Gli antichi avevano annoverato il vino tra gli Dei, perchè giudicavano divina una bevanda che, bevuta con moderazione, ha la virtù di assopire i crucci, di infondere l’allegrezza, di stimolare l’imaginazione, di rasserenare e di esaltare la mente. Ma l’antico Dio, apparendo sulla terra in forme sempre più numerose e diverse, da un secolo in qua s’è convertito in un torbido e tetro demonio: non genera più la gaiezza e la gioia, ma la pazzia, il delitto, la sterilità, la discordia, la miseria, la morte. Tutti sanno di quante sciagure quella malattia, a cui i medici hanno dato nome di alcoolismo, è cagione in tutta l’Europa, e come due nazioni fossero più gravemente minacciate da due di queste fatali bevande: la Russia dalla vodka e la Francia dall’absinthe.

Non è quindi da meravigliare se nei due paesi si cercassero farmaci al male. E quanti erano i medici! Uomini di Stato e di scienza, filantropi, preti, moralisti, capi di industria, maestri di scuola, gentili signore. Le Commissioni e le Società di propaganda create negli ultimi venticinque anni, e le leggi promulgate per ricondurre gli uomini della ebrietà alla sobrietà, non si contano; e neppure gli scritti pubblicati sulle cause e sulla cura del male. Tuttavia a dispetto di tanti medici, il male si aggravava in ogni paese, e massime in Francia ed in Russia. Il farmaco cercato dappertutto non si trovava in nessuna parte. La Scuola e la Chiesa erano egualmente impotenti. L’operaio ascoltava i buoni consigli e poi tornava alla bettola a berne un altro bicchiere. Scoraggiati, non pochi tra i medici conchiudevano che l’uomo è un essere naturalmente vizioso e che è inutile volerlo trattenere dal perdersi cercando il piacere. Qualcuno raccattava persino delle scuse al vizio. Era poi proprio così funesto, come si diceva? E quale altro conforto alleggerisce all’operaio la sua pesante catena negli ergastoli dell’industrialismo moderno? Ogni uomo cerca di evadere con l’imaginazione, come può, ogni tanto, dal carcere angusto del mondo ove è prigioniero, per i liberi campi dell’infinito. Il bicchiere di vino o il bicchierino di liquore possono essere, per l’operaio che non ne conosce altra, la piccola finestra aperta sull’infinito.

Così l’Europa si inebriava liberamente, sebbene a molti, che questo ottimismo non illudeva, stringesse il cuore di veder così nobili razze imbestiarsi a quel modo. Ma non c’era rimedio! Quand’ecco scoppia la guerra europea.... Ed allora, considerando che se in tempi ordinari l’ubriachezza è un vizio pericoloso, pericolosissimo è in tempo di guerra, quando così quelli che prendono le armi come quelli che restano a casa devono far uso, per la salvezza comune, di quanto giudizio la natura fu loro larga, si è pensato — rimedio a cui nessuno fino ad allora aveva posto mente — di proibire che si fabbricassero e si spacciassero le bevande inebrianti più nocive. Non era l’ovo di Colombo? Il giorno in cui l’operaio e il contadino non troveranno più alla bettola la bibita perniciosa, non si ubriacheranno più o almeno si ubriacheranno meno. Detto, fatto: in tempo di guerra si va per le spiccie. Il giorno dopo che lo stato d’assedio era stato proclamato, l’autorità militare proibiva in tutta la Francia la vendita dell’absinthe; e appena il Parlamento francese fu riconvocato, subito approvò una legge che interdiceva per sempre di fabbricare, vendere e importare absinthe in Francia. Poche settimane dopo che la guerra europea era scoppiata, lo Czar chiudeva tutte le fabbriche e tutti gli spacci di vodka che in Russia appartenevano, per diritto di monopolio, allo Stato. E da dieci mesi in Russia e in Francia, se non si può dir che non si beva più nè vodkaabsinthe — frodi e abusi non mancheranno mai nel mondo, finchè esisteranno uomini — la sobrietà è cresciuta e sono scemati gli effetti funesti dell’ubriachezza. Il rimedio, semplice ed efficace, è stato trovato.

Senonchè per quale ragione occorse tanto tempo — e nientemeno che un terremoto come la guerra europea — per trovare questo rimedio?

Infatti questo di cui parliamo non solo è un modo efficace per frenare nel popolo l’intemperanza, ma è il solo efficace. Due o tre secoli fa gli uomini, se erano per molti rispetti peggiori di noi, erano invece certamente più sobrî; ed erano più sobrî perchè non distillavano ogni anno tanti liquori e non pigiavano nei tini tanta uva; cosicchè ogni persona non ne poteva bevere che una parca misura. Qualche raro beone opulento poteva fare scempio della sua salute; la moltitudine povera e di modesta condizione, no. Perchè invece gli uomini si sono dati sfrenatamente al bere da un secolo; e proprio dopochè incominciò nel mondo l’êra della quantità? Perchè il secolo decimonono ha piantata la vigna in milioni di ettari incolti, perfino sulle terre strappate all’Islam, e al di là dell’Oceano; perchè ha ingrandite di mole e cresciute di numero a dismisura le fabbriche di birra; perchè ha inventati mille modi nuovi e ingegnosi di distillare da infinite sostanze l’alcool, e ha fabbricati, in gigantesche officine e per il mondo, dei liquori di cui una volta si fabbricavano ogni anno poche bottiglie in famiglia, seguendo una ricetta tradizionale. Ma dopo aver distillate tante bevande inebrianti, l’industria moderna doveva ben trovare il modo di farle ingoiare dal mondo. Non si dica infatti che oggi si fabbricano tante bevande inebrianti perchè il mondo è assetato; che il vizio è la causa e non l’effetto di questo grandissimo incremento del commercio del vino, della birra e dei liquori. No: qui come altrove e dappertutto, l’industria ha fatta l’abbondanza; e fatta l’abbondanza ha persuaso ogni uomo a largheggiare con sè e con gli altri, anche a rischio di sperperare.

È dunque chiaro che, sinchè l’industria potrà liberamente distillare bevande inebrianti quante vuole, come liberamente fila e tesse quante braccia di tela e di panno crede, l’intemperanza crescerà irrefrenata. L’industria sarà spinta a fabbricar misure sempre maggiori di bevande inebrianti; e il mondo dovrà ingoiare i fiumi di birra, di vino e di alcool di cui essa irrigherà il mondo ogni anno. La birreria e la bettola persuaderanno gli uomini a molto bevere il mattino e la sera, i giorni di festa e i giorni di lavoro; perchè l’uomo è naturalmente inclinato ad abusare di tutti i piaceri; e se gli date la libertà del vizio, ne abuserà certamente.... Insomma il nostro tempo aveva concessa la libertà di disordinare bevendo e poi si doleva che gli uomini ne abusassero; proprio come, dopo aver creato i più smisurati eserciti e averli armati delle armi più micidiali, non sa darsi pace che sia nata in Europa la guerra più vasta e lunga e sanguinosa della storia. Le due contradizioni sono simili, perchè sono figlie gemelle della stessa madre. Il secolo ha armati i più grandi eserciti, non perchè volesse suicidarsi in una guerra mondiale, ma perchè impegnatisi i popoli in una gara di orgoglio e di potenza, è mancata in Europa una forza, così interiore come esterna, che imponesse un limite agli armamenti. E ha concesso la libertà del vizio, non perchè fosse corrotto e perverso, ma perchè sollecito di far progredire l’industria e il commercio, non ha voluto riconoscere alcun limite — neppur le esigenze della salute, della morale e della bellezza — che rallentasse l’incremento della ricchezza: perciò ha spinto nel tempo stesso le industrie a produrre e gli uomini a consumare quante più cose potessero; a mangiare, a bere, a fumare, a divertirsi, a logorare e rinnovare vestiti, a viaggiare, a desiderar comodi nella misura maggiore. E perciò ha dovuto confondere i criterî che nelle società passate servivano a distinguere il consumo dallo spreco e il vizio dal bisogno; perchè, questi criterî, se fossero oggi chiari e precisi nella mente degli uomini, come due secoli fa, sarebbero limiti a quella libertà di crescere indefinitamente di cui tutte le industrie moderne sono così gelose; così come non ha saputo distinguere tra i servizi che la scienza e l’industria rendevano alla pace e quelli che rendevano alla guerra.

La guerra europea ha sciolta in un attimo questa contradizione, per quel che concerne il vizio del bere. Ha già ricondotti alcuni popoli dell’Europa ai principî che due o tre secoli fa regolavano il mondo. Imminente il pericolo, tutti hanno inteso che lo Stato ha il diritto e il dovere di impedire al popolo di suicidarsi lentamente inebriandosi; che la salute della razza e gli interessi della morale pubblica possono e debbono essere dei limiti a quella piena e intera libertà di abusare mortalmente dei piaceri, che i singoli si erano arrogati da un secolo in qua. Intenderà l’Europa con la stessa fatalità e rapidità che la guerra non deve essere — come è oggi in Europa — la selvaggia esplosione di tutte le energie di distruzione e di sacrificio, di odio e di amore, di bene e di male, che l’anima umana può accumulare nello spazio di una generazione sino all’estremo esaurimento di tutte le forze fisiche e morali di un popolo; alcunchè di simile a una forza della natura senza regola e legge? Che deve essere invece una istituzione umana, come la giustizia; un segno e un simbolo della forza di un popolo quanto più fedele si può e adeguato alla cosa significata, ma circoscritto entro limiti precisi, per i quali non possa essere più un flagello di Dio e uno sterminio di vincitori, di vinti e di neutri, ma uno strumento umano mosso dalla ragione e che la serva?

L’avvenire lo dirà. La volontà oscura e potente delle masse, che oggi combattono questa guerra ciclopica, deciderà. Quel che occorre è oggi un atto di volontà, un grande atto di volontà delle masse. Nei due ultimi secoli gli uomini hanno capovolto l’ordine di cose, in cui i loro padri avevano vissuto tanti secoli; hanno incominciata quella nuova e meravigliosa storia del mondo, di cui noi vediamo oggi la prima crisi veramente profonda, il vero segno grave di un disordine interno che può minacciare la morte, perchè hanno voluta la libertà, la ricchezza, la potenza, il sapere. I nostri figli e i nostri nipoti godranno la pace sicura e sincera, se gli uomini la vorranno sul serio, volendo anche tutto ciò che di una pace sicura e sincera è condizione necessaria. Onde in questo momento in cui tanti uomini sono in armi, e si spiano con il fucile spianato dalle feritoie delle trincee, e si cercano sui mari e sulle terre con i cannocchiali e con i cannoni, è proprio il caso di ripetere ai soldati della nuova e questa volta per davvero santa alleanza, ai soldati delle Potenze che dovettero subire questa guerra, perchè i due Imperi germanici la imposero a loro, la grande parola di Sant’Agostino: quella parola che dovrebbe essere la divisa della nuova Europa, sperata da quante menti si chiedono oggi angustiate se la più grande epoca della storia non stia per crollare sotto il peso dei suoi trionfi, desiderata confusamente dalle moltitudini umili e ignoranti che versano oscuramente su tanti campi di battaglia il loro sangue, anche da quelle che combattono nelle file degli eserciti assalitori: esto ergo bellando pacificas, ut eos, quos expugnas, ad pacis utilitatem vincendo perducas.

Fine.

NOTE: