altro cerca smanioso il progresso, la novità, la libertà — e viceversa.

II.

Se noi paragoneremo rapidamente tra loro i tre maggiori Stati dell’Europa considerandoli a questa stregua, noi spiegheremo forse per qual ragione la Francia e l’Inghilterra desideravano la pace, e la Germania abbia invece loro imposta, come l’ha imposta al mondo, la guerra. Nel grande rivolgimento di idee e di principî, onde è nata la civiltà moderna, la Francia ha fatta la parte sua — e che parte: la Rivoluzione! La Rivoluzione francese ha opposto, come tutti sanno, al principio dell’autorità che per tanti secoli aveva retti gli Stati, il principio della libertà. Perciò la Francia è certamente la nazione d’Europa in cui il principio nuovo della libertà ha maggiormente prevalso nella politica sull’antico: la sola nazione, forse, presso la quale lo Stato, distaccato dalla sua facciata tutto il mistico e magnifico apparato di un tempo, apparisce agli uomini quale è, nuda opera della ragione, inteso solo a servire gli uomini che gli sono sottoposti; e l’autorità, invece di discender dall’alto, emana da coloro che devono obbedire. L’opinione quindi, abbandonata alle sue libere ispirazioni, governa senza limiti e freni la repubblica: una cosa che sarebbe sembrata, tre secoli fa, una empietà o una follia solo a parlarne. Ma dallo Stato e dalle dottrine politiche in fuori, non c’è forse altra nazione di Europa in cui lo spirito antico — il rispetto della tradizione, il senso della misura e dell’autorità — sia così forte come in Francia. La Francia è giudicata da molti un paese «arretrato», come oggi si dice, perchè, quando non si tratti di teorie politiche, l’antico vi resiste molto meglio che altrove al modernismo invadente. La gente vive ancora, non ostante la ricchezza, con modestia e semplicità, almeno a paragone dei larghi mezzi di cui dispone; pratica l’antiquata virtù del risparmio; è restia a mutare i modi usati del vivere quotidiano; ha forte il sentimento della famiglia. Le classi colte non sentono ancora così viva come in altri paesi la smania di rammodernare senza tregua filosofie, arti, scienze. Dopo la Rivoluzione, la Francia — e non è questo uno dei suoi meriti minori — non ha più dato alla luce molte filosofie nuove e non si è molto riscaldata per quelle che la Germania veniva partorendo con tanta fecondità. Oggi ancora la Francia, sola forse tra le nazioni, dubita che l’arte debba anch’essa fare ad ogni costo e sempre delle cose nuove; e non ripugna dal riconoscere l’autorità dei modelli.

Non è difficile dunque intendere come un popolo, il quale era ricco, potente, istruito, e aveva il senso della misura, e non si lasciava facilmente abbagliare da speciose dottrine a desiderare l’impossibile, e lasciava l’opinione popolare governare lo Stato, desiderasse la pace. La Francia era paga della sua sorte e non desiderava cose impossibili: per quale ragione avrebbe attirato sulla sua terra felice il flagello della guerra? La moltitudine, quando può seguire la sua inclinazione naturale, vuol piuttosto pace che guerra. La Francia aveva desiderata la pace con tanto ardore, che più di un vicino — e forse anche il nemico — aveva conchiuso che fosse infrollita. Se passiamo a considerare l’Inghilterra noi troviamo una contradizione diversa. L’Inghilterra ha fatta anche essa la sua parte nel recente sconvolgimento del mondo. Opera più sua che d’altri è la rivoluzione industriale, senza la quale la rivoluzione politica avrebbe assai meno alterato l’antico ordine del mondo. Quando l’uomo non possedeva altri strumenti che quelli — i più di legno — che erano mossi dalla sua mano o dai muscoli di qualche animale addomesticato, egli poteva, sì, fabbricar delle meraviglie, ma in quantità scarsa; e perciò pure doveva considerare la parsimonia come una virtù, la prodigalità come un vizio. Ma quando gli uomini riuscirono a congegnare nuove macchine di ferro, a muoverle con la forza del vapore e a produrre beni in quantità, sia pur più scadenti, non cercarono più nelle cose la bellezza o la bontà, ma la varietà e l’abbondanza. Se no, a che scopo fabbricarne tanto numero? L’uomo sembrò allora farsi più perfetto, quanto più imparava a lavorar rapido e quanto più numerosi si facevano i suoi bisogni.

L’Inghilterra avendo iniziato la rivoluzione industriale, doveva — come ha fatto — cercare prima e più di ogni altro popolo di screditare i costumi dei padri, le tradizioni casalinghe, la semplicità, la parsimonia. Tutti sanno che nella vita privata l’inglese è una specie di zingaro, che non può più affezionarsi seriamente a nessuna delle cose che lo circondano: nè alla famiglia, da cui si stacca facilmente e presto, nè alla casa che cambierà cento volte in sua vita, nè alle proprie abitudini, perchè la tirannica forza della moda, governata a sua volta dall’industria, lo costringerà ogni pochi anni a contrarne di nuove. Ma questa instabilità di gusti, di abiti, di costumi posa invece sopra un fondamento di tradizioni politiche ed intellettuali, poco meno che granitico. Non c’è popolo più restio dell’inglese a mutare opinioni, gusti, metodi, principî, convinzioni, nell’arte, nella scienza, nella religione, nella filosofia e sino ad un certo segno anche nella politica. Accusano oggi i tedeschi l’Inghilterra di aver voluta e fatta nascere la guerra: ma sono davvero ingrati con la nazione che aveva fatto quanto stava in lei perchè essi potessero impadronirsi di sorpresa dell’Europa. L’Inghilterra non solo non voleva la guerra europea, ma non ha mai neppure creduto, per quanto pochi veggenti l’avessero più volte messa sull’avviso, che potesse scoppiare; perchè nella storia non aveva mai visto un altro ciclone che somigliasse a questo e perchè la guerra l’avrebbe disturbata troppo nei suoi piaceri e nei suoi affari. Onde non aveva preparato nulla per la guerra — nè alleanze, nè esercito, nè tesoro; ha esitato fino all’ultimo istante, sinchè i soldati tedeschi non hanno varcata la frontiera belga; e per parecchi mesi ancora dopochè la conflagrazione era scoppiata, non ha capita la grandezza del cimento a cui si era accinta. Buon per lei che la Francia è riuscita da sola a contenere l’invasione tedesca; se no, che cosa mai sarebbe stato di te, disgraziatissima Europa!

In Germania invece ritroveremo una contradizione, diversa così da quella della Francia come da quella dell’Inghilterra. Tutti sanno quanta forza il principio mistico dell’autorità abbia conservato, anche nel ventesimo secolo, in mezzo ai tedeschi. Dio governa ancora i tedeschi, i quali perciò credono di dover essere i suoi beniamini. Si ripete sovente in Europa che la Germania è un pezzo di medio evo: a torto, se si guarda alle forme dello Stato, che si sono abbastanza rammodernate; a ragione, se si guarda allo spirito. Dove se non in Germania possiamo noi ritrovare l’adorazione della potestà regia e di tutte le autorità che emanano dal Sovrano, trasportata dal secolo XVII al secolo XX ma più viva e sincera, perchè temperata con un certo spirito di libertà e di critica; ma più universale e più imperativa, perchè insegnata e inculcata da uno Stato organato mirabilmente, onnipotente, onnipresente? Le monarchie assolute che furono prima della Rivoluzione, erano venerate molto più che non fossero davvero obbedite. Come venerata più che obbedita è oggi ancora l’autorità dello Stato in Russia e in Turchia. In Germania l’autorità, applicando con forza e misura moderna gli antichi principî del governo monarchico, è riuscita a farsi rispettare e obbedire; cosicchè lo Stato tedesco era certo, allo scoppiar della guerra, il più forte d’Europa, quello che aveva a temere meno così la contradizione, come la malavoglia e l’indifferenza dei sudditi.

Ma quale anarchia di costumi, di gusti, di aspirazioni, di criteri, di idee controbilancia, nella Germania moderna, questa forza dello Stato! Non c’è popolo presso il quale le antiche tradizioni di semplicità e di modestia siano state soprafatte da una smania più furente di ricchezza e di lusso: non c’è popolo che abbia santificato con maggior fervore per tutti gli uomini l’eroico dovere di guadagnare e di spendere, di lavorare e di godere finchè bastano le forze e il respiro: non c’è popolo che si sia più gloriato di scavalcare, pensando e operando, tutti i limiti che per tanti secoli l’uomo aveva rispettati: non solo quelli segnati dalle autorità antiche o dalla tradizione, ma anche quelli segnati dal buon senso, o dal senso morale o dalla verecondia. Tutti avete sentito anche troppo parlare, in questi mesi e prima della guerra, della cultura tedesca, di quella scienza e di quella filosofia che dalla Rivoluzione francese in poi hanno trovati tanti alunni tra i popoli troppo vecchi e i popoli troppo giovani, e di cui disgraziatamente le Università d’Italia sono oggi le ancelle più umili che ci siano in tutta Europa. Ma in che propriamente si distingue questa cultura dalle altre, che l’hanno preceduta o che le vivono accanto? In questo: che troppo spesso o per soverchio orgoglio o per scarsa esperienza o per qualche altro mancamento, non sa discernere il punto a cui il pensiero deve nella ricerca fermarsi, perchè se lo oltrepassa si capovolge e precipita roteando su se medesimo nel vuoto sofistico. C’è molta gente che da otto mesi, levando gli occhi e le mani al cielo, esclama e sospira: «Chi l’avrebbe mai detto? La Germania.... La Germania.... Far tutto quello che ha fatto! Dar tanti cattivi esempi! Un paese con tanti scienziati e filosofi, così istruito e sapiente!». Ma credete voi davvero che la scienza e la sapienza siano, come dicono gli scienziati e i filosofi, beni immarcescibili e incorruttibili, l’essenza stessa del progresso, un raggio della luce divina che ovunque si posi, purifica, avviva, rallegra? No: anche la scienza e la sapienza, opere umane, sono soggette a tutte le perversioni e le corruzioni, in cui la natura umana può incorrere: errano anch’esse e traviano, sopratutto se presumono di oltrepassare nel conoscere una certa misura, che non è mai tracciata dalla scienza stessa, ma dalla modestia, dal senno, da un certo, quasi direi, «senso umano» che il sapiente deve avere di sè e delle cose. Ma è proprio questo «senso umano» che fa difetto alla cultura tedesca, insofferente di limiti. Spinto da un orgoglio frenetico a non voler prendere le mosse che da se medesimo, smanioso di creare ogni giorno morali, diritti, arti, religioni, filosofie tutte nuove e originali, lo spirito tedesco compie da un secolo un lavoro titanico, per riuscir troppo spesso a complicare le questioni semplici, a oscurare le chiare, a porre problemi insolubili, a confondere la coscienza morale, a intorbidare il gusto artistico del mondo!

III.

Quanti esempi si potrebbero citare! Basti uno, tratto da studi con cui ho maggiore domestichezza; e che forse apparirà memorando agli uomini, il giorno in cui saranno guariti da questa malattia: la questione omerica. L’Iliade e l’Odissea — tutti lo sanno — sono i due solenni monumenti di poesia che fiancheggiano le porte della nostra storia. Incomincia da quelli la letteratura dell’Europa. Non è dunque meraviglia che in tutti i secoli essi siano stati oggetto di molti e diligenti studi. Ma per quanto siano grandi le libertà che di solito i critici si arrogano nell’interpretare, commentare e ammirare i capolavori, i cui autori sono morti da un pezzo, i critici avevano per secoli rispettati almeno due limiti, nel trattare quei due venerandi decani della letteratura. Uno di questi limiti era la tradizione, la quale ci raccontava che nell’ottavo secolo a. C. era vissuto un poeta, chiamato Omero, il quale aveva composti i due poemi e di cui ci narrava alla meglio la vita. Sebbene la tradizione fosse manchevole, lacunosa e non in ogni parte concorde, gli uomini avevano creduto per secoli di rispettarla, pensando che in fin dei conti gli antichi erano in grado di saper da chi, quando e come erano state scritte l’Iliade e l’Odissea meglio di noi; e che se già gli antichi avevano dimenticato il vero nome dell’autore, era poco probabile che potessimo ricordarcene noi. L’altro limite era ancora più umile, perchè era posto dal buon senso; il quale pretende che, come ogni figlio ha un padre, così ogni libro debba avere un autore; e che se tutti i libri che noi possediamo sono purtroppo stati scritti da uno sciagurato, che un bel giorno ha intinto la penna nel calamaio e ha incominciato a scrivere la prima parola, continuando sino all’ultima pagina, così dovrebbero essere state scritte anche l’Iliade e l’Odissea. Se dunque la tradizione e queste considerazioni del senso comune non soddisfacevano a pieno il nostro desiderio di sapere, almeno furono per secoli le colonne d’Ercole, oltre le quali la curiosità degli uomini non osò avventurarsi, sinchè non sopraggiunse la scienza tedesca. Questa, senza esitare, varcò anche quei limiti; e il castigo non mancò: invece di continuare a rinfrescar la mente in quella viva onda di poesia, gli uomini si scervellarono a voler risolvere l’insolubile problema di rifar la storia di un’opera, intorno a cui non ci sono più notizie; architettarono e discussero sul serio le ipotesi più insensate, studiarono e scrissero molto, ma non conchiusero nulla; finchè uno sciagurato portò le rozze manaccie sul capolavoro immortale, osò spezzarlo per ricostruire, egli, in Germania, l’Ur-Ilias, la vera Iliade.