Cominciò allora per lui e per Massimiano quell’epoca della vita, nota nella storia col nome di quies Augustorum. Ma pare che durante gli otto anni in cui Diocleziano continuò a sopravviversi, nel suo immenso palazzo di Salona, tra mare, cielo e monti passando dalle grandi cacce all’umile orticello, l’Augusto vecchio e stanco non fosse mai considerato come uomo privato. Fino all’ultimo giorno della vita conservò tutti i titoli e accolse tutti gli omaggi che meritava il suo passato; rimase, pei nuovi principi, «nostro signore e nostro padre». E quando arrivò la sua ultima ora, il Senato di Roma lo onorò con quella apoteosi che si concedeva soltanto agli imperatori.
Ma visse abbastanza per vedere la conclusione della lotta tra l’Impero e il cristianesimo, che aveva voluto evitare, come una terribile calamità, e per assistere al definitivo trionfo del cristianesimo, che doveva sembrargli un avvenimento più funesto ancora di quella lotta, già tanto temuta. Questo trionfo, era nel tempo la fine della civiltà antica, e la conseguenza necessaria di tutta l’opera, che egli aveva compiuta mirando a altro fine.
CAPITOLO QUARTO COSTANTINO E IL TRIONFO DEL CRISTIANESIMO
I.
Diocleziano aveva cercato di restaurare l’autorità su tre principii: la divisione dell’Impero, la divinità degli imperatori, la scelta per cooptazione. Il suo sistema era dunque più complicato e raffinato che il sistema della monarchia asiatica, fondata sui principii dinastici dell’eredità e, in certa misura, dell’unità, perchè era una contaminazione di orientalismo e di romanesimo. Nel suo sistema il figlio non era il divino successore del padre, ma il successore scelto diventava, per adozione, figlio del predecessore, proprio come nel secolo degli Antonini. Così, nell’ultima ripartizione dell’Impero, Diocleziano aveva escluso dal trono il figlio di Costanzo Cloro, Costantino, e il figlio di Massimiano, Massenzio. Come supremo omaggio alla civiltà greco latina che, in punto di morte, aveva generato quel sistema e il suo creatore, Diocleziano aveva voluto salvi i diritti sovrani dell’intelligenza, non affidandosi per la scelta dell’imperatore a quell’accidente di un accidente che è la nascita, e sforzandosi di evitare nello stesso tempo, a ogni successione, quelle lotte di ambizioni che avevano già fatto tanto danno all’impero.
Ma questa contaminazione di monarchia asiatica e di scelta aristocratica era troppo complicata per le passioni violente e la cultura grossolana di quegli elementi quasi barbari, nelle mani dei quali era caduto l’Impero. Nemmeno un anno dopo l’abdicazione di Diocleziano e di Massimiano moriva Costanzo Cloro, lasciando, come si è detto, un figlio, Costantino, che Diocleziano, nella nuova ripartizione del potere, aveva escluso. Ma Costantino era un giovane intelligente, energico, molto ambizioso; e appena morto il padre, pensò bene di farsi proclamare Cesare dai suoi soldati, a Eboraco, senza aspettare le decisioni degli Augusti (28 luglio del 306). Questo colpo di testa riuscì. Per evitare la guerra civile, Galerio, che era il più antico e il più autorevole dei due Augusti, riconobbe il fatto compiuto e proclamò Costantino Cesare, dando a Severo il rango di Augusto. Ma la guerra civile, ch’egli aveva sperato di evitare, cedendo in Gallia, scoppiò poco tempo dopo in Italia, appunto perchè egli aveva ceduto in Gallia. La vecchia Roma tollerava con malumore il rango di città di provincia, in cui era caduta. L’assenza della Corte e dell’Imperatore feriva l’orgoglio e danneggiava insieme gli interessi della metropoli. Il Senato non aveva più autorità, i pretoriani non contavano più nulla; mancavano al popolo i grandi spettacoli e tutti i profitti dei tempi passati. Cosicchè, valendosi di un pretesto offerto da un nuovo censimento, ordinato da Galerio, il popolo e il corpo dei pretoriani si sollevarono, proclamando Augusto il figlio di Massimiano, Massenzio, che viveva poco lontano da Roma e che voleva pure, dopo la nomina di Costantino, salire al trono imperiale (27 ottobre 306). Massenzio, per essere più saldo nel potere, persuase il padre, malcontento del suo ritiro, a riprendere il potere imperiale. La tetrarchia era distrutta; l’Impero contava oramai sei imperatori: quattro Augusti e due Cesari!
Questa volta Galerio non volle (o non potè) riconoscere il fatto compiuto, e incaricò Severo di riconquistare l’Italia. Ma il nome di Massimiano, dell’antico collega di Diocleziano, era ancora una tale forza, che i soldati di Severo non vollero combattere contro il vecchio generale e preferirono passare al nemico. Severo, fuggito a Ravenna, restituì a Massimiano la porpora di cui Massimiano stesso, poco prima, l’aveva insignito (307). Un secondo tentativo contro Massenzio, fatto da Galerio, in persona, non ebbe esito più felice, perchè l’Italia, mal contenta del nuovo regime e dei nuovi signori che le erano stranieri, s’era tutta dichiarata solidale con Roma e con Massenzio; e le città sbarrarono le porte al legittimo erede della potenza di Diocleziano. Galerio giudicò savia cosa non assediare Roma, che Aureliano aveva così ben fortificata; uscì dalla penisola; e invitò a Carnunto (in Pannonia) Diocleziano stesso, sperando nel suo consiglio e nella sua autorità per trovare una soluzione del conflitto, che minacciava di smembrare l’Impero.
Era questo un grande omaggio fatto al fondatore della tetrarchia; ma il risultato fu mediocre. Nemmeno l’uomo che l’aveva creata riuscì a riorganizzarla. L’avrebbe forse potuto, riprendendo il potere, ma non volle, sebbene Massimiano, che aveva già litigato con il figlio, e Galerio cercassero di persuaderlo. La conferenza decise soltanto che un nuovo Augusto, un antico compagno di Galerio, Luciniano Licinio, sarebbe sostituito a Severo, nel governo dell’Illiria (novembre del 307); che Massimiano sarebbe rientrato a vita privata, e Massenzio escluso dall’Impero. Il rimedio era peggiore del male. Massenzio conservò l’Italia a dispetto delle deliberazioni di Carnunto; Massimiano non depose la porpora e cercò di intendersi con Costantino, al quale diede in moglie la figlia Fausta, sperando da lui l’appoggio che non aveva trovato in Massenzio; la nomina di Licinio creò nuove difficoltà. Licinio saliva al primo posto dell’Impero senza essere passato attraverso il grado di Cesare, lasciandosi così indietro Massimino Daja e Costantino. I due Cesari protestarono; il primo si fece proclamare Augusto dalle sue truppe, e il secondo reclamò per sè, da Galerio un’altra investitura. Al principio del 308 c’erano quattro Augusti, oltre Massenzio e Massimiano, senza che, fra questi quattro Augusti, apparisse più nessun rapporto di subordinazione. Tutti gli sforzi di Diocleziano erano fatti sterili per le ambizioni rivali degli Augusti e dei Cesari; l’unità dell’Impero era di nuovo rotta; l’incertezza del principio d’autorità, sul quale posava la carica suprema, questa malattia mortale che dalla morte di Augusto aveva continuato a tormentare l’Impero, generava ora una nuova crisi, che non doveva chiudersi senza fiumi di sangue. La prima vittima fu Massimiano, scomparso in circostanze misteriose. Si buccinò che avesse cospirato contro il genero, e certo è che Costantino lo fece arrestare a Marsiglia, e poi, due anni dopo, sparire per sempre (310) senza curarsi dei grandi servizi che aveva resi all’Impero. Ma proprio in mezzo a questi disordini e a questi intrighi, tutto a un tratto, nel 311, tre dei quattro imperatori legittimi, Galerio, Costantino, Licinio, promulgavano un editto, che sospendeva la persecuzione del Cristianesimo.
II.
Come spiegare questo improvviso cambiamento di una politica che durava da tanti anni? Per quale motivo i Cristiani vedevano finire ad un tratto l’ultima delle grandi persecuzioni? In che misura le convinzioni personali degli imperatori sia stata cagione di questo mutamento, non ci è possibile dire; più facile ci riesce determinare l’influenza che potè avere sulla decisione lo stato interno dell’Impero. Era evidente che fra i cinque Augusti, l’accordo non poteva durare a lungo, ora che tra di loro non c’era più un’autorità preponderante; e che presto o tardi scoppierebbe una nuova guerra civile. Ma Massenzio e Massimiano Daja erano favorevoli all’antico culto pagano e contrari ai cristiani; anzi Massimino Daja cercava di dare al paganesimo un’organizzazione più forte. È dunque verosimile che gli altri Augusti abbiano pensato di procurarsi, con quel decreto, l’appoggio dell’elemento cristiano, così potente, per gli eventi dell’avvenire. In altre parole, i cristiani approfittavano dell’indebolimento dell’Impero, nato da questa nuova crisi del potere supremo.