In mezzo a queste lotte e a queste paure un nuovo scandalo scoppiò nella famiglia di Augusto: Giulia minore, come la madre, si lasciò cogliere in fallo dalla lex Iulia de adulteriis e dovè prendere anch’essa la via dell’esilio! Come e per opera di chi lo scandalo scoppiasse, noi non sappiamo: sappiamo invece che Augusto amava molto la nipote; onde è da credere che in quell’agitato e torbido momento, mentre tanti odi si appuntavano contro la sua famiglia e la sua casa, tanti sforzi si facevano per rovesciare di nuovo Tiberio, che pure aveva salvato l’impero, Augusto dovè una seconda volta subire la sua legge; e non osò contendere al partito puritano, alla minoranza arcaizzante dei senatori, agli amici di Tiberio, questa seconda vittima della sua famiglia. Certo è che si fece quanto si potè per limitare lo scandalo; e che dell’esilio della seconda Giulia appena qualche sommaria notizia sarebbe giunta sino a noi, se tra i complici che furono esiliati con lei non ci fosse stato anche Ovidio, che doveva empire venti secoli dei suoi lamenti e farli giungere sino alle orecchie dei più tardi nipoti.

L’esilio di Ovidio è uno dei misteri che più tormentarono la curiosità dei secoli, come la maschera di ferro. Ovidio stesso l’ha acuita con la prudenza, non parlando mai chiaramente delle accuse a cui soggiacque, facendo ad esse soltanto delle vaghe allusioni, che si riassumono in due parole: carmen et error. Onde i posteri si domandano da venti secoli quale fu questo error che mandò l’elegante poeta a morire tra i barbari Geti, sulle sponde del Danubio; e naturalmente senza venirne a capo. Se però non è possibile precisare quale fu l’error che costò così caro ad Ovidio, è possibile invece rendersi ragione di quel che fu questo singolare e famoso episodio della storia di Roma, a cui Ovidio deve in parte la sua immortalità. Ovidio non fu vittima, come troppo si è ripetuto, di un capriccio del dispotismo; e quindi non può essere paragonato ad uno dei tanti scrittori russi, che l’amministrazione deportava in Siberia per odio e per paura, senza una ragione precisa, sotto gli czar. Il suo caso, in una certa misura, potrebbe piuttosto paragonarsi al processo di Oscar Wilde, sebbene l’accusa a cui i due poeti soggiacquero fosse diversa. L’error di Ovidio fu certamente di aver violata qualche disposizione della Lex Iulia de adulteriis, che, noi lo sappiamo, era molto minuta e specificava come casi di complicità molti atti e fatti, che anche agli occhi dei più rigoristi moderni, sembrerebbero biasimevoli, sì, ma non degni di così terribili pene. È verosimile che Ovidio incappasse in una di queste disposizioni; ma il suo error, grave o leggera che fosse, più che la ragione vera della condanna, fu il pretesto: il pretesto per sfogare su di lui un vecchio rancore, che aveva ragioni più profonde. Il tradizionale puritanismo romano volle mandare in esilio il poeta delle signore frivole, eleganti, leggere; l’autore dei poemi erotici, che con la penna ed i versi aveva aiutato i tempi a mutare l’antica austera materfamilias in una dispendiosa amica degli uomini e dei sollazzi; il poeta, che si era fatto ammirare, sopratutto dalle donne, lusingandone le inclinazioni più pericolose. Il puritanismo odiava i nuovi indirizzi della vita sociale, e quindi anche la poesia di Ovidio, precipuamente per i loro funesti effetti sulle donne, le quali, come vedemmo, nelle famiglie aristocratiche, non erano punto mantenute nell’ignoranza, e quindi leggevano poeti e filosofi. Ma perciò appunto ci fu sempre a Roma una viva avversione contro la letteratura leggera e immorale. Se i libri fossero andati solo per le mani degli uomini, la poesia di Ovidio non avrebbe forse avuto la fortuna di una persecuzione, che doveva attirare su di essa l’attenzione della posterità. La libertà della donna pareva, insomma, a questa società, dovere imporre una maggior riserva anche nella letteratura; e Ovidio, che se ne era scordato, se ne ricordò a proprie spese, quando dovè ridursi in esilio tra i Geti, sulle rive del Danubio gelato, perchè troppe donne leggevano troppo volontieri, a Roma, i suoi libri. I quali furono, per ordine di Augusto, tolti dalle biblioteche: il che non impedì tuttavia che giungessero sino a noi, quando tante opere più serie — la storia di Tito Livio per esempio — si sono o interamente o in troppa parte perdute!

II.

Dopo la rovina della seconda Giulia, Augusto non ebbe più, sino alla morte, che avvenne il 23 agosto del 14 dopo C., gravi dispiaceri dalle donne della sua casa. La grande sciagura degli ultimi anni del suo governo è una sciagura pubblica: la disfatta di Varo e la perdita della Germania. Ma con quanta tristezza doveva Augusto guardare indietro, nelle ultime settimane della sua lunga vita, la storia della sua famiglia! Tutti quelli che egli aveva amati erano stati strappati a lui innanzi tempo da un destino crudele: dalla morte, Druso, Caio e Lucio Cesare; dall’Infamia e dalla Crudeltà della legge, peggiore che la morte, le due Giulie! La grandezza senza esempio a cui si era levata, non aveva portato fortuna alla sua famiglia. Egli restava vecchio, quasi solo, superstite stanco tra le tombe dei suoi cari spenti innanzi tempo dal Fato, tra le memorie ancora più dolorose di quelle che erano state sepolte vive in selvaggie isolette e nella tomba dell’Infamia; non avendo più altra compagnia che quella di Tiberio con cui si era riconciliato davvero, di Antonia, la dolce nuora da tutti rispettata, e di Livia, la donna che il destino aveva messo ai fianchi negli anni orrendi del sangue e del ferro; la compagna fedele, per cinquantadue anni, della sua varia, meravigliosa e tragica fortuna. Si capisce quindi che, come gli storici narrano, le ultime parole del vecchio imperatore siano state un tenero ringraziamento alla moglie fedele: «Addio, Addio, Livia; ricordati della nostra lunga unione!». Con queste parole egli terminava la sua vita da vero romano: rendendo omaggio alla sposa, che il costume e la legge volevano compagna fedele e amorosa, non docile schiava dell’uomo.

Ma se la famiglia di Augusto aveva tribolato e sanguinato già durante la sua vita, più sofferse e pericolò dopo la morte di lui. Non si renderà mai conto della storia del primo impero chi, partendo dal preconcetto che Augusto fondò una monarchia, si imagina che la sua famiglia dovè godere, nella società romana, dei privilegi che sono riconosciuti, in tutte le monarchie, alla famiglia del sovrano. Certo di una condizione privilegiata questa famiglia godè sempre se non per legge, di fatto, e per la forza stessa delle cose: ma non per nulla Roma era stata per tanti secoli una repubblica aristocratica, in cui tutte le famiglie della nobiltà si erano considerate eguali e sottoposte alle medesime leggi. Del privilegio che alla famiglia dei Giulio-Claudi assicurava la suprema dignità del suo capo, l’aristocrazia si vendicò prendendola in odio, sospettandone e calunniandone tutti i membri, sottoponendola con crudele voluttà, quando poteva, alle leggi comuni, anzi maltrattando con più feroce accanimento quelli che per caso cadessero sotto le sanzioni di una legge. Ai privilegi di cui godevano i membri della famiglia imperiale, faceva equilibrio il pericolo di dover ricevere più forte i colpi delle leggi, se qualcuno ci cascasse sotto, per dare all’aristocrazia senatoria la atroce soddisfazione di vedere uno di questi felici martoriato come e più degli altri. Non è dubbio, ad esempio, che le due Giulie furono più severamente punite e infamate che le altre signore dell’aristocrazia ree dello stesso delitto; e che Augusto aveva dovuto essere con loro spietato, perchè non si dicesse in Senato, che faceva leggi non per i suoi, ma per gli altri.

TIBERIO

Tuttavia sinchè Augusto visse, egli fu per i suoi parenti uno schermo sufficiente. Sopratutto nell’ultimo ventennio Augusto fu l’oggetto di un rispetto quasi religioso. L’epoca tempestosamente grande da cui proveniva, straordinaria fortuna, il lungo governo, i servigi che aveva resi davvero e quelli che era parso rendere, gli avevano conferito tanta autorità, che l’invidia riponeva innanzi a lui le sue freccie più avvelenate. Per rispetto a lui, anche la sua famiglia non fu, tranne in qualche passeggero furore dell’opinione pubblica, come quelli in cui le due Giulie furono condannate, troppo calunniata e maltrattata. Ma, lui morto, le cose mutarono, perchè Tiberio, sebbene fosse un sagace amministratore, un valentissimo generale e un uomo capace, non godeva le simpatie e il rispetto di Augusto: anzi era odiato da una parte considerevole del Senato e della aristocrazia, quella che aveva a lungo parteggiato per Caio e Lucio Cesare. Non l’ammirazione del Senato e del popolo, ma la necessità l’aveva imposto come capo della repubblica, perchè, quando Augusto morì, l’impero essendo in guerra con i Germani e le provincie pannonico-illiriche in rivolta, era forza affidare l’esercito ad un uomo che incutesse terrore ai barbari e che al caso sapesse combatterli. Tiberio stesso era così convinto che la maggioranza del Senato e il popolo di Roma subirebbero il suo governo per forza, che era stato a lungo in forse: se accettare o no. Nessuno si illudeva meno di lui che sarebbe facile governare con gli animi così avversi.

Sotto il governo di Tiberio la famiglia imperiale fu circondata da un odio molto più intenso e palese, che non sotto Augusto. Una coppia faceva eccezione: Germanico ed Agrippina, i quali erano molto amati. Ma qui appunto incominciarono le prime gravi difficoltà per Tiberio. Intorno a Germanico, che aveva 29 anni quando Tiberio fu assunto alla presidenza della repubblica, incominciò a raccogliersi un partito che, corteggiandolo e adulandolo, lo oppose a Tiberio; inconsapevolmente aiutato sopratutto dalla moglie di Germanico: Agrippina. Era costei, diversamente da sua sorella Giulia, una donna di costumi intemerati, innamorata e fedele al marito, una vera matrona romana come la tradizione l’aveva vagheggiata, casta e feconda, che a 26 anni aveva già dati nove figli al marito, di cui però sei erano morti. Ma quasicchè Agrippina fosse destinata a mostrare che nella casa di Augusto ed in quei tempi torbidi e strani, la virtù non era meno pericolosa del vizio, sia pure per un altro verso, e per differenti ragioni, della sua fedeltà al marito, dell’ammirazione che godeva in Roma, Agrippina era così fiera, che tutti gli altri difetti del suo carattere erano come inturgiditi dallo smodato orgoglio di questa sua virtù. E tra questi suoi difetti occorre enumerare una grande ambizione, una specie di attività faragginosa e tumultuaria, una irriflessiva impetuosità di passioni, una pericolosa mancanza di ponderazione e di criterio. Agrippina non era malvagia; ma era ambiziosa, violenta, intrigante, imprudente, poco riflessiva, quindi facile a scambiare i suoi sentimenti ed interessi per la ragione universale del giusto; amava molto il marito, da cui non si staccava mai, che accompagnava in tutti i viaggi; ma appunto perchè lo amava lo spingeva a secondare quella sorda opposizione a Tiberio, che voleva farne il suo campione e il suo favorito.