Ma intanto è distrutto un altro principio vitale della civiltà antica: l’unità di tutte le funzioni pubbliche. La divisione dell’autorità civile dall’autorità militare, che ci sembra uno dei progressi politici più importanti della storia della civiltà, appare per la prima volta nella storia dell’Impero romano come un espediente di tempi in decadenza. E non basta: a questa è legata un’altra riforma, che si potrebbe definire lo spezzettamento delle provincie. Diocleziano non si limita, come Valeriano, a moltiplicare il numero degli imperatori; moltiplica anche quello dei governatori, assegnando a ciascuno un territorio più ristretto perchè possa governarlo più facilmente, e perchè, disponendo di poche forze, non diventi pericoloso. Così, nell’anno 297, invece di cinquantasette, come erano al tempo dell’elezione di Diocleziano, troviamo novantasei governatori civili per le provincie.
Nello stesso tempo, per impedire che lo spezzettamento delle provincie indebolisse l’Impero e la forza dell’autorità centrale, Diocleziano istituì la Diocesi. Le Diocesi erano state fino ad allora suddivisioni fiscali e giudiziarie delle provincie. La Diocesi di Diocleziano è l’aggruppamento di molte provincie in una circoscrizione superiore, sotto gli ordini di un magistrato nuovo: il vicario. I vicari sono dodici: cinque in Oriente, coi nomi di Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesiae; e sette in Occidente, coi nomi di Pannoniae, Britanniae, Galliae, Viennesis, Italia, Hispaniae, Africa. D’ora innanzi, ci saranno dunque, alla testa dell’Impero, due Augusti e due Cesari. Immediatamente sotto di loro dodici vicari alla testa di altrettante diocesi; e al fianco di costoro, e allo stesso piano, i proconsoli, governatori di certe provincie privilegiate. Finalmente, sotto i vicari, i praesides, o alle volte dei consulares o correctores come sono detti indifferentemente i governatori delle nuove provincie ridotte. A fianco di questa gerarchia civile stanno i duces, capi militari, che hanno poteri territoriali per ragioni militari, senza corrispondenza con le provincie o le diocesi in quanto all’estensione.
Ma la moltiplicazione dei capi dello Stato e la loro distribuzione in determinati centri strategici; la divisione del potere civile e del militare non bastavano, per rinforzare la difesa dell’Impero. La riforma amministrativa doveva essere integrata con l’aumento dell’esercito. Si dovettero quadruplicare le guardie del corpo degli imperatori, aggiungere agli antichi nuovi pretoriani, che saranno i milites Paladini e Comitatenses. Fu necessità anche aumentare gli effettivi militari. Diocleziano li accrebbe da 350.000 a 500.000 uomini, e, in proporzione, accrebbe ancor più il numero degli ufficiali. Per inquadrare più solidamente le legioni e assicurarsene la fedeltà, ridusse gli effettivi e moltiplicò i tribuni militari.
La pluralità delle corti, lo sviluppo della burocrazia centrale e provinciale, e l’aumento dell’esercito esigevano molto danaro. Diocleziano provvede a tutto con energia e ingegnosità. Comincia, decretando una revisione generale del valore delle terre; un nuovo catasto, si direbbe oggi; e a poco a poco, introduce un nuovo sistema di imposte, uniforme per tutte le provincie, ma che doveva anche tener conto rigorosamente della qualità e del rendimento delle terre. Crea una nuova unità fiscale, che, secondo i luoghi, risponde ai nomi di jugum, caput, millena, centuria, che comprende delle terre di natura diversa e di diversa estensione, ma che, nell’insieme, deve avere sempre un valore identico, e fornire la stessa contribuzione. Per esempio: 5 iugeri di vigna e 20 iugeri di terre coltivabili di prima qualità facevano un jugum, mentre, per arrivare a quello stesso risultato, ci volevano 40 jugeri di seconda qualità, e 60 di terza; e, con qualunque coltivazione, ce ne volevano di più se il terreno era in montagna, e meno se era in pianura. La riscossione delle imposte è regolata con cura. La somma stabilita dallo Stato per una circoscrizione fiscale, che comprende un certo numero di juga, è notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ogni città) i quali ne distribuivano l’ammontare fra proprietari e fittavoli del suolo pubblico (possessores) eccettuando coloro che ne avevano una parte troppo piccola e sorvegliando da vicino la riscossione, perchè erano responsabili di quello che sarebbe mancato. Il sistema tributario sembrava dunque ottimo e di sicuro rendimento.
IV.
Con la riforma di Diocleziano, l’Impero romano esce rinnovato dal caos del terzo secolo. E’ ormai una vasta cosmopoli di razze diverse, le più semi-barbare, governato dal dispotismo asiatico di quattro sovrani-Dio, sottomesso a una numerosa burocrazia; e che grazie a queste grandi riforme politiche e amministrative, ritrova in parte almeno per qualche tempo l’antica pace e l’antica prosperità. Diocleziano riuscì, in una certa misura, a ricostituire la potenza e l’unità dell’Impero. Riconquistò la Bretagna, dopochè Carausio era stato ucciso da uno dei suoi ufficiali, che si era illuso di succedergli (296); salvò l’Egitto, dove un’insurrezione aveva tentato di opporre un pretendente ai sovrani legittimi (296); assestò felicemente, approfittando di circostanze favorevoli, le cose di Oriente. Nel 294 il Re di Persia, Barahram era morto, e gli era successo il figlio, Narsete, sotto il regno del quale la politica conciliante del predecessore cadde in disgrazia; onde, nel 296, mettendo a profitto la lontananza di Galerio, che era in Pannonia, e di Diocleziano che era in Egitto, Narsete si gettò sull’Armenia, minacciando la Siria. Galerio richiamato da Diocleziano, commise l’imprudenza di attaccare i Persiani nella stessa regione in cui, tre secoli e mezzo prima, le legioni di Crasso erano perite. E anch’egli fu sconfitto. Diocleziano dovette rifare l’esercito distrutto, arruolando molti Goti e Daci, per tentare di invadere il paese nemico, seguendo le vie montagnose dell’Armenia.
Il nuovo esercito fu affidato a Galerio, che smaniava di vendicare la disfatta, e ci riuscì. Con un impetuoso attacco notturno non soltanto distrusse il campo persiano, ma catturò la famiglia reale, fuorchè Narsete. E già sognava, inebriato come un nuovo Alessandro, la conquista della Persia. Ma i barbari minacciavano di nuovo le frontiere; in questo stesso anno Costanzo era costretto a partire per la Britannia, e, mentre i Germani, approfittando della sua assenza, minacciavano la Gallia, Massimiano doveva correre in Africa, teatro di un’altra rivolta.
Diocleziano dunque era disposto a far la pace; e al principio del 298, questa pace era conchiusa veramente, a condizioni che potevano ricordare i tempi lontani, in cui Roma trionfava in ogni terra. Tutta la Mesopotamia, conquistata un tempo da Settimio Severo, era restituita all’Impero; inoltre, il re di Persia cedeva cinque provincie armene dell’alta valle del Tigri, conquistate una volta, da Sapore I, ma intorno alle quali le fonti non si accordano. L’Armenia fino a Zinta, nella Media Atropatene, era riconosciuta a Tiridate, l’Iberia (attuale Georgia) diventava uno Stato vassallo, non più della Persia, ma di Roma. L’Impero romano riconquistava in Oriente una frontiera strategica ottima per la difesa della Siria e dell’Asia Minore, e acquistava preziosi alleati, con una pace che doveva durare quarant’anni.
Nel tempo stesso Diocleziano riusciva a ristabilire l’ordine nell’interno. All’anarchia cronica succedeva dappertutto un governo stabile e regolare. Pilotata con fermezza dai due Augusti, dai due Cesari e dalla volontà sicura e dalla mente vigorosa del primo Augusto, la nave dello Stato gonfiava le sue vele verso un ridente avvenire. La meticolosità delle leggi pesava sui sudditi, ma li univa anche in una forte disciplina pubblica; persino l’aumento delle imposte sembrava quasi compensato dalla nuova ripartizione, dai metodi ragionevoli della riscossione e dal risorgere di una generale prosperità. La nuova famiglia imperiale godeva del favore universale; la sua divinità non scandalizzava più nessuno, ma era anzi adorata dai popoli soggetti, e la felicitas saeculi sembrava dovesse coronare i durissimi sforzi compiuti in diciotto anni di lavoro faticoso. La grande perturbazione politica e militare, cominciata con la morte di Alessandro Severo, sembrava finita.