Il decreto del 311 è dunque uno dei segni che annuncia, dopo tanti altri una nuova guerra civile. Parve infatti che scoppiasse subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino si prepararono subito a disputarsi la successione con l’armi, ma si accordarono poco dopo, dividendosi l’Oriente. Massimino prese l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; Licinio, il resto delle provincie orientali, dal Bosforo all’Adriatico. La guerra doveva scoppiare poco dopo, non in Oriente, ma in Europa. Da almeno due anni Costantino, che si era già fatto notare in guerre fortunate contro i Franchi e gli Alemanni, sorvegliava attentamente gli affari d’Italia, dove Massenzio apprestava degli eserciti, destinati, si diceva, a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e intanto si avvicinava a Massimino, che continuava a perseguitare vigorosamente i Cristiani in Siria, in Egitto e nelle altre provincie. Costantino a sua volta si riavvicinò a Licinio, al quale diede in moglie la sorella Costanza, preparò un esercito, si creò in Italia delle segrete intelligenze, per non ripetere l’errore di Severo e di Galerio, entrando nella penisola come in paese nemico. Quando gli parve di essere pronto, al principio del 312, passò le Alpi con circa 50.000 uomini, che per metà erano legionari scelti e temprati; ruppe facilmente le prime resistenze, s’impadronì della valle del Po e marciò contro la metropoli. Massenzio non s’era mosso da Roma, confidando nella posizione forte della città, nei suoi molti eserciti, e in tutti gli ostacoli che avevano fatto fallire le spedizioni di Severo e di Galerio. Ma Costantino aveva preparata meglio la sua spedizione, e s’appoggiava a una parte della popolazione: i cristiani. Non lo trattenevano perciò quelle difficoltà e quelle resistenze, che avevano già fermato Severo e Galerio. Quando Massenzio seppe che Costantino si avvicinava a Roma, a capo di un forte esercito, e che le popolazioni stanche del suo governo avevano favorito l’invasione, comprese che non poteva restar chiuso nelle mura aureliane e uscì dalla città per affrontare il nemico in campo aperto. La battaglia avvenne a Saxa o a Castra Rubra, vicino all’attuale ponte Milvio, e finì con la disfatta di Massenzio. Massenzio stesso perì nel fiume con grossa parte dell’esercito (25 ottobre del 312). Il giorno dopo il vincitore entrava in Roma, dove il Senato, lusingato da un discorso che quasi prometteva la restaurazione delle sue antiche prerogative, gli conferì il titolo di primo Augusto e gli decretò un arco trionfale, che si può ancor oggi ammirare. I Romani lo adornarono con le spoglie dell’arco di Trajano.

III.

La conquista dell’Italia, a cui avrebbe seguito tra poco la conquista dell’Africa, alterava seriamente l’equilibrio delle forze dei tre imperatori, e a scapito precipuamente di Massimino. Per intendersi appunto sul nuovo stato delle cose, Licinio e Costantino si incontrarono, al principio del 313, in Milano. Non sappiamo quali questioni furono trattate in quella nuova conferenza, perchè la misera tradizione storiografica del tempo tace totalmente su questo punto. Non è tuttavia arbitrario supporre che, Licinio acconsentendo al nuovo ingrandimento di Costantino, ottenesse da costui libertà d’azione contro Massimino. Ma il congresso di Milano, intorno al quale siamo così male informati, è famoso nella storia per un’altra ragione; perchè promulgò un nuovo editto di tolleranza, in favore dei Cristiani, che è generalmente considerato come il trionfo definitivo del cristianesimo. Quest’editto, a dire il vero, non riconobbe ancora la nuova religione come superiore a tutte le altre, nè come la sola vera religione, o come il culto ufficiale dello Stato; si contentò di convalidare il precedente del 311 con una forma enfatica, concedendo di nuovo ai cristiani la libertà di culto già concessa due anni prima; tolse qualche ultima restrizione che era rimasta, e offrì una nuova sanzione pratica della volontà degli Augusti, ordinando che fossero restituiti alle chiese cristiane i beni sequestrati durante la grande persecuzione. Della crisi del potere supremo continuavano ad approfittare i cristiani: i due imperatori accarezzavano i cristiani, quanto più Massimino nelle provincie orientali li maltrattava, ordinando le ultime persecuzioni; il cristianesimo e il paganesimo diventavano nelle mani degli imperatori rivali, armi di guerra civile. I due imperatori non avevano forse nemmeno pensato, che la storia darebbe un giorno tanta importanza al loro editto; è anzi probabile che, fra le questioni trattate, quest’ultima sembrasse loro di importanza relativa, a paragone d’altre questioni di cui la storia non doveva occuparsi più. Ma quando mai gli uomini di stato, occupati a disputarsi il potere, hanno capito il vero oggetto delle loro lotte, e il vero significato del loro operare? Non vedono e non s’appassionano che al piccolo gioco in cui son mescolati. Infatti Massimino lesse subito chiaro nel gioco degli avversari, e non esitò un momento a muoversi; mentre Licinio era ancora in Italia, invadeva già la penisola balcanica, assaliva prima Bisanzio e poi Perinto, spingendosi verso Adrianopoli. Licinio dovette accorrere e mettersi sulla difensiva. Ma una grande battaglia, combattuta non lontano da Perinto, a circa diciotto miglia da Eraclea, il 30 aprile del 313, mutò le sorti della guerra. Massimino sconfitto, fuggì in Cilicia, dove morì.

IV.

Poco prima Diocleziano era morto a Salona, dopo aver assistito alla rovina del suo sistema. La sua tetrarchia era ormai ridotta a una diarchia, che si reggeva soltanto e per miracolo sull’equilibrio della forza. Quanto tempo durerebbe questo equilibrio, che minacciavano di continuo la diffidenza, l’ambizione, la rivalità, tutte le violenti passioni dell’epoca semi barbara, in cui nessun principio sovrano d’autorità dominava? Non tardò infatti a scoppiare una guerra tra i due Augusti sopravissuti. Pare che Costantino ne abbia preso l’iniziativa, con un qualunque pretesto; e Licinio fu battuto a Cibale, in Pannonia, sulla Sava (oggi Vinteow) l’8 ottobre del 314, e poi di nuovo in Tracia. Ma nè l’una nè l’altra furono battaglie decisive. Costantino comprese che per vincere definitivamente il rivale, bisognava portar la guerra nel cuore dell’Oriente, adoperando la maggior parte degli eserciti e impoverendo la difesa delle frontiere, sempre minacciate. Non avendo forze sufficienti per tale impresa, preferì un accordo. A sua volta Licinio, che era stato vinto, consentì a trattare. Costantino ebbe l’Illiria, la Grecia, una parte della Mesia, la Macedonia, l’Epiro, la Dardania, la Dalmazia, la Pannonia, il Norico. Con questo accordo, l’equilibrio delle forze tra i due imperatori, fu ricostituito e si conservò per circa nove anni; durante i quali l’impero conservò la forma equivoca di una diarchia, in cui la potenza degli imperatori era limitata soltanto dalla diffidenza e dalla paura reciproca.

Ma non fu che una lunga tregua. Il sistema di Diocleziano era distrutto mancando un Augusto che ne fosse, con la sua autorità, il dominatore; e le ambizioni dei due imperatori e delle due corti concorrevano, con le forze delle cose, a spingere l’impero verso la monarchia unitaria ed ereditaria. In quei nove anni i due imperatori si prepararono alla lotta risolutiva in tutti i modi, organizzando gli eserciti, cercando alleati, e sfruttando sopratutto la lotta tra l’antica religione moribonda e la nuova, che la sostituiva con tanta energia. Costantino si sforzò, quanto potè, di assicurarsi l’elemento cristiano; Licinio, per opposizione, mutò politica e cercò il favore dell’elemento pagano. Quando scoppiò la guerra nel 323, Costantino non rappresentava soltanto l’Occidente contro l’Oriente, aveva con sè anche i voti dei cristiani, contro il rivale, a cui guardavano con fede e simpatia i pagani. E’ noto che la vittoria arrise al campione dei cristiani. Il 5 luglio del 323, i due eserciti si incontrarono nella pianura di Adrianopoli; Licinio fu vinto, e dopo avere combattuto con energia, si richiuse in Bisanzio, che sbarrava la strada terrestre dell’Asia mentre la sua flotta potente sbarrava quella del mare. Ma la flotta di Costantino era comandata dal primogenito dell’imperatore, Crispo, che, ancora molto giovane, s’era già distinto in precedenti operazioni contro i Franchi e aveva ricevuto il titolo di Cesare. Crispo sconfisse l’armata di Licinio allo sbocco dell’Ellesponto. Licinio abbandonò Bisanzio e cercò di sbarrare a Costantino le vie dell’Asia Minore; ma circondato dal nemico, dovette combattere vicino a Chrisopoli (Scutari), dove fu vinto ancora (18 settembre del 324). Si rese allora al vincitore che, pur avendogli promessa vita salva, lo fece uccidere l’anno seguente.

V.

Con questa vittoria, cadevano le ultime vestigia del sistema di Diocleziano, e la monarchia ereditaria poteva finalmente governare tutto l’Impero, ricomposto di nuovo nell’antica unità. La lunga evoluzione della grande repubblica aristocratica, riordinata da Augusto, stava per chiudersi. Costantino avrebbe dunque la gloria di creare la dinastia, che governerebbe il vasto impero, come i Tolomei avevano governato l’Egitto. Il frutto sembrava questa volta maturo; poichè, morte ormai le ripugnanze dello spirito e della tradizione greco-latina, non c’erano più istituzioni così forti da opporsi; e la dinastia era pronta, Costantino avendo abbattuto tutti i capi che nutrissero ambizioni rivali, mentre l’Impero aveva bisogno di un’autorità unica e forte, solida e permanente.

Senonchè tolte di mezzo tutte le altre difficoltà, ne sorse una nuova, quella a cui abbiamo già alluso, più formidabile che le precedenti: il cristianesimo. Costantino, che nella sua lotta contro Licinio, s’era appoggiato sui cristiani, non poteva più governare che d’accordo con i cristiani, e rispettando le loro credenze gli apologisti cristiani videro più giusto di molti storici moderni, quando hanno detto che la vittoria di Costantino su Licinio fu la vittoria decisiva del cristianesimo sul paganesimo. Dopo la vittoria, di fatto se non di diritto, il cristianesimo è già la religione ufficiale dell’Impero; e non tarderà molto a diventare tale anche di diritto. Costantino poteva dunque introdurre nell’Impero le istituzioni e il cerimoniale delle monarchie asiatiche, ma non la dottrina che il sovrano era un Dio, perchè questa idolatria politica avrebbe fatto orrore a tutti i cristiani. Se aveva potuto istituire un potere più forte che quello di Diocleziano, evitando la divisione dell’autorità suprema tra quattro sovrani, doveva rinunciare per riguardo ai cristiani, al principio della divinità degli imperatori, e per questo lato, il suo governo sarebbe stato più debole che quello di Diocleziano.

La monarchia assoluta ed ereditaria è un sistema politico molto comodo, sopratutto perchè scioglie con molta semplicità i due problemi maggiori, che stanno dinanzi a ogni governo: l’unità e la continuità. Ma fra gli inconvenienti, ce n’è uno particolarmente grave: la difficoltà di giustificare l’attribuzione di poteri così illimitati a una sola famiglia, come un privilegio ereditario. Gli antichi, i quali nelle loro concezioni politiche facevano spesso prova di un’audacia ingenua che manca ai moderni, avevano trovata una soluzione di questa difficoltà radicale, facendo del sovrano una divinità. Come dei, i re potevano avere dei privilegi, che sarebbero stati assurdi per uomini. Il cristianesimo ha distrutto questa giustificazione del potere monarchico che appare un po’ grossolana, ma che è ottima per gli spiriti semplici; e questo spiega come il governare gli stati sia divenuto, dopo il trionfo della nuova religione, molto più difficile e complesso di prima.