VIII.

Ma questa divisione dell’Impero, pur annullando, nella sua parte sostanziale, l’opera di Costantino, non era il pericolo più grave. Non rompeva infatti che l’unità materiale! Molto più grave era il pericolo che minacciava l’unità morale dell’Impero col cristianesimo trionfante. Costantino, e lo dice egli stesso, in un editto che citeremo più innanzi, si era avvicinato al cristianesimo e l’aveva favorito con l’idea di ricostituire l’unità morale dell’Impero. Costantino era ancor troppo un uomo politico d’idee antiche, per non considerare, alla romana, la religione come uno strumento della politica. Poi che il cristianesimo era oramai più diffuso e più forte che il paganesimo, la saggezza politica consigliava di accelerare la cristianizzazione dell’Impero. Ma il cristianesimo non era una religione che potesse servire di strumento politico, nelle mani dello Stato, come le varie religioni pagane. Aveva una morale e una dottrina tutte sue, indipendenti e tali che nessuno Stato poteva modificarle per i suoi fini politici. Costantino non tardò ad accorgersene, quando le eresie, limitate a lungo dalle persecuzioni, scoppiarono, come una forza distruttiva, nella pace e nell’ordine, appena il cristianesimo trionfò con l’aiuto e l’appoggio dell’imperatore. Non è esagerato dire che Costantino, cercando di ricostituire l’unità dell’Impero con l’aiuto del cristianesimo, vi ha introdotto una nuova forza dissolvente; le dispute teologiche. Ne è prova la storia della grande eresia ariana. Un prete di Alessandria, Ario, aveva cominciato a sostenere, da qualche tempo, che Dio ha creato il Cristo, o il Logos, per adoperare la lingua teologica, dal Niente, come tutte le altre creature, e non dalla sostanza divina; che l’aveva adottato come figlio, prevedendo i suoi meriti, ma senza che da questa adozione dovesse risultare una partecipazione della divinità. Ario negava così l’identità delle persone della Trinità e la divinità del Cristo. In Oriente, dove la cultura filosofica e la passione della dialettica erano ancora ben vive, questa eresia, che non era nuova, aveva sollevato questa volta una tempesta formidabile, perchè da quando i cristiani non avevano più da temere le persecuzioni dei pagani, s’erano messi a discutere con fervore sulla divinità di Cristo. Il vescovo di Alessandria, Alessandro, sostenuto dal voto di un sinodo di cento vescovi, aveva espulso nel 321 Ario dalla comunità cristiana. Ma Ario non era solo: la semplicità della sua dottrina la rendeva più accessibile alla media degli uomini, che la dottrina opposta, molto oscura e profonda, della Trinità; le simpatie che egli ritrovava nel neo platonismo pagano così diffuso in Oriente, gli odi e i rancori lasciati dalle precedenti eresie, le molte discordie che dividevano il mondo cristiano, gli dettero subito un partito numeroso, se non scelto.

Immediatamente i sinodi cominciarono a opporsi ai sinodi; gli animi si accesero; alle dispute teologiche seguirono i parapiglia, i colpi, le violenze nella strada. La sicurezza di cui godevano dopo il trionfo, favoriva anche frammezzo ai cristiani l’esplosione delle cattive passioni. Poteva Costantino, che era stato spalleggiato dai cristiani, nei suoi sforzi per ricostituire l’unità dell’Impero, vedere con indifferenza questo disordine religioso, che stava quasi per mutarsi in guerra civile? No, certamente. E così fu preso nel vortice delle dispute teologiche.

Ciò che egli pensasse, col suo senso politico, di quelle dispute, lo sappiamo dalla lettera, che rivolse ai cristiani dissidenti:

«M’ero proposto di ricondurre a una unica forma l’opinione che tutti i popoli si fanno della divinità, perchè sentivo bene che, se avessi potuto, su questo punto, ristabilire l’accordo come volevo, ne sarebbe stata facilitata la gestione degli affari pubblici. Ma, oh divina bontà! che novità ha ferito crudelmente i miei orecchi, anzi il mio cuore! Vengo a sapere che ci sono tra voi più dissensi che in Africa nei tempi passati. Eppure mi par che la ragione sia ben piccola, e assolutamente indegna di tante contestazioni... Tu, Alessandro, hai voluto sapere ciò che pensavano i tuoi preti sopra un punto della legge, anzi soltanto sopra una parte di una questione, priva, assolutamente di importanza; e tu, Ario, se pensavi così, dovevi tacere. Non si doveva nè interrogare nè rispondere, poichè si tratta di problemi che non v’è nessun bisogno di discutere, ma che suggerisce soltanto l’ozio, dato che, tutt’al più, son buoni a aguzzar l’ingegno. E’ forse giusto, che per delle vane parole, impegniate una battaglia tra fratelli e fratelli? Son queste cose volgari, degne di bambini senza esperienza, non di preti o d’uomini di senno. Ridàtemi dunque, vi prego, giorni tranquilli e notti senza inquietudini, in modo che possa anch’io, nell’avvenire, goder della pura gioia di vivere».

Il senso della lettera è chiaro. Costantino, che concepiva la religione come uno strumento politico per mantenere l’ordine nello Stato, considera insensato quel furore di discussioni teologiche. Una religione che, invece di aiutare l’imperatore gli crea delle difficoltà, sembrava a lui, fedele interprete del pensiero romano, una mostruosa assurdità. E infatti, approfittando dell’autorità di cui godeva tra i cristiani, prese l’iniziativa di un gran concilio, che doveva metter fine alla questione. A Nicea, nella primavera del 325, si riunirono più di 250 vescovi di ogni parte delle provincie orientali, e Costantino inaugurò il Concilio con un assai modesto discorso. Ristabilendo la concordia nella Chiesa, l’assemblea avrebbe fatto un’opera che sarebbe piaciuta a Dio e avrebbe reso un gran servizio all’Imperatore. Il concilio era presieduto da uno dei suoi segretari, il vescovo Osio, avversario dell’arianismo; onde le influenze imperiali agirono tutte contro questo partito.

Ario fu dunque rinnegato ancora una volta. Il Concilio decretò che Cristo non era stato creato dal niente, e che non era diverso dal padre, ma che invece era stato fatto da Dio, dell’essenza del padre «vero Dio del vero Dio» e che gli era consubstanziale.

Ma poco durò l’illusione d’aver così ricostituita l’unità morale dell’Impero. Ciò che sembrava pazzia furiosa al suo senso politico di romano, era qualcosa di così profondo, che tutta l’autorità dell’Imperatore riusciva impotente a combatterla. Condannato dal concilio di Nicea, Ario era andato in esilio; ma l’arianismo era diffuso e potente; aveva, anche a corte, degli amici fidati, tra i quali Costanza, la sorella di Costantino; non rinunciò dunque alla lotta. Approfittando degli errori degli avversarii, addolcendo la sua dottrina. Ario e i suoi partigiani riuscirono a riguadagnare il favore di Costantino, persuadendolo che era possibile una riconciliazione. L’Imperatore, sempre animato dal desiderio di ristabilire l’unità morale dell’Impero, tentò allora questa riconciliazione; ma si urtò in un’opposizione invincibile specialmente da parte del nuovo vescovo di Alessandria, Atanasio. Questa intransigenza degli avversari spinse finalmente Costantino verso Ario. Il favore imperiale rese coraggio alla setta, che, nel 335, riuscì a far condannare Atanasio al concilio di Tiro. A sua volta Atanasio fu esiliato in Gallia e i suoi partigiani più in vista vennero perseguitati e dispersi; Ario rientrò come trionfatore; la corte fu invasa dagli ariani, che in quasi tutto l’Oriente divennero il partito prevalente della Chiesa cristiana. Ma il partito avverso non disarmò; e da quel momento una lotta immensa, di furore implacabile, squassò tutto l’Impero, aggiungendo, alle altre più gravi, una causa nuova di debolezza.

IX.

Come spiegare questo fenomeno quasi incredibile? Queste dispute teologiche, che sono state parte così importante nella storia del cristianesimo, sembrano a noi moderni, come a Costantino, quasi un’inconcepibile pazzia! Ma qui si pone una grave questione. Come mai tutta la forza e la saggezza dell’autorità imperiale furono impotenti contro questo che è, o sembra a noi, un delirio? Come han potuto, quegli uomini, odiarsi, perseguitarsi, massacrarsi per tanti secoli, spingere alla rovina un grande impero per questioni così astruse e sottili? Perchè a noi, che non vediamo più ciò che si nascondeva dietro, quelle dispute sembran fatte soltanto di parole. Ma giudicar così significa non capire uno dei più grandi drammi della storia umana. Che vita anima quelle discussioni oscure, quando le ricollochiamo nel disordine dell’immenso impero che crollava, perchè non possedeva più un principio d’autorità solido e sicuro da sostenere l’ordine sociale: nè l’antico principio greco latino, aristocratico e repubblicano, consacrato dal politeismo, che era caduto definitivamente; nè il nuovo principio asiatico e monarchico, che non riusciva ad abbarbicarsi con radici resistenti. Le lotte teologiche di quest’epoca non sono che uno sforzo titanico per costituire una disciplina intellettuale di ferro, una dottrina della vita, indiscussa e indiscutibile, forte contro tutti gli assalti degli interessi e delle passioni, in un momento in cui l’autorità politica barcollava, l’autorità religiosa era ancora divisa e debole, e tutte le tradizioni erano state scompaginate dalle rivoluzioni, dalle guerre, dalle mescolanze delle classi e delle popolazioni, dalle infiltrazioni dei barbari. Se ogni cosa, nel mondo era instabile, le leggi, le tradizioni, le forze dello Stato, le fortune e gl’interessi degli uomini e delle famiglie, stabile e fermo fosse almeno il pensiero umano, nella dottrina che Dio aveva rivelata agli uomini per mezzo del Messia e degli Apostoli, trasmessa in un’edizione autentica e in aeternum, nei libri santi. Tale è il pensiero profondo, che si trova in queste terribili e oscure lotte teologiche. Molte, se non tutte le grandi lotte dell’ortodossia e contro l’eresia, si spiegano e si comprendono, quando ci si rende conto che dietro le questioni teologiche, sottili, in apparenza, e puramente teoriche, era nascosta la questione, ben altrimenti grave, dell’unità e della stabilità delle dottrine fondamentali del cristianesimo, e che questa unità e questa stabilità era l’ultima base dell’ordine, in un mondo che si decomponeva, perchè non aveva trovato un sicuro e solido principio d’autorità. L’arianismo è un caso particolarmente chiaro e istruttivo di questa verità. Separando Cristo da Dio come una delle sue emanazioni ed esteriorizzazioni, l’arianismo ammetteva implicitamente che altre emanazioni e esteriorizzazioni potevano seguire quelle di Cristo. Come Dio aveva di sua volontà creato dal nulla e poi adottato Gesù Cristo, così potrebbe di sua volontà creare dal nulla e adottare altri redentori. Dunque il libro della rivelazione non era chiuso; potrebbe continuare in volumi nuovi; potrebbero comparire ancora altri Messia, e la dottrina del cristianesimo si muterebbe in un continuo divenire come lo concepiscono certe sette del protestantesimo più radicale, che in Ario hanno trovato veramente un precursore. Ma questo continuo divenire della dottrina doveva spaventare, come una pazzia criminale, in mezzo alla dissoluzione universale delle leggi, dei costumi, degli Stati, gli spiriti illuminati e profondi che sentivano quanto fosse necessario di dare agli uomini, disperati per l’universa mobilità, qualcosa di solido, di fisso, d’incrollabile a cui potessero abbrancarsi. Per questa ragione tanti grandi spiriti si opposero all’eresia ariana, fino a sfidare, per questo, l’esilio e la morte, per questa ragione le dispute sulla consubstanziazione poterono riscaldare tanto gli animi, da provocare battaglie nelle strade e continue effusioni di sangue. Se Cristo era figlio di Dio, consustanziale del padre, vero Dio nato dal vero Dio senza romperne l’unità, il mistero dell’Incarnazione era unico e definitivo in eterno; un altro Messia non verrebbe più; il libro della Rivelazione era chiuso per sempre e l’umanità aveva ormai trovato il fondamento indistruttibile della perpetua verità, sul quale potrebbe costruire l’ordine morale e sociale a condizione di interpretarli alla lettera, nei due Testamenti.