Costantino ha dovuto rassegnarsi a un sistema così imperfetto, così oneroso, così pieno di abusi, solo perchè non poteva più servirsi, come gli imperatori del primo e del secondo secolo, della navigazione libera. Ma perchè non poteva più servirsi della navigazione libera? Su questo punto non abbiamo nessuna informazione diretta. Ma abbiamo un documento della maggiore importanza, che ci permette di attribuire questa difficoltà straordinaria ai prezzi eccessivi a cui s’erano alzati i trasporti marittimi, come ogni oggetto e ogni genere di lavoro, al principio del quarto secolo. Questo documento è il famoso editto di Diocleziano, de pretio rerum venalium, che tassa le merci fissando i prezzi che commercianti e clienti non possono oltrepassare, sotto pena di morte. Questo editto non ci ha soltanto trasmesso informazioni preziose sulla carezza della vita al principio del quarto secolo; ma lo precede una lunga prefazione dell’imperatore, nella quale il fenomeno della vita cara è analizzato e deplorato con molti particolari e molta forza, benchè in un latino oscuro e bizzarro. È detto chiaramente, in quella prefazione che i prezzi esorbitanti di tutte le cose stremano le risorse dell’amministrazione militare, in modo che tutti i tesori raccolti in tutto l’Impero per mantenere l’esercito, appaiono ogni giorno più insufficienti.
Senza dubbio Costantino ha dovuto ricorrere all’organizzazione coercitiva dei trasporti marittimi per conto dello Stato, perchè i trasporti liberi gli sarebbero costati somme enormi. Per giungere sino alla causa profonda di questa crisi, resterebbe dunque da spiegare perchè i prezzi avessero tanto aumento da disorganizzare tutta l’Amministrazione.
Diocleziano, che deplora il male e vuol guarirlo col ferro, non fa nessuno sforzo per ritrovarne le cause. Ma noi possiamo indovinarle anche dopo tanti secoli; erano la distruzione degli uomini e delle ricchezze, prodotta dalla guerra, le carestie, le epidemie, e la svalutazione del denaro. L’Impero non aveva più nè gli uomini nè le ricchezze necessarie, per mantenersi nella civiltà che aveva raggiunta; siccome voleva conservare una amministrazione e una organizzazione sociale troppo costose per la sua diminuita ricchezza, tutto rincarava — lavoro e oggetti — come capita sempre quando si chiede a un mercato più di quel che può dare. La svalutazione del denaro, di cui abbiamo già visto le ragioni, doveva anche allora generare quegli effetti che ha prodotto in tutte le epoche. Una volta falsificata l’unità di misura dei valori economici, nessuno sapeva più precisamente quanto valevano le cose; tutti i valori diventavano mobili; per mettersi al sicuro dal fluttuare del denaro, la gente ricorreva al solo mezzo che sembra esistere contro un male così capriccioso: guadagnare il più possibile, vendendo tutte le cose ai prezzi più alti.
La guerra e l’anarchia decomponevano dunque l’agricoltura, l’industria e il commercio, con cui si era sostenuta fino allora la vita materiale della civiltà antica. Costantino cercò di fermare questa decomposizione, con una organizzazione coercitiva. Siccome le cause di questa decomposizione persisteranno, questa organizzazione s’allargherà; a poco a poco, durante il quarto e il quinto secolo, la vita economica dell’Impero si muterà in un sistema complicato di requisizioni sempre più tiranniche, e che alla fine lo soffocheranno.
VII.
Tra le riforme più famose di Costantino, è necessario annoverare anche uno degli atti più audaci che potesse immaginare un capo di Stato. Egli riprese il disegno di Antonio; tolse a Roma la sua corona; e trasportò in Oriente la capitale dell’Impero.
La sua azione è larga, forte, profonda, ricca di idee generali; è la manifestazione di un genio politico e amministrativo di prim’ordine; ma è anche la prova luminosa che la monarchia pura era ancora più debole che con il sistema di Diocleziano. Si potrebbe definire la politica di Costantino dicendo che, per conquistare e esercitare da solo il potere assoluto, ne aveva indebolito, appoggiandosi sul Cristianesimo, le basi che Aureliano e Diocleziano avevano cercato di consolidare coi culti orientali.
Per che ragione Costantino avrebbe complicato ancor più il cerimoniale e moltiplicato la burocrazia, se il suo governo non si fosse sentito più debole del precedente, nonostante la concentrazione di tutti i poteri in una sola mano? Allo stesso modo, non si può spiegare che un soldato e un uomo di Stato di tanto genio abbia frazionato e immobilizzato l’esercito in un sì gran numero di guarnigioni, nell’interno e lontano dalle frontiere, se non si ammette che l’esercito doveva ormai servire a conservare con la forza l’ordine interno, minacciato da tante cause di dissoluzione, più ancora che a difendere l’Impero, dai nemici esterni. Non si può nemmeno spiegare come Costantino abbia così facilmente aperto ai barbari i ranghi delle legioni, senza ammettere che si sentiva impotente a lottare contro la ripugnanza della nuova società cristiana verso la vita militare. E’ finalmente impossibile di spiegare, se non come segno di indebolimento dell’Impero, la fondazione di Costantinopoli. Se molte furono le cause di questo avvenimento, la prima dev’essere cercata nella decadenza delle provincie occidentali, devastate dai barbari, impoverite, spopolate. Come lo sviluppo delle provincie occidentali, e sopratutto della Gallia, avevano fissata in Italia la sede dell’Impero, allo stesso modo l’Impero si spostava verso l’Oriente, cioè verso le provincie più ricche, più popolate, meno tocche dalla perturbazione dei tempi, ora che l’Occidente cadeva in rovina. Costantino scelse il posto con intelligenza straordinaria, perchè Costantinopoli si trova nella situazione ideale per essere capitale di un Impero che è metà in Asia e metà in Europa. Ma trasportare sul Bosforo la capitale dell’Impero era come dichiarare che il compito di Roma in Occidente, l’ultima grande opera della civiltà antica, era finito, e che la storia aveva voltato pagina.
Nè Costantino riesci a ricostituire, col principio dinastico, l’unità e la continuità del potere supremo. La dinastia, che vuol fondare, è subito minata dalle discordie, dai sospetti, dalle gelosie; ai mali che avevano afflitto sino a quel tempo l’Impero si aggiungono le sanguinose e oscure tragedie dinastiche. Nella famiglia stessa del fondatore comincia una lunga storia di rivoluzioni di palazzo, della quale, per molti secoli, sarà teatro Costantinopoli.
Già nel 326, per ragioni ignote, Costantino fece uccidere il figlio Crispo, vincitore dei Franchi e di Licinio, e poco dopo Fausta, la sua seconda moglie e la figlia di Massimiano. Nel 333, compì un atto meno tragico, ma ancor più significativo, come prova della debolezza dell’edificio politico che egli aveva costruito. Divise l’Impero tra i suoi tre figli e uno dei suoi nipoti. Assegnò a Costantino la Spagna, la Gallia, la Britannia; a Costanzo l’Asia, la Siria, l’Egitto; a Costante, l’Italia, l’Illirico, l’Africa; e il titolo di Augusto a tutti e tre; al nipote Dalmazio, col titolo di Cesare, la Tracia, la Macedonia, l’Acaia. Finalmente, a un fratello di costui, Annibaliano, erano assegnati, col titolo di re dei re, il trono allora vacante dell’Armenia, e le regioni limitrofe del Ponto. A che dunque aver tanto lottato e sparso tanto sangue, per rovesciare la tetrarchia di Diocleziano, se poi la ricostituiva più debole e in forma più pericolosa? Ma nemmeno Costantino aveva la forza di risolvere la terribile questione del principio legale della suprema autorità. Anche il principio dinastico, spoglio del carattere divino, era debole, incerto, oscillante, come tutti gli altri principii che l’Impero aveva provati. Costantino comprese che non aveva nè la forza, nè l’autorità necessaria per imporsi alle ambizioni di tutti i membri della sua famiglia e trasmettere il suo potere a uno solo dei suoi figli; preferì di rompere l’Impero, coll’illusione di assicurargli più facilmente la pace, soddisfacendo a tutte le ambizioni rivali che non poteva sopprimere.