Gli imperatori sono a Deis geniti et deorum creatores; Diocleziano prende il titolo di Jovius poichè il Dio da cui discende è Giove, la mente suprema; Massimiano quello di Herculius poichè discende da Ercole, il dio della forza e il collaboratore di Giove nella lotta contro i Titani; i sudditi e l’esercito giurano sul loro nome, come un tempo su quello di Giove e di Ercole[1].
Questa nuova maestà divina dell’Impero è inculcata in forme tangibili e visibili nella coscienza dei sudditi. I rapporti fra costoro e gli imperatori, e tutti gli atti esterni della sovranità, sono legati da un cerimoniale, ignoto nei primi due secoli della nostra era. L’Imperatore deve portare un diadema a raggiera, come i grandi monarchi orientali; le sue vesti e le sue calzature sono adorne e sparse di pietre preziose. Non è più, come Augusto, Trajano e Vespasiano, un semplice mortale, che tutti possono avvicinare a qualunque ora del giorno, o che s’accosta agli altri uomini con familiarità, aprendo facilmente la casa a tutti i cittadini liberi. Per rivolgergli la parola bisogna osservare un protocollo e quando si è arrivati al suo cospetto è di rigore prosternarsi in segno di adorazione. L’assolutismo orientale trionfa finalmente sulle rovine dell’ellenismo e del romanismo, quasi distrutti dalla grande crisi del terzo secolo, nell’Impero che ormai popolano in gran parte, e governano i barbari.
Ma non sarebbe stato così utile conferire al potere supremo una più grande autorità e un prestigio divino, se la pluralità delle persone, che dovevano adoperarlo, ne fosse stata un indebolimento. Benchè diviso tra quattro sovrani il potere supremo, secondo Diocleziano, doveva restare una monarchia, ossia un’unità. Come cercò di risolvere l’insolubile problema di costruire un governo dotato di unità forte con quattro sovrani? Prima, subordinando i due Cesari ai due Augusti e assicurando a se stesso, tra i due Augusti, l’ufficio di regolatore e di coordinatore supremo. Il suo titolo di Jovius accanto a quello di Herculius, concesso a Massimiano, indica una superiorità. Inoltre applica alla monarchia divinizzata, mediante l’istituto romano dell’adozione, il principio dinastico della monarchia asiatica, che già nel primo e nel secondo secolo s’era infiltrato nella costituzione dell’autorità suprema dell’Impero romano. Augusti e Cesari formano una sola famiglia; e come Massimiano era stato adottato da Diocleziano, i due Cesari sono adottati dai due Augusti, ripudiano le loro mogli per sposare le figlie degli Augusti, che li hanno adottati come figli; specie di incesto dinastico, che ci richiama la monarchia egizia dei Faraoni e dei Tolomei. Aggiungendo al principio religioso e al principio dinastico il principio della cooptazione, si poteva creder risolta, con una contaminazione di romanesimo e di orientalismo, tra le questioni dell’autorità suprema, quella più spinosa, che, da più di tre secoli, turbava invano l’Impero: la successione. Morendo un Augusto il suo Cesare doveva prenderne il posto e nominare a sua volta un altro Cesare, che farebbe entrare nella famiglia divina dei padroni del mondo.
Ma non solo d’autorità aveva bisogno il potere supremo, per guarir le piaghe d’Europa; gli era necessaria anche la forza, ossia organi abili, sicuri, obbedienti. Diocleziano cercò di infondere questa nuova forza nello Stato, creando una burocrazia che non dipendesse più dal Senato, ma unicamente ed esclusivamente dall’Imperatore-Dio, come nelle monarchie asiatiche. Forse non trascurò di rendere nota al Senato la sua elezione al trono e le elezioni successive, nè di rispettare certe forme consacrate dalla tradizione. Ma è certo che il Senato, come corpo politico, è annullato, perchè se si possono ascoltare ancora i suoi consigli, non c’è più obbligo di seguirli; perchè non ha più provincie da amministrare, tutte essendo passate sotto la giurisdizione dell’imperatore; perchè è escluso dalla direzione politica e sostituito dal concistorium principis, composto da tutti i grandi funzionari dello Stato. E’ questo il corpo nuovo che esamina, come l’antico Senato, le questioni di carattere legislativo. Tutta l’Amministrazione dipende dunque dall’Imperatore e dal concistorium principis, che ne è il rappresentante supremo; è composta da una burocrazia reclutata senza considerazioni di rango sociale, di origine o di nazionalità; e in cui tutti i sudditi dell’Impero, e anche gli stessi barbari, non tarderanno a essere ammessi a condizioni pari.
III.
Era questa, dal punto di vista delle tradizioni greco-latine, una grande rivoluzione. Tanto la civiltà greca come la civiltà latina posavano sul doppio principio aristocratico dell’ineguaglianza necessaria e quasi mistica dei popoli e delle classi; ossia sul principio della superiorità innata ed eterna dei greci o dei romani sugli altri popoli; e su quello della superiorità innata ed eterna delle classi che avevano il privilegio di comandare sui semplici mortali. Perciò i governi greci e latini furono quasi tutti aristocratici, e si ressero sul privilegio ereditario di una piccola oligarchia, che sola aveva le qualità del governo; mentre i tentativi di governi veramente democratici, in cui potevano regger le cariche uomini d’ogni classe, anche di quelle medie e popolari, furon rari e di poca durata. Il più celebre fu quello di Atene, ma sappiamo come andò a finire. Quanto a Roma, non fu mai governata dalla democrazia, anche ai tempi più agitati della Repubblica; e lo stesso Impero romano, fino a Caracalla, cioè fino al principio del terzo secolo, era ancora governato da quella che potremmo chiamare l’aristocrazia di una aristocrazia. L’ordine senatorio e l’ordine equestre, a cui spettava il privilegio di reggere tutte le alte cariche dell’Impero, erano un’aristocrazia raccolta fra i cittadini romani, che, a loro volta, nobili e plebei, ricchi e poveri, colti e ignoranti, costituivano tutti insieme, tra le popolazioni dell’Impero, una seconda aristocrazia, dotata da importanti privilegi e sottomessa a uno speciale diritto penale. La civiltà greco-latina era dunque fondata sulla potenza delle élites; e questa potenza, a sua volta, era fondata sull’idea che gli uomini e i popoli sono moralmente disuguali. Una delle conseguenze di questo carattere aristocratico dello Stato e della società greco-latina, era la limitazione di tutti gli organi politici e amministrativi. Riesce difficile a noi capire perchè Roma, all’apogeo della sua potenza, esitò così spesso ad allargare le sue conquiste e ad ingrandire l’Impero. Ma un’aristocrazia è un corpo chiuso, che non si improvvisa e non si sviluppa a volontà, come si può improvvisare e sviluppare una burocrazia raccolta in tutte le classi e in tutte le nazioni; per questo Roma dovette badar sempre a non far l’Impero così grande, che il numero degli amministratori e degli ufficiali superiori, dei quali unica fornitrice era l’aristocrazia, non diventasse, a un tratto, insufficiente; e per questo anche si sforzò sempre di amministrare l’Impero con la minor quantità di funzionari, che gli era possibile. Benchè non ci sia possibile citare cifre esatte, risulta indirettamente da tutto quello che sappiamo sulla storia interna ed esterna dell’Impero, che i quadri dell’Amministrazione romana furono, relativamente, assai ristretti, sino al termine della dinastia degli Antonini. Amministrare con un minimo di funzionari fu regola costante del governo imperiale, appunto perchè era un governo aristocratico.
Nei tempi, di cui parliamo ora, il Cristianesimo aveva già inflitto, nel dominio ideale, un colpo mortale allo spirito aristocratico della civiltà antica, affermando che tutti gli uomini, come figli dello stesso Dio, sono uguali innanzi a lui. La dottrina dell’uguaglianza morale degli uomini era già stata enunciata da alcuni grandi filosofi dell’antichità; ma solo il Cristianesimo riuscì a farla penetrare nella coscienza universale, distruggendo fino dalle fondamenta il vero governo aristocratico, e creando la democrazia moderna. Dal giorno in cui fu distrutto, nella coscienza delle masse, il principio che affermava esser gli uomini, anzichè uguali, moralmente disuguali, l’aristocrazia rimase ancora come convenzione sociale, accettata, in certe epoche, per utilità, ma cessò di essere quella forma organica e quasi sacra della società civile, che era stata nell’antichità. Il che spiega come nel mondo cristiano e mussulmano i governi aristocratici sono stati sempre governi deboli, e nulla più che pallide imitazioni delle vere e grandi aristocrazie del mondo antico.
A sua volta Diocleziano inflisse al principio aristocratico, nell’ordine reale, un colpo mortale, con la sua riforma dell’amministrazione.
Non si può non sospettare un nesso segreto tra questi due fatti, perchè i progressi del Cristianesimo furono una preparazione necessaria per la riforma di Diocleziano. Ma ragioni di ordine sopratutto politico spinsero l’Imperatore a questa riforma; e, fra queste ragioni, la più grave fu la necessità di sostituire all’organizzazione aristocratica dell’Impero, distrutta dalle turbolenze del terzo secolo, una nuova organizzazione che fosse adatta alle esigenze politiche e militari, create da queste stesse turbolenze. La scarsezza del personale, la piccolezza degli organi politici e amministrativi, paragonati alla grandezza dell’Impero da governare, erano state tra le cause della catastrofe, nella quale, durante gli ultimi cinquant’anni, l’aristocrazia dell’Impero era perita. Bisognava creare una amministrazione, che disponesse di forze e di organi adeguati, non solo alla grandezza dell’Impero, ma anche allo sforzo sempre più intenso che lo Stato doveva compiere, per arginare l’universale dissoluzione. E come raccogliere quest’amministrazione, ora che l’aristocrazia, già insufficiente nel secondo secolo, era ormai quasi totalmente scomparsa, se non scegliendo i funzionari in tutte le classi e in tutte le popolazioni?
La moltiplicazione delle cariche e dei funzionari, in alto e in basso, fu dunque uno dei principii della grande riforma di Diocleziano. Per la prima volta, nella storia di questo Impero fondato da un’aristocrazia militare, Diocleziano separa l’amministrazione civile dall’amministrazione militare, e mette alla testa di ogni provincia due funzionari con i loro rispettivi impiegati; il praeses, o governatore civile; il dux o governatore militare. Questa riforma, imitata forse dall’antico impero persiano, aveva certo due fini; rendere più difficili, con la divisione dei poteri, i pronunciamenti delle legioni nelle provincie, e le continue proclamazioni dei nuovi imperatori, vero flagello del terzo secolo; rimediare all’insufficienza dell’elemento militare che, reclutato quasi unicamente nelle provincie meno civili, non aveva sempre le qualità necessarie al governo civile di un impero, erede ancora, per quanto in decadenza, di una gloriosa cultura.