Alla fine il partito di Tiberio si decise ad una audacia disperata: colpire il partito avversario con uno scandalo nella persona stessa di Giulia. La lex Iulia de adulteriis, fatta da Augusto nell’anno 18, e che dava licenza a qualunque cittadino di accusare la sposa infedele davanti ai tribunali, quando il marito o il padre non l’accusassero, si applicava a tutti i cittadini romani, dunque anche la figlia di Augusto, alla vedova di Agrippa, alla madre di Caio e di Lucio Cesare, le due giovani speranze della repubblica. Giulia aveva sino ad allora violato la lex Iulia; e non aveva subito la pena, che aveva colpito tante altre donne dell’aristocrazia, solo perchè nessuno aveva osato provocar questo scandalo nella prima famiglia dell’impero. Il partito di Tiberio, protetto e guidato da Livia, l’osò alla fine. È impossibile dire quale fu la parte di Livia in questa tragedia: certo è che essa o qualche altro personaggio influente riuscì a procurarsi le prove della colpa di Giulia, e le portò ad Augusto, minacciando, se egli non compiva il suo dovere, di portarle al pretore e di fare un processo. Augusto aveva voluto con la lex Julia che se il marito, come era allora il caso di Tiberio, non poteva accusare la donna infedele, il padre doveva farne le veci; ed Augusto dovette subir la sua terribile legge, per evitare scandali e guai peggiori. Esiliò Giulia nella piccola isoletta di Pantelleria; e a 37 anni, la giovane, avvenente, piacevole, voluttuosa signora, che aveva brillato a Roma tanti anni, dovette sparire per sempre dalla metropoli, ridursi a vivere in una isoletta selvaggia. La sua vita era troncata per sempre dall’odio implacabile di un partito nemico, dalla crudeltà inesorabile di una legge, fatta dal padre.
Dopo l’esilio di Giulia, la fortuna di Tiberio e di Livia, per quattro anni languente, risorge. Ma non così rapidamente, come Livia e Tiberio forse avevano sperato. Giulia conservò, anche nella disgrazia, numerose amicizie e una grande popolarità; per molto tempo il popolo di Roma dimostrò a suo favore; molti sollecitavano il suo perdono da Augusto: prova evidente che le orribili infamie raccontate sul suo conto erano esagerazioni di nemici. Giulia aveva violata la lex Iulia, questo è sicuro: ma se aveva commesso un fallo, non era un mostro, come i suoi nemici dicevano: era una bella signora, come molte ce ne furono, ce ne sono e ce ne saranno, provvista di vizi e di virtù umane. E difatti il suo partito, riavutosi dallo scandalo, riprese la guerra; e fermo nel pensiero di far perdonare Giulia, tentò quanto potè per impedire a Tiberio di tornare a Roma e riprender parte alla vita politica, sapendo che se il marito rimetteva il piede in Roma, Giulia non ci ritornerebbe più. Uno solo poteva rientrare in Roma: o Tiberio o Giulia. E la mischia dei due partiti riarse intorno ad Augusto, più furiosa che mai.
Caio e Lucio Cesare, i due giovani figli di Giulia, prediletti di Augusto, furono i portavoce dei nemici di Tiberio presso Augusto, il contrappeso dell’influenza di Livia. Nessuna arte fu negletta per seminare tale odio e diffidenza tra i due giovani e Tiberio, che non potessero mai ritrovarsi insieme nel governo e la presenza degli uni escludesse l’altro. Un nuovo aiuto i nemici di Tiberio trovarono in una figlia di Giulia e di Agrippa — Giulia minore, come la storia l’ha chiamata, — che Augusto amava non meno di Caio e di Lucio. Sposata a L. Emilio Paolo, al discendente di una delle più grandi famiglie di Roma, Giulia divenne presto, in Roma, al posto della madre, l’Antilivia; raccogliendosi dattorno, come la madre, una corte di giovani eleganti, di scrittori, di poeti — Ovidio faceva parte del suo circolo — la quale bilanciasse la consorteria dei vecchi senatori (parrucconi, diremmo noi) che facevano circolo intorno a Livia. Non indugiò molto neppure ad abusare della benevolenza del nonno come ne aveva abusato la madre; sfoggiando, all’ombra della sua protezione, un lusso che i nemici del vecchio puritanismo romano ammiravano appunto perchè vietato dalle leggi; costruendo una magnifica villa, che era una sfida alla legge suntuaria; e — se si vuol credere alla tradizione — violando anche quella lex de adulteriis, che era stata così fatale alla madre.
Cosicchè, anche dopo la caduta di Giulia, i suoi tre figli — Caio, Lucio, Giulia — erano abbastanza potenti, e per la debolezza di Augusto, e per il favore pubblico, e per gli appoggi in Senato, da contrastare il terreno al partito di Livia. A mala pena, dopo infiniti stenti e quattro anni di intrighi, nell’anno 2 dopo C., Livia riuscì ad ottenere che Tiberio potesse ritornare a Roma; ma a condizione che s’occupasse solo dell’educazione del figlio e dei suoi affari privati, ogni faccenda pubblica esclusa. Augusto era vecchio e non bastava più all’impero; l’esercito era arrugginito, le finanze dissestate, le frontiere mal sicure; in Gallia, in Pannonia, in Germania la rivolta serpeggiava; Tiberio solo, che era il primo generale e uno dei migliori amministratori del suo tempo, che poteva mettere a disposizione della repubblica il pieno vigore della sua virilità matura, era in grado di fare ciò, che Lucio e Caio non sapevano. Ma inutilmente: Augusto non cedeva alle istanze di Livia: I Giulî erano padroni dello Stato e ne tenevano lontani i Claudî.
Tiberio sarebbe forse stato bandito per sempre dal potere, se il caso non l’avesse aiutato, togliendo di mezzo Caio e Lucio Cesare. Poco dopo il ritorno di Tiberio, il 20 agosto dell’anno 2 d. C. Lucio Cesare moriva a Marsiglia, spento da breve malattia; e venti mesi dopo, nel febbraio dell’anno 4, moriva pure Caio, in Licia, in seguito ad una ferita ricevuta in una scaramuccia. Queste due morti furono così premature, così vicine l’una all’altra e così opportune per Tiberio, che la posterità si è rifiutata di considerarle come uno dei tanti accidenti che possono capitare a tutti gli umani; e ha sospettato in quelle la mano criminosa di Livia! Senonchè chi conosce un po’ il mondo e gli uomini, sa che è più facile immaginare e sospettare che compiere questi avvelenamenti romanzeschi. Pur lasciando in disparte ogni considerazione sul carattere di Livia, — e molte se ne potrebbero fare — è difficile immaginare come essa avrebbe osato e potuto avvelenare i due giovani a tanta distanza da Roma, in Asia l’uno e in Gallia l’altro, per mezzo di molti complici, in tempi in cui, divisa come era la famiglia di Augusto da tanti odi, ogni suo membro era sospettato, spiato, appostato da un partito nemico; e in cui l’esempio di Giulia provava che la parentela con Augusto non era schermo sufficiente contro i rigori della legge e la collera dell’opinione pubblica. È poi cosa notissima che il popolo inclina sempre a sospettare un delitto ogni qual volta un uomo noto e potente muore prematuramente. Senza risalire alla leggenda del Conte Rosso avvelenato dalla madre, ricorderemo che trent’anni fa era tradizione, a Torino, che Cavour fosse stato avvelenato dalla mano di un’amante, chi diceva per ordine di Napoleone III, chi dei gesuiti, solo perchè la sua vita fu repentinamente troncata (da una nefrite, credo) a 52 anni, proprio quando l’Italia sentiva di averne maggior bisogno! Questa ecatombe di giovinetti e di giovani nella famiglia di Augusto sembra la persecuzione di un’oscura fatalità e può riuscir sospetta: ma appunto perchè le morti premature furono così numerose, non si possono spiegare se non con il logoramento della stirpe bacata nel midollo. Tutte le famiglie, invecchiando nel potere e nella ricchezza, si spengono: onde nessuna aristocrazia potè durare se non rinnovandosi, e quelle che si sono chiuse in sè, sono perite.
Nessuna seria ragione ci autorizza ad attribuire a una donna, che fu venerata come un modello dagli uomini migliori della sua età, un così orrendo delitto; e le favole che ne raccontò il popolino, avverso a Livia perchè fedele a Giulia, e che gli storici delle età seguenti raccolsero, valgono quanto le dicerie del popolino torinese sul veleno propinato a Cavour. La morte di Caio e di Lucio Cesare fu però una grande fortuna per Tiberio, perchè impose il suo ritorno al potere. L’impero era nei guai dappertutto; la Germania era mezza in rivolta; l’esercito aveva bisogno di un capo; pure Augusto, vecchio e irresoluto, esitava ancora, temendo l’avversione che covava e in senato e nel popolo contro il troppo autoritario Tiberio. Alla fine, d’accordo con Livia, la parte più seria, più autorevole, più antica della nobiltà senatoria, capeggiata da un nipote di Pompeo, Gneo Cornelio Cinna, gli impose di richiamare Tiberio, minacciando, pare, di ricorrere a qualche espediente violento, su cui noi non abbiamo sicure notizie. Certo è che si fece paura al vecchio Augusto, vincendo così con una paura maggiore la paura di cui gli era cagione la impopolarità di Tiberio; e il 26 giugno dell’anno 4 dell’êra volgare Augusto adottava Tiberio come figlio, gli faceva dare la potestà tribunizia per dieci anni, prendendolo a collega. Tiberio, a sua volta, per volontà di Augusto, adottava come figlio Germanico, il figlio maggiore di Druso e di Antonia, la sua fedele amica: un giovane intelligente, attivo, e da cui tutti speravano molto.
ANTONIA
Ritornato al potere Tiberio provvide, di accordo con Augusto, a riordinare l’esercito e lo Stato; e a placare, con atti di clemenza e nuovi matrimoni, le furiose discordie che negli ultimi anni avevano diviso o turbato la famiglia dei Giuli e dei Claudi. L’esilio di Giulia fu addolcito; Germanico sposò Agrippina, un’altra figlia di Giulia e di Agrippa, una sorella di Giulia minore, vedova di Caio Cesare; Livilla, sorella di Germanico e figlia di Antonia, fu data al figlio di Tiberio, a Druso, un giovane coetaneo di Germanico e che non ostante certi difetti, l’irascibilità e l’inclinazione ai piaceri, mostrava alcune qualità di uomo di Stato: fermezza, mente solida, attività. Si voleva sempre con questi matrimoni far della famiglia di Augusto, del ramo giulio e del ramo claudio che la componevano intrecciati, un corpo solo, formidabile, unito, così da poter essere il fondamento su cui poserebbe la repubblica, ossia il governo di tutto l’impero. Ma se il proposito era savio, i fermenti di discordia e la infelicità dei tempi potevano più che i buoni propositi. Troppo si era aspettato a richiamar Tiberio al potere; il disordine, dopo dieci anni di governo senile, era troppo grande; i provvedimenti imaginati da Tiberio per riassettare le finanze dell’impero, irritarono le classi ricche dell’Italia; nel 6 dopo C. scoppiò la grande rivolta della Pannonia. Che spavento fu quello! Parve di tornare ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni. In un istante di follia collettiva si temè perfino che la penisola potesse essere invasa e Roma assediata dai barbari! Tiberio accorse rapido, e domò l’insurrezione, non affrontandola in campo aperto, ma stancandola: metodo sicuro e savio, con le milizie di cui disponeva! Ma a Roma, passato lo spavento, il protrarsi della guerra irritò, e divenne per molti un pretesto per sfogar l’odio antico contro Tiberio, il quale fu accusato di aver paura, di non sapere il suo mestiere, di tirare in lungo la guerra per ambizione! Il partito avverso a Tiberio risollevò la testa, tentando perfino di aizzargli contro Germanico, che giovane, ambizioso, temerario, avrebbe preferito una guerra rapida; e certo si sarebbe creato già sin da allora un partito di Germanico ed uno di Tiberio, se Augusto, questa volta, non avesse da Roma sostenuto Tiberio. Ma le difficoltà e le incertezze erano grandi; e rinascevano di continuo.