Non è difficile di spiegare l’ardore terribile delle grandi lotte teologiche in mezzo a cui si è formato a poco a poco il dogma, quando queste lotte si intendano in questa maniera. Che volevano i grandi fondatori e difensori dell’ortodossia? Unificare e fissare le credenze sulla base della rivelazione e dei libri santi, con la forza del pensiero, e sopratutto con quello strumento particolare dell’intelligenza che è la dialettica. Ma il pensiero è uno degli elementi più mobili dell’universo; e la dialettica uno strumento potente, ma poco sicuro perchè sa servire tutte le passioni, anche quelle che seminano i torbidi e il disordine negli spiriti e nel mondo. Se n’erano già serviti i filosofi greci, per distruggere più che per sostenere le credenze e le tradizioni del mondo antico, sostituendo loro l’eterna mobilità delle passioni e degli interessi, mascherati con ingegnosi sofismi. Inoltre, se il pensiero dell’uomo ripugna sempre a sottomettersi a una forte e seria disciplina, vi ripugna di più in tempi d’anarchia politica e sociale. Voler ricostituire l’ordine nell’anarchia di un immenso impero crollante incominciando dal pensiero, era iniziar l’opera proprio dalla parte più difficile, seguire la linea dello sforzo più grande, affrontare, con dei ragionamenti, tutte quelle pericolose passioni scatenate dall’anarchia, che cercano sempre di prolungarla, perchè vivono di lei!

X.

Se quell’opera era necessaria per salvare una parte del mondo da una catastrofe totale, che avrebbe annientato tutta la civiltà antica; era certo la più difficile che si offrisse allo spirito umano. Non bisogna dunque meravigliarsi se in quella gigantesca difesa dell’ortodossia, apparvero tanti uomini straordinari per grandezza intellettuale e morale, che la Chiesa ha santificati. La grandezza della natura e del genio umano non si vedono che in tempi di calamità, di fronte alle imprese difficili e quasi impossibili.

Ma che cosa rappresentavano, a paragone di questo sforzo ultra umano, per unificare la verità con la dialettica e l’eloquenza, e per adoperare i più potenti strumenti della cultura antica in vista di un fine così nuovo, gli sforzi di Costantino per salvare i resti della cultura antica? Anche in questa direzione Costantino aveva saggiamente continuata l’opera di Diocleziano.

Nella nuova capitale dell’Impero aveva fondato quella che noi chiameremmo una università, ove professori pagati dallo Stato insegnavano la lingua e la letteratura greca e latina, la retorica, la filosofia, la giurisprudenza, per preparare all’Impero dei funzionari. Ci restano ancor molte leggi di Costantino che concedono privilegi e vantaggi, o che assicurano la vita ai medici, ai grammatici, ai professori di belle lettere in tutte le città dell’Impero. Ma quegli sforzi restavano sterili. Burocratizzate in un insegnamento ufficiale, non avendo più nell’agonia del paganesimo da compiere un’opera viva e vitale, le letterature e le filosofie antiche si disseccavano nella mediocrità dei professori di mestiere, che volevano vivere e farsi una posizione a spese dei geni del passato, mentre i nuovi geni, gli spiriti di grande forza, voltavan la schiena al presente, sprezzavano la protezione ufficiale, si davano tutti alla grande opera vivificatrice dei loro tempi....

Uno dei più grandi libri dell’antichità, le Confessioni di S. Agostino, ci fa vedere sul vivo questa crisi spirituale della cultura antica.

S. Agostino aveva ricevuto dalla natura tutti i doni necessari per diventare un grande scrittore; l’immaginazione, il sentimento, lo stile, la lingua, lo spirito sintetico e filosofico. La forza della dialettica era in lui pari alla potenza delle immagini; lo slancio della fantasia e del sentimento alla profondità del pensiero. E pure era diventato uno di quei professori ufficiali di letteratura, che l’Impero pagava e onorava perchè conservassero viva la tradizione della letteratura antica. Una volta tanto, l’insegnamento ufficiale aveva messo la mano sopra un vero genio... Ma l’Uomo di genio ci ha lasciato un’indimenticata descrizione della misera esistenza, che egli condusse facendo il professore a Cartagine, a Roma, a Milano; l’inquieto scontento che lo rodeva in quegli anni, il furioso agitarsi del suo grand’ingegno nel vuoto di quella cultura ormai esaurita e schematizzata nel quadro convenzionale di un insegnamento ufficiale. Quando un giorno, in un villaggio vicino a Milano, si fece la luce in quella grande anima, disgustata dal vile mestiere, a cui voleva condannarlo una civiltà moribonda. Il professore di letteratura abbandonò la cattedra, gettò i vecchi libri morti e come un ardito palombaro si cala nel mare, scese negli abissi teologici della grazia, della predestinazione, del libero arbitrio, per gettare laggiù i piloni del gran ponte sul quale l’Europa doveva fare il lungo e difficile passaggio dalla civiltà antica a quella moderna.

Costantino insomma non fallì, ma riuscì solo a mezzo; e contribuì a evitare per il momento la catastrofe, prolungando l’agonia. Dopo di lui, l’Impero visse ancora, ma tra scosse continue, e indebolendosi ogni giorno di più. Aumenta la povertà; lo Stato si disorganizza e si fa insieme più violento, oppressivo e rapace, il fiscalismo imperiale imperversa, si rinnovano le atroci tragedie dinastiche; l’esercito si decompone; vacilla la difesa delle frontiere, le campagne si spopolano affollando le città; le piccole città, a vantaggio delle grandi, rovinano; i barbari s’infiltrano dappertutto; la cultura, dalle arti alla filosofia, si deteriora; s’inaspriscono le lotte religiose; si spezza l’unità dell’Impero; si separano l’Oriente e l’Occidente. L’Oriente si difende meglio che l’Occidente, contro la decadenza, perchè la monarchia assoluta, ritornando come nel suo paese di origine, vi si stabilisce con maggior facilità e solidità, e può arginare la dissoluzione generale con più forza e più lungamente che in Occidente. Così che la forza dell’Impero si ritira, a poco a poco, verso l’Asia, fino al giorno in cui l’Occidente cade sotto i colpi rinnovati dei barbari. La civiltà antica è allora, in Occidente, distrutta quasi del tutto. Per secoli, non ne resteranno più, in quelle immense regioni ridiventate barbare e deserte, molte delle quali son colonizzate dagli invasori germanici, che dei vaghi ricordi e poche vestigia frammentarie, tra cui, unico elemento vitale, la teologia creata negli ultimi secoli dell’Impero per unificare la dottrina della nuova religione. La teologia è stata, per lunghi secoli, in Occidente, l’ultima forma di alta cultura sopravissuta in mezzo alla rovina di tutte l’altre, quella che ha salvato l’Impero dalla barbarie piena e definitiva. Da questa ultima forma sopravissuta infatti, sono a poco a poco uscite, per svilupparsi di nuovo, la filosofia, la letteratura, il diritto, tutto il grande movimento intellettuale, che culminò nella Rinascenza. Nella disciplina intellettuale, conservata dal dogma attraverso il gran caos del medioevo, l’Europa a poco a poco ha ritrovato e sviluppato i principii d’autorità, che l’Impero aveva cercati invano, e che gli hanno permesso di ricostituire dei governi solidi e forti. Ma a mano a mano che ricostituiva l’autorità dei governi e si sottometteva a una vigorosa disciplina politica, l’Europa è diventata più intollerante di quella unità e disciplina intellettuale che, dall’epoca di Costantino alla Riforma, gli erano parse necessità vitali, più dell’organizzazione degli Stati e degli eserciti. Incominciano nello stesso tempo a formarsi i grandi Stati e il pensiero umano si rivolta contro tutte le autorità, alle quali s’era sottomesso nel medioevo; doppio movimento parallelo e inverso che doveva svilupparsi per tre secoli e sbocciare nella situazione attuale: Stati di una potenza formidabile, come non se n’erano mai visti, che s’appoggiano sopra una delle più grandi anarchie intellettuali e morali della storia, ossia sul vuoto. Schizzeremo rapidamente, nell’ultimo capitolo, l’ultima fase, quella più importante, di questa straordinaria trasformazione del mondo.

CAPITOLO QUINTO DAL TERZO AL VENTESIMO SECOLO

La rovina della civiltà antica è stata effetto di cause profonde e complesse. Ma la nostra ricerca sembra provare che essa è incominciata con una grande perturbazione politica, che scatenando un’incurabile anarchia ha distrutto a poco a poco la civiltà antica nei suoi elementi essenziali. E’ anche possibile spiegare il procedimento di questa crisi. L’impero romano aveva cercato di conciliare due diversi principii d’autorità; il principio monarchico che aveva avuto un grande sviluppo in Oriente, in Asia Minore, in Siria, in Egitto con le dinastie anteriori e posteriori alla conquista di Alessandro; il principio repubblicano, che si era sviluppato in Europa, sopratutto in Grecia e in Italia, nelle istituzioni della città antica. La conciliazione che l’imperator o il princeps simboleggiavano, era sempre stata difettosa perchè non era riuscita a definire il principio costituzionale, donde doveva uscire l’autorità suprema di quella monarchia repubblicana, questo principio non essendo nè l’eredità, come nelle monarchie, nè una regolare elezione, che avesse procedura fissata dalle leggi e dalle tradizioni, come nelle repubbliche. Tuttavia, fino che conservò l’antico prestigio e la sua immensa autorità, il Senato fu generalmente riconosciuto come la fonte della legittimità imperiale. Un imperatore era considerato legittimo, appena il Senato aveva approvato la sua elezione. E infatti il Senato riuscì, per due secoli, a prezzo di lotte talora molto violente e di una sanguinosa guerra civile, a render sicura la continuità legale del regime. Ma indebolita l’autorità del Senato dalla vittoria di Settimio Severo, e dall’istituirsi di una vera monarchia assoluta non rimase più nessun principio di legittimità, chiaro e forte, per la scelta dell’Imperatore: nè l’eredità, nè l’elezione, nè la convalida del Senato. Da questo nacque il grande tumulto di rivoluzioni e di guerre che, come abbiamo detto, ha tutto distrutto.