Per giudicare se la collera pubblica era giustificata, occorre conoscere quale fosse, verso il 10 maggio, la situazione diplomatica dell’Italia. Studiamo dunque il Libro Verde. Nel trattato della Triplice Alleanza era stato inserito un articolo, il settimo, la cui lettera non è ancora nota a noi semplici mortali, ma il cui tenore si arguisce dalle discussioni che intorno a quello sono fatte nel Libro Verde. Con quel patto l’Austria-Ungheria e l’Italia si impegnavano ad intendersi prima e a concedersi a vicenda dei compensi, per ogni azione dell’una e dell’altra Potenza, che alterasse l’equilibrio dei Balcani. Richiamandosi appunto a questo patto, il 9 dicembre del 1914 l’onorevole Sonnino chiede all’Austria, che tentava in quei giorni di invadere la Serbia, di intavolare la discussione intorno ai compensi che all’Italia spettavano per ciò che l’Impero vicino aveva fatto, faceva e potrebbe fare in Serbia e contro la Serbia. Da questa prima domanda prende le mosse una discussione, che ha durato sino alla fine di aprile: una discussione, nella quale pur troppo l’Italia ha dovuto far figura di mercanteggiare per cinque lunghi mesi, freddamente, brano a brano, la pelle della Serbia; ma che l’Italia, per quanto il discutere potesse ripugnarle non poteva schivare. Nessun Governo avrebbe potuto lasciar cadere in prescrizione i diritti contenuti in quel fatale articolo settimo, senza incorrere in una terribile responsabilità il giorno in cui il testo del trattato fosse stato conosciuto. «Che avete fatto dei diritti dell’Italia?» — avrebbe gridato quel giorno al Governo il Paese. Era dunque necessità chiedere i compensi, e, chiestili, discuterli. Non starò a seguir passo passo la lunga discussione, chè sarebbe una inutile fatica: dirò solo che entro gli angusti limiti delle convenzioni e dei principî che regolano l’azione diplomatica, l’on. Sonnino ha discusso con pazienza, con dignità e con abilità, in modo da poter rompere con l’Austria plausibilmente, in base al trattato medesimo. Ma sia, come è probabile, che l’articolo settimo fosse vago e impreciso, e fosse stato scritto in vista di eventi ben diversi da quelli a cui era forza applicarlo; sia che l’Austria fosse restìa per ragioni che non è difficile imaginare, certo è che molti passi e molte parole ci vollero, per persuadere l’Austria a interpretare il famoso e misterioso articolo su per giù allo stesso modo dell’Italia. Superato con l’aiuto e per intromissione della Germania questo punto, non ci volle minor tempo e fatica per persuadere l’Austria a dire quali compensi essa fosse disposta a dare all’Italia. Finalmente il 27 marzo il barone Burian partecipa al duca di Avarna (Libro Verde, doc. 56) che «l’Austria-Ungheria sarebbe pronta ad una cessione di territorî nel Tirolo meridionale, compresa la città di Trento. La delimitazione particolareggiata sarebbe fissata in modo da tener conto delle esigenze strategiche che creerebbe per la Monarchia una nuova frontiera, e dei bisogni economici delle popolazioni». Il Governo italiano (Libro Verde, doc. 58) risponde il 31 marzo che l’offerta è vaga e insufficente; e il 2 aprile (Libro Verde, doc. 60) il Governo austriaco precisa: «I territori che l’Austria-Ungheria sarebbe disposta a cedere all’Italia alle condizioni indicate comprenderebbero i distretti (Politische Bezirke) di Trento, Rovereto, Riva, Tione (ad eccezione di Madonna di Campiglio e dei suoi dintorni), nonchè il distretto di Borgo. Nella Vallata dell’Adige il confine rimonterebbe fino a Lavis, località che resterebbe all’Italia». L’8 aprile (Libro Verde, doc. 64) l’on. Sonnino dichiara che quel che l’Austria-Ungheria offre non basta; e presenta le richieste sue: chiede cioè che l’Austria dia tutto il Trentino coi confini, che ebbe il Regno Italico nel 1811 e il gruppo delle Isole Curzolari; che corregga a favore dell’Italia il confine orientale, restando comprese nel territorio ceduto le città di Gradisca e di Gorizia; che acconsenta a costituire Trieste e il suo territorio in uno Stato autonomo; che riconosca la sovranità dell’Italia su Vallona e si disinteressi dell’Albania, acconsentendo infine a dar subito esecuzione al trattato. Ma l’Austria respinge tutte queste richieste, acconsentendo solo a ingrandire alquanto la sua offerta del Tirolo: intorno a queste proposte e risposte si discute tutto il mese di aprile senza venire a conclusione, finchè il 3 maggio (Libro Verde, doc. 76) il Governo italiano denuncia l’alleanza con l’Austria «C’est pourquoi l’Italie — così termina la denuncia — confiante dans son bon droit, affirme et proclame qu’elle reprend dès ce moment son entière liberté d’action, et déclare annullé et deshomais sans effets son traité d’alliance avec l’Autriche-Hongrie».
Tale è, per sommi capi, il negoziato diplomatico che ha messo capo alla guerra: monumento della mala fede italica, diranno gli Austriaci; prova lampante della perfidia austriaca, risponderanno gli Italiani; rovina inevitabile di una politica troppo artificiosa, conchiuderà chi abbia forza di abbracciar nelle loro congiunture vitali gli eventi. La guerra tra l’Austria e l’Italia era stata scritta molti anni prima nello stesso trattato di alleanza da diplomatici che pur troppo non sapevano leggere l’avvenire negli astri; dalla mano ignara che, credendo di provvedere alla pace, aveva compilato quel fatale articolo settimo. Già l’abbiamo veduto: l’Italia era obbligata a chiedere i compensi, anche a rischio di sforzare la lettera dell’articolo: ma che cosa poteva offrir l’Austria se non qualche ritaglio di territorio o qualche vantaggio d’ordine o economico o coloniale? Si è mai veduta una grande Potenza comperare da un’altra il diritto di fare una guerra a prezzo di un brano della sua carne viva? E allora poteva l’Italia, sotto gli occhi del mondo, mentre i grandi popoli di Europa sono tutti una piaga e tutti rossi di sangue, vendere per trenta denari la Serbia ed il Belgio, che, pur senza che alcuno nemmeno accennasse nelle trattative al piccolo regno sbranato dalla Germania, avrebbe per la forza della situazione fatto parte dello stesso mercato? Che altro scampo ci restava, se non chiedere compensi che il Governo austriaco non potesse concedere, e il cui rifiuto era forza provocasse la guerra?
Le richieste poste innanzi dal Governo italiano potevano essere subite da uno Stato vinto e rivinto, non essere accettate dall’Austria, nelle circostanze presenti. Ma se questo punto non è dubbio, è pur evidente che il Governo italiano doveva porre all’Austria, per permetterle di sgozzare liberamente la Serbia, delle condizioni inaccettabili: perchè le concessioni che l’Austria avrebbe potuto fare, esso non poteva accettarle; e non le poteva accettare, perchè il sangue della Serbia e del Belgio non potevano essere oggetto di un mercato e materia di compensi. Nessuno, il quale conosca l’Europa, abbia sentore dei fremiti che ne percorrono le viscere, intraveda i nuovi orientamenti dello spirito pubblico, può dubitare che noi, facendo mercato del sangue dei Serbi e dei Belgi, ci saremmo disonorati di fronte alle Potenze della Triplice Intesa, nel tempo stesso in cui, approfittando senza misericordia delle difficoltà che angustiano gli Imperi germanici, ce li saremmo inimicati. E tanto meno poi dubiterà che da questa infamia e da questa inimicizia potevano nascere per l’Italia, nel presente perturbatissimo stato dell’Europa, i maggiori pericoli. Certamente chi imaginò e scrisse quel settimo articolo del trattato non prevedeva che un giorno, da un incidente di politica balcanica, sarebbe scoppiata la guerra europea; non prevedeva che quel nostro piccolo interesse balcanico, a cui credeva aver provveduto con accortezza, sarebbe stato un giorno legato da terribili eventi al destino del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, dell’Europa intera; credeva in buona fede di avere messo tra le due diffidenti Potenze un serio pegno di pace, e aveva invece — ironici scherzi che la storia fa spesso alla saggezza umana — gettato tra l’Italia e l’Austria il pomo della discordia, che genererebbe la guerra.
Insomma, sotto un certo aspetto questa guerra non è che la fine predestinata della Triplice Alleanza. Come tante altre opere del Bismarck, la Triplice Alleanza fu artificiosa, sforzata, quasi impossibile; perchè volle unire non interessi concordanti, ma molte, troppe rivalità passate, presenti e future, sperando di annullarle reciprocamente. L’autorità che conferì al Bismarck il successo e l’altrui pochezza, la debolezza del Governo austriaco e del Governo italiano, l’hanno protratta per trentatrè anni, non ostante mille inciampi; ma la guerra europea l’ha sfasciata nel volgere di nove mesi. E come tutte le alleanze rotte prima del tempo, si è rotta con la guerra.
Senonchè tutte queste considerazioni potrebbero sembrare della filosofia, all’uomo di Stato che di proposito suole circoscrivere i problemi politici nel cerchio angusto dell’ora presente. Chiudiamoci dunque anche noi — chè questa volta lo possiamo — in questo angusto cerchio. L’on. Giolitti è arrivato a Roma il 9 maggio; è stato ricevuto dal Re e si è abboccato con il Presidente del Consiglio il 10: sette giorni dopo che il trattato con l’Austria era stato denunciato. Come ha egli potuto pensare che, dopo aver denunciato, e a quel modo, il trattato, l’Italia potesse ancora ritornare sui suoi passi, ricominciare a discutere dei compensi in base al trattato, disdirsi cioè e ritirare la denuncia? Come mai non si è accorto che, savia o improvvida che la denuncia fosse, ormai era stata fatta; che l’atto irrevocabile era compiuto; e che la guerra era già stata virtualmente dichiarata il 3 maggio? Ha dunque potuto sfuggirgli che l’Italia si sarebbe screditata alla pari di uno Stato mussulmano in decomposizione, se fosse sospettata di aver denunciato un trattato di alleanza, che per trentatrè anni era stato uno dei fondamenti della pace del mondo, così, per una finta, a scopo di lucro, come un’astuzia di sensale che mercanteggi? Non ha temuto che tra la Triplice Intesa ingannata e la Triplice Alleanza ricattata, l’Italia potesse domani sprofondarsi nel vuoto? E non l’ha trattenuto neppure il pensiero di turbare con nuovi dubbi e rinate incertezze la nazione, che a poco a poco si faceva animo alla guerra, persuadendosi che era — come difatti era — imposta dalla necessità?
Io non riesco a imaginare come un uomo invecchiato governando abbia potuto non vedere tutte queste cose; come non saprei spiegare perchè il Ministero abbia fatto un tal mistero della avvenuta denunzia. Se già il 10 maggio fosse stato di pubblica ragione che l’alleanza con l’Austria era rotta, forse la mossa dell’on. Giolitti non avrebbe trovato seguito e i partiti avrebbero fatta grazia al Paese delle turbolenze che la seguirono. Tra i deputati che fra il 10 e il 15 maggio hanno ondeggiato come i campi di grano quando soffia il vento, molti erano sinceri; e quasi tutti potrebbero allegare la scusa che il 10, l’11 e il 12 maggio non conoscevano il vero stato delle cose. Nè può non sembrare singolare che, deliberata la guerra dal Consiglio dei Ministri e dalla piazza, non siano state concesse al Parlamento che poche ore per leggere il Libro Verde, meditarlo, risolversi ed approvare, a sua volta ed ultimo, la guerra. Questa fretta non è forse anch’essa una specie di atto ufficiale di esautoramento? Ad ogni modo tale fu il destino di questa guerra; e così fu che tra un uomo diventato inabile per eccesso di abilità, un Parlamento incerto, perplesso, ligio ad un uomo, mal informato, screditato, e un Ministero silenzioso, il Paese è entrato di mezzo, o meglio una parte del Paese, spinta da una passione e da una specie di istinto chiaroveggente, che tenne luogo in quei giorni di esperienza e di senno, e lo fece avvertito che in alto si stava per compiere alla leggera un passo pericolosissimo, più pericoloso della guerra più lunga e terribile. E allora in pochi giorni precipitò quella catastrofe, che l’autore di queste pagine già presentiva — si direbbe — scrivendo nel mese di giugno del 1914 intorno alla settimana rossa; e il solito interregno di ogni nuova legislatura apparve questa volta quale era: una crisi gravissima dello Stato tutto quanto, esautorato di proposito e quasi con metodo da quindici anni. Allo Stato esautorato è mancata autorità per resistere alle grida, alle imprecazioni, alle processioni, alle concioni, alle gazzette infuriate; il Parlamento ha capitolato, stordito da questo clamore; quel potere personale, da dieci anni saldo in vetta allo Stato come un’Acropoli, si è abbiosciato — dirà il tempo se per sempre o per qualche mese — in quarantotto ore, sotto quel gridar furioso e insensato di mille voci al «tradimento». Espiazione ben nota a chi conosce la storia del mondo: chè sempre i Governi i quali hanno indebolito lo Stato per non essere travagliati da opposizioni troppo forti, non hanno poi trovata negli organi debilitati dello Stato alcuna difesa, il giorno in cui sono stati fatti segno ad un attacco risoluto. Quella fina, troppo fina arte di governo, che da quindici anni reggeva l’Italia con tanta maestria di combinazioni contradittorie, non ha voluto riconoscere che già, componendo il fatale Ministero del 1911, essa aveva di gran lungo ecceduta la misura della prudenza nel governare a ritroso della ragione naturale, schietta e semplice delle cose. Chè anzi, quasi innamorata della propria abilità e affascinata dall’impossibile, ha voluto addirittura far passare l’Italia attraverso le fiamme della guerra europea senza scottarsi; una impresa a cui non c’era abilità di consumato parlamentare che potesse riuscire; e questa volta è stata presa nella rete sottile dei propri accorgimenti.
4. — La guerra.
Senonchè proprio per questa ragione la crisi di maggio fu cosa tragica e grave; e per questa ragione una responsabilità grande e grandi doveri pesano oggi su tutti noi: massimo tra i quali impedire che questa guerra sia principio e cagione quasi di un’altra guerra civile tra le classi colte e le plebi, tra l’«intelligenza» e il suffragio universale.
L’Italia ha nell’ultimo secolo spesse volte sacrificata la qualità alla quantità, là dove avrebbe ancora potuto — e forse dovuto — sostenere i diritti storici della qualità. Non si lasci oggi illudere che la qualità possa più che la quantità nella guerra europea; e che un’elite riesca ad imporre alla moltitudine una guerra lunga e difficile, senza averla persuasa che essa combatte per una causa giusta, la quale non poteva essere difesa che con le armi. Oggi le masse sono ancora turbate da una incertezza che, all’opposto di quanto era ragionevole prevedere, è andata crescendo man mano che la guerra europea si svolgeva. Nessuno di noi — già l’ho detto ma giova ripeterlo — dimenticherà finchè vive il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia nell’ultima settimana di luglio e nelle prime settimane di agosto del 1914: prima, l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’inquietudine per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche e per le oblique intenzioni di cui erano chiarissimo indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò la spada, dichiarando all’improvviso guerra alla Russia ed alla Francia; infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi corsero, attraversando il Belgio, all’assalto della Francia. In quei giorni l’Italia tutta, quella parte che scrive e quella che non legge, quella parte che crede in Dio e quella che crede nel socialismo, intuì che un popolo troppo orgoglioso stava per commettere nel cuore dell’Europa, sotto gli occhi del mondo atterrito, una tal violenza, che l’ordine morale dei nostri tempi sarebbe capovolto dalle fondamenta, se la violenza riuscisse felicemente; e spaventata invocò la Giustizia che frenasse non solo gli uomini, ma anche i popoli prepotenti; e sapesse respinger dalle frontiere violate a torto gli eserciti più formidabili. Furono i giorni in cui si udirono uomini, che per trent’anni avevano creduto di opporre la Triplice Alleanza allo spirito inquieto dei tempi come baluardo delle istituzioni, esclamare scuotendo il capo e alludendo alla monarchia prussiana «che in repubblica certe cose non potevano succedere». Furono i giorni in cui molti fra coloro che per anni avevano vilipesa la Francia, come una nazione corrotta e sfinita, tremarono in cuor loro di non essere stati calunniatori. Furono i giorni in cui tutta l’Italia imprecò alla Germania e al suo Sovrano, che avevano rotta la pace; intese che per molti secoli l’Europa avrebbe appena osato balbettare di libertà, di diritto, di pace, di fratellanza, se i tedeschi, calpestando il cadavere del Belgio, fossero giunti di nuovo vittoriosi a Parigi; e invocò un’idea, un esercito, un genio di guerra, qualunque forza e qualunque miracolo che potesse salvare l’Europa da quella crudele ambizione.
Rileggete i giornali del tempo; ricordate i discorsi che ognuno di noi faceva ed udiva in quei giorni.... Tutti abbiamo allora svolto — ognuno come sapeva e il cuore colmo di angoscia — questo unico tema. L’Italia in quei giorni si confuse e si fuse davvero, in un gran fremito di orrore e in un grande slancio di speranza, con tutta l’Europa minacciata dai Germani di nuovo in armi. Vennero poi le ultime settimane di agosto, quelle settimane in cui parve proprio che la Giustizia fosse sorda alle imprecazioni e alle supplicazioni di tanti suoi improvvisati devoti. Chi non ricorda le speranze chimeriche con cui cercammo di confortarci in quei giorni di passione? Ma gli aggressori avevano gridato vittoria troppo presto. Nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna. Il mondo respirò; respirammo pure noi. Ma sbollito un po’ lo sdegno dei primi e calmatasi alquanto l’ansia degli ultimi giorni di agosto, prendemmo a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. A poco a poco allora, senza quasi ce ne accorgessimo, un mutamento si operò nello spirito pubblico. Quello che si potrebbe chiamare il senso mondiale del conflitto, che era stato così vivo nelle prime settimane di agosto, si annebbiò nella nazione. L’Italia parve non sentire più in se medesima per simpatia i colpi inferti a tanti popoli dall’aggressione germanica; si staccò dall’Europa; si raccolse in sè e si isolò con il pensiero in quelli che potevano essere, nel conflitto europeo, gli interessi suoi.