«Nell’interesse della pace, che, a detta di Szapary, sta a cuore all’Austria non meno che a tutte le Potenze, sarebbe necessario metter fine il più presto possibile alla lotta odierna. A questo scopo mi sembrerebbe molto utile che l’ambasciatore d’Austria-Ungheria fosse autorizzato a trattar con me privatamente per rimaneggiare insieme alcuni articoli della «nota» austriaca del 10 (23) luglio. Ci riuscirà forse a questo modo di trovare una formula che la Serbia potrebbe accettare, pur dando soddisfazione all’Austria quanto alla sostanza delle sue richieste. Pregovi avere una spiegazione prudente e amichevole col ministro degli affari esteri».
(Comunicato agli ambasciatori in Germania, in Francia, in Inghilterra e in Italia).
Inghilterra e Russia si adoperavano dunque per la pace. Disgraziatamente il Grey non si era ingannato prevedendo che la rottura diplomatica tra Serbia e Austria sarebbe seguita da rapidi apparecchi militari nell’impero austriaco e nell’impero russo. Il 26 l’Austria-Ungheria incomincia a chiamare sotto le bandiere una parte delle sue riserve (L. Arancio, 24); e la Russia prende le prime disposizioni per essere pronta a mobilizzare sui confini austriaci (L. Bianco, 23). Che fa intanto la Germania? Si affretta ad approvare le proposte del Governo inglese, come il Grey aveva chiesto con così viva istanza, e come in quello stesso giorno fece l’Italia? (G. B., 35). No. Essa continua tutto il giorno 26 a ripetere che vuol la pace e che il suo amore della pace non è offuscato neppure dalle prime vaghe notizie intorno alla mobilitazione russa, che durante la giornata giungono a Berlino (L. Bianco, 6, 7, 8): lavora anche a pro della pace ma per una via molto diversa da quella che l’Inghilterra aveva consigliata, sforzandosi di convincere il Governo francese, il Governo inglese e il Governo russo che, avendo l’Austria dichiarato di non adocchiare territori serbi, la Russia non ha più ragione di intervenire. «Sazonoff ha dichiarato che la Russia non può permettere che la Serbia sia mutilata; ma l’Austria non ci pensa neppure; dunque...» ragiona e conchiude il 26 lo Zimmermann, sottosegretario al Ministero degli esteri, parlando con l’incaricato di affari inglese a Berlino (G. B., 33). E il Cancelliere dell’impero incaricava in quel medesimo giorno gli ambasciatori a Parigi e a Londra di tenere lo stesso discorso al Governo francese e all’inglese (L. Bianco, 10; L. Giallo, 56).
«Oggi l’ambasciatore di Germania — telegrafa il 26 da Parigi l’incaricato d’affari russo — ha fatto al reggente il Ministero degli affari esteri le seguenti dichiarazioni:
«L’Austria ha dichiarato alla Russia ch’essa non aspira a territori e che non minaccia l’integrità della Serbia. Essa vuol solo assicurare la propria tranquillità. Quindi la pace e la guerra sono nelle mani della Russia. La Germania come la Francia vuole mantenere la pace e spera fermamente che la Francia si varrà della propria influenza a Pietroburgo per dare consigli di moderazione.
«Il ministro rispose che la Germania avrebbe potuto dal canto suo fare qualche passo analogo a Vienna, sopratutto considerando che la Serbia ha dato prova di molto spirito di conciliazione. L’ambasciatore rispose che la Germania non poteva far questo passo, avendo deliberato di non intromettersi nel conflitto austro-serbo. Allora il ministro chiese se le quattro Potenze — Inghilterra, Germania, Italia, Francia — non avrebbero potuto tentar qualche passo a Pietroburgo e a Vienna.... L’ambasciatore allegò di non avere istruzioni. Alla fine il ministro rifiutò di aderire alla proposta tedesca».
La Germania, insomma, voleva che la Francia si incaricasse di spiegare e di raccomandare alla Russia questo suo modo di vedere. Nel tempo stesso essa faceva fare dal suo ambasciatore un passo a Pietroburgo: un passo, di cui ci dà chiara notizia non il Libro Bianco, ma il Libro Rosso nel dispaccio 28, spedito dall’ambasciatore d’Austria in Russia al conte Berchtold, il quale incomincia così — trascrivo la traduzione italiana ufficiale, per quanto non molto buona:
«Pietroburgo, 26 luglio 1914.
«Correndo voce che la Russia prepari la mobilitazione, il conte Pourtalès ha reso avvertito il ministro russo nel modo più esplicito, che il servirsi di preparativi militari come di mezzi di pressione diplomatica è oggigiorno pericolosissimo, giacchè in tal caso viene a prevalere il punto di vista puramente militare degli stati maggiori e se in Germania si tocca una volta il tasto, la cosa non si lascia più arrestare...».
È chiaro, dunque: la Germania amava così svisceratamente la pace del mondo, che era pronta a farne pagare anche questa volta tutte le spese dalla Russia. Che cosa chiedeva essa infatti con tanta bonarietà il 26, a Londra, a Parigi e a Pietroburgo, se non la capitolazione totale della Russia, come nel 1909? Il Grey pensava a ragione che il principale, anzi il tutto, per conservare la pace, era che la Germania si intromettesse imparziale tra l’Austria e la Russia, invece di porsi a fianco dell’alleata per sostenerne a ogni costo tutte le ragioni buone o cattive; perchè solo a questo modo i Governi di Francia e d’Inghilterra potrebbero a lor volta adoperarsi a Pietroburgo come amici più della pace che della Russia. Ma era chiaro pur troppo che l’atteggiarsi imparziale era cosa difficile alla Germania, quali ne fossero le ragioni. Già il 24 essa aveva fatto balenare contro la Russia e a pro dell’Austria la minaccia degli «effetti incalcolabili»; il 25 aveva sembrato distaccarsi un po’ dal fianco dell’alleata; ma il 26 ritornava a mettersele accanto, per aiutarla a vincere il punto suo, sia pur cercando di avvolger l’aiuto nei veli — ahimè, troppo trasparenti! — di un disinteressato amore della pace. La mossa tedesca fallì. Londra e Parigi rimandarono la Germania a dar consigli di saggezza a Vienna (G. B., 46; L. Arancio, 28; L. Giallo, 56). Il Governo russo dichiarò chiaro ed esplicito all’ambasciatore tedesco che la Russia non aveva ancora chiamato sotto le armi neppure un uomo della riserva; che non avrebbe mai mobilizzato sulle frontiere della Germania; ma che se l’Austria avesse dichiarata la guerra alla Serbia, avrebbe indetta la mobilitazione nei distretti di Kiew, di Odessa, di Mosca e di Kazan (L. Rosso, 28; L. Bianco, 11). Ma intanto la proposta inglese, e cioè la sola speranza di accordo, pendeva sospesa, mancando l’adesione della Germania; e, quel che è peggio, i propositi mostrati nella giornata non lasciavano grandi speranze che la Germania fosse disposta ad aderire. La giornata del 26 si chiuse tra l’incertezza e l’ansietà.