Insomma Agrippina si sforzò di ravvivare nel governo le tradizioni aristocratiche, che avevano guidato e consigliato Augusto e Tiberio; e non solo si sforzò ma — il che può parer da prima più singolare — ci riuscì quasi senza lotta. Il governo di Agrippina parve da principio riuscire in ogni sua impresa. Non solo, dopochè Agrippina ha sposato Claudio, si sente in tutta l’amministrazione una maggior fermezza e coerenza; non solo Claudio non sembra più in balìa dei liberti e delle fuggevoli impressioni; ma anche il tetro colore dei tempi si schiarisce per qualche anno, una certa concordia e tranquillità ritornano nella casa imperiale, nell’aristocrazia, nel Senato. Per quanto Tacito accusi Agrippina di aver fatto commettere a Claudio ogni sorta di crudeltà, certo è che sotto il governo di lei i processi, gli scandali, i suicidi diminuiscono; anzi le scandalose tragedie furono nei sei anni che Claudio visse con Agrippina, così poco numerose che Tacito, scarseggiandogli la materia preferita, sbriga la storia di questi sei anni in un solo libro. Agrippina, insomma, non trovò quasi opposizione; mentre Tiberio e perfino Augusto avevano dovuto, per governare l’impero secondo le tradizioni della antica nobiltà, combattere aspramente il partito della nobiltà nuova e modernizzante, di questo partito non si ha più notizia quando Agrippina fa rivivere lo spirito dei grandi antenati; il partito della vecchia nobiltà sembra dominare da solo, con Agrippina, la repubblica. Il che è probabile nascesse parte dal disgusto per gli scandali dell’ultimo decennio; parte dallo spossamento dei due partiti, dopo tanti processi e scandali e rappresaglie. Nelle due fazioni il vigore pugnace affievoliva; una mollezza universale induceva tutti ad accettare l’indirizzo del governo; l’autorità dell’imperatore e dei suoi consiglieri acquistava forza, indebolendosi le forze di opposizione entro il Senato e nell’aristocrazia.

Le debolezze e le incoerenze, che avevano alonato sino allora di ridicolo il governo di Claudio, non si ripetevano più. Ma Agrippina pensava anche al futuro. Essa aveva avuto, dal primo marito, un figlio, che quando essa sposò Claudio aveva undici anni; e a proposito del quale Tacito ha fatto segno Agrippina delle sue più gravi accuse. Secondo quel che Tacito racconta, Agrippina sin dal primo giorno del suo matrimonio avrebbe macchinato di far del suo figlio — il futuro Nerone — il successore di Claudio, escludendo Britannico, il figlio di Claudio e Messalina; per riuscire non avrebbe risparmiato intrighi, frodi, inganni. Fa richiamare dall’esilio Seneca e lo dà come maestro al figlio; fa destituire i due comandanti della guardia pretoriana che erano creature di Messalina e ottiene che sia nominato in loro vece una sua creatura, Afranio Burro; circonda di spie e di insidie Britannico; riesce infine con mille intrighi e moine a far adottare, nell’anno 50, il suo figlio da Claudio. Ma tutto questo racconto non è che un romanzo ricamato su una verità molto semplice. Intanto Tacito stesso ci dice che Agrippina era una madre severissima, all’antica cioè, trux et minax come egli dice; la quale non seguiva i modi molli della nuova educazione, troppo in favore, ormai, nelle grandi famiglie; e aveva allevato il figlio come si usava una volta con grande semplicità. Inoltre giova osservare che Britannico non aveva, come non l’aveva Nerone, alcun diritto alla successione di Claudio. Il principio ereditario non esistendo nel governo imperiale, il Senato era libero di scegliere chi volesse; la scelta era stata fatta sempre, sino ad allora nella famiglia di Augusto, solamente perchè in questa famiglia era più facile trovar persone che fossero conosciute, rispettate, ammirate dai soldati delle lontane legioni e preparate ai molteplici e difficili uffici della carica. Ma appunto per questo Augusto e Tiberio avevano sempre cercato di preparare alla carica suprema più di un giovane, sia perchè il Senato avesse una certa libertà di scelta, sia perchè ci fosse una riserva, se uno o falliva alle speranze, o moriva immaturamente, come tanti erano morti. Che Agrippina facesse adottare da Claudio il figlio suo, non prova dunque che volesse escludere Britannico a vantaggio di Nerone; dimostra soltanto che voleva che il potere supremo non uscisse dalla famiglia di Augusto; e perciò intendeva preparare non un solo successore a Claudio, ma una coppia, così come Augusto aveva prima preparato Druso e Tiberio, poi Caio e Lucio Cesare. Nè si dimentichi, per persuadersi quanto Agrippina fosse savia, che Nerone era di quattro anni più vecchio di Britannico; e che quindi, nel 50, quando Nerone fu adottato, Britannico era ancora un ragazzo di 9 anni. Siccome Claudio già ne aveva 60, sarebbe stato imprudente non fare assegnamento, per la successione che sopra un ragazzo di 9 anni; mentre Nerone, più anziano di 4, sarebbe stato più presto in grado di aiutare il padre e di esercitare il potere. Agrippina era così lontana dal voler distruggere la discendenza di Claudio e di Messalina — sarebbe stata pazza, se l’avesse pensato — che prima dell’adozione aveva fatto sposare a Nerone Ottavia, figlia di Claudio e di Messalina. Ottavia era una donna virtuosa e all’antica, quale piaceva ai fedeli della tradizione; all’antica, Agrippina aveva fidanzati di buon’ora i due giovani, sperando di farne una coppia che fosse modello alle famiglie della aristocrazia.

Agrippina insomma, nonchè indebolire la famiglia imperiale, distruggendo i discendenti di Messalina, voleva rinforzarla, introducendo il figlio suo. Nè poteva volere altrimenti, essendo donna di alto senno. Aveva veduto la famiglia di Augusto, così fiorente un giorno, esausta e quasi distrutta dalle atroci discordie dei suoi: poichè all’ardore della madre sposava una ponderazione che a sua madre era mancata, voleva cercar di riparare, quanto poteva, il male fatto dalla prima Agrippina e da Caligola. Tutte le speranze dell’avvenire erano ormai riposte in Britannico ed in Nerone. Riappariva in Agrippina il senno dei gloriosi antenati; e il pubblico fu così contento, che a lei furono decretati onori grandissimi, quali neppure a Livia: che portasse il titolo di Augusta, che potesse salire il Campidoglio in cocchio, onore questo concesso in antico solo ai sacerdoti ed alle imagini degli Dei.

La morte improvvisa di Claudio troncò l’opera così bene avviata. A 64 anni, in una notte di ottobre dell’anno 54, Claudio soccombè a un male misterioso, dopo una cena in cui aveva, come al solito, disordinatamente mangiato. Tacito pretende di sapere che Agrippina aveva somministrato del veleno a Claudio in un piatto di funghi; e che dubitando che sopravvivesse, aveva fatto chiamare nella notte il medico Senofonte, il quale, d’accordo con lei, fingendo di voler provocare il vomito, gli aveva cacciato in gola una penna intinta in un potentissimo tossico, uccidendolo. Il racconto è così strano e così inverisimile, che Tacito stesso lo riferisce come una dicerìa (creditur); ma se nessun uomo sensato crederà che il capo di un grande Stato possa essere avvelenato in un baleno dal suo medico con qualche pennellazione sulla gola, ancor più difficile è spiegare per qual motivo Agrippina avrebbe avvelenato Claudio. Perchè — come Tacito pretende — Claudio da qualche tempo mostrava di prediligere Britannico a Nerone? Ma anche se fosse vero, il motivo sarebbe ridicolo. Augusto amava assai più Germanico che Tiberio: eppure alla sua morte il Senato scelse Tiberio e non Germanico, perchè Tiberio era meglio indicato come capo dell’impero, in quel momento. Quando Claudio morì, Britannico aveva 13 anni e Nerone 17; erano dunque tutti e due dei ragazzi; onde quel che si poteva e doveva temere per l’uno e per l’altro era che, vacando proprio allora la carica suprema, il Senato non volesse nessuno dei due, perchè ambedue troppo giovani. Ciò è così vero che altri storici hanno supposto che Agrippina fosse venuta in discordia con qualcuno dei liberti più potenti di Claudio; e che, vedendo il debole Claudio tentennare, lo avrebbe tolto di mezzo per non far la fine di Messalina. Ma anche questo racconto è assurdo. La sposa dell’imperatore era così invulnerabile, che Messalina aveva potuto commettere impunemente per tanti anni tanti eccessi e tanti abusi, ed era caduta solo quando si era lasciata cogliere in flagrante cospirazione. Universalmente rispettata per le sue virtù, rivestita di onori sacri, Agrippina non aveva più nulla a temere, nè da Claudio nè dai suoi liberti.

No: questa accusa non è più seria e fondata, di altre consimili, che la credula storia ha registrate a carico di altri membri della famiglia di Augusto. Claudio, a 64 anni, morì troppo presto, per gli interessi della famiglia di Augusto che tanto stavano a cuore a Agrippina. Si poteva chiedere al Senato romano che facesse imperatore e comandante degli eserciti, uno dei due giovinetti nei quali sopravviveva ancora la stirpe di Augusto? La domanda era così arrischiata, che Agrippina — ce lo racconta Tacito — nascose per molte ore la morte di Claudio, e fece credere che i medici speravano ancora di salvarlo, quando già era morto, dum res firmando Neronis imperio componuntur, mentre si disponevano le cose per assicurare l’impero a Nerone. Dunque, se tutto fu in fretta e furia disposto all’ultimo momento, Agrippina era stata anche essa sorpresa dalla malattia e dalla morte di Claudio; dunque non l’aveva provocata. Non è perciò difficile ricostruire gli avvenimenti. Sorpreso Claudio nella notte dal 12 al 13 ottobre da un violento e mortale malore, Agrippina vide subito il pericolo che, la famiglia di Augusto, non potendo offrire all’impero un uomo valido, il Senato rifiutasse di consegnare il sommo potere sia a Nerone sia a Britannico: unico scampo far pressione sul Senato, per mezzo delle coorti pretorie, affezionate alla famiglia di Augusto, quanto il Senato era avverso; presentare alle coorti uno dei due giovani, farlo acclamare non capo dell’impero, ma capo dell’esercito: il Senato sarebbe poi costretto a proclamarlo capo dell’impero, come era accaduto per Claudio. Ma quale dei due giovanetti scegliere: il figlio carnale o il figlio adottivo? Fu scelto Nerone: e per ambizione iniqua di Agrippina — dice Tacito. — Che Agrippina desiderasse piuttosto il figlio suo che Britannico a capo dell’impero, è probabilissimo; ma questa non fu la ragione della scelta, che non sarebbe stata diversa nemmeno se Agrippina avesse odiato Nerone ed amato Britannico come la pupilla dei suoi occhi. Nerone doveva essere preferito a Britannico, perchè era quattro anni più vecchio. Se era già una temerità proporre al Senato di far imperatore un giovinetto di 17 anni, sarebbe stata una follìa offrire alle legioni un ragazzo tredicenne come capo supremo!

Il piano di Agrippina fu attuato, con il concorso di Seneca e di Burro, con risoluta rapidità e buon successo. Preparate le coorti pretorie, il 13 ottobre, a mezzodì, Nerone accompagnato da Burro, si presentò alla coorte che era di guardia al palazzo imperiale. Accolto con liete acclamazioni, fu messo in lettiga, portato al quartiere dei pretoriani, acclamato capo degli eserciti. Il Senato, sebbene a malincuore, confermò l’elezione. Avvenimento inaudito a Roma — a capo dell’immenso impero era stato posto un giovinetto di 17 anni, allevato all’antica, quindi già ammogliato — ma ancora, a quella età, interamente sottoposto alla tutela della madre severa; un giovinetto ignaro dei lussi, dei piaceri e delle eleganze di cui i tempi erano ormai invaghiti; un giovinetto che sino ad allora, oltre l’ingegno vivace, e la docilità, non aveva mostrato nessuna virtù o nessun vizio particolare. Una sola stranezza era stata osservata in lui: che avesse studiato con maggiore zelo e profitto il canto, la pittura, l’intaglio e la poesia — arti frivole e inutili — anzichè l’eloquenza, arte necessaria per un’aristocrazia che doveva adoperare la parola nei comizi, nei tribunali e nel Senato quanto la spada sui campi di battaglia. Ma i più credevano a un capriccio di gioventù, che non durerebbe.

II.

Agrippina, dunque, aiutata da Seneca e da Burro, aveva conservato nella famiglia di Augusto la somma carica dell’impero, ma era troppo intelligente da non capire quanto la sua ardita mossa fosse pericolosa, e da non prevedere che un imperatore di 17 anni sarebbe esposto ad ogni sorta di insidie, di invidie, di opposizioni palesi e nascoste. Essa provvide prontamente a temperar l’inconveniente e a parare il pericolo, con un altro accorgimento abilissimo: la quasi totale restaurazione della vecchia costituzione repubblicana. Seppellito Claudio, Nerone si presentò al Senato e in un forbito e modesto discorso, inteso quasi a scusare la sua giovine età, dichiarò che di tutti i poteri esercitati dai suoi predecessori egli non voleva che il comando degli eserciti: tutti i poteri civili, giudiziari, amministrativi rimetteva al Senato, come nei bei tempi della repubblica.

Questa «restaurazione della repubblica» fu il capolavoro e l’apogeo di Agrippina. Nerone, il futuro tiranno, incominciava a governare con una solenne rinuncia di poteri a favore dell’aristocrazia, voluta dalla madre. Allucinati da Tacito, gli storici non se ne sono accorti; e non hanno capito il senso o il valore di questa rinuncia, in cui rinasce ancora una volta lo spirito di Augusto e di Tiberio. Per Augusto e per Tiberio l’impero apparteneva alla repubblica e questa all’aristocrazia: l’imperatore era il depositario temporaneo d’alcuni poteri della nobiltà, che alla nobiltà, al Senato, organo delle nobiltà, dovevano essere restituiti, quando le ragioni politiche che avevano imposto il trasferimento, venissero meno. Poichè quell’imperatore di 17 anni doveva far dimenticare così la sua giovane età come la pressione illegittima a cui le coorti avevano sottoposto il Senato, questa restaurazione non era una rinuncia a privilegi e poteri inerenti all’autorità imperiale, ma una restituzione consigliata da una donna, che aveva appreso l’arte di governare alla scuola di Augusto. E difatti la mossa riuscì. L’illusione che l’autorità del princeps fosse un espediente temporaneo, imposto dalle guerre civili e che un giorno o l’altro cesserebbe perchè non più necessario, era ancora così tenace e profonda nell’aristocrazia romana, che ogni indebolimento dell’autorità imperiale era salutato come un felice ritorno dall’eccezione alle norme e alle regole. Il governo di Nerone incominciò dunque bene, tra le speranze più liete, i propositi più generosi, un universale rinascere della fiducia, che i primi atti del nuovo governo e i segni del futuro parevano giustificare. Agrippina continuava a vigilare, guidare, consigliare, riprendere Nerone, come prima dell’elezione, d’accordo con i due maestri del giovane, Seneca e Burro; Nerone obbediva docile al freno e alla frusta; il Senato ripigliava i suoi antichi uffici; governato da Seneca, da Burro e da Agrippina d’accordo con il Senato, e docilmente consenziente Nerone, l’impero pareva a tutti rifiorire e tutto lo Stato essere in così buon assetto, come non era stato mai. Ma per poco tempo. Se Agrippina aveva educato il figlio all’antica, se l’aveva allevato con semplicità e durezza disusate, se l’aveva sposato di buon’ora, e non abdicava dall’autorità materna neppure in presenza dell’imperatore, il temperamento del figlio non era fatto per queste asprezze o discipline. Quel gusto per il disegno ed il canto, quella noia dell’eloquenza, che aveva mostrati sin da ragazzo, erano il piccolo seme da cui doveva svilupparsi con gli anni, con l’uso e l’abuso del potere, un furioso esotismo; uno di quei temperamenti riottosi, che ogni tanto prorompono dalle antiche aristocrazie, smaniosi di far l’opposto di ciò che impongono la tradizione, l’educazione e l’opinione. Tutti gli inconvenienti e i pericoli della antica educazione romana dovevano perciò apparire in Nerone: primo tra tutti, la fragilità dei matrimoni precoci. Agrippina l’aveva ammogliato di buon’ora con una giovanetta che per nobiltà di natali e virtù poteva essergli degna compagna: ma un anno dopo la assunzione all’impero il giovane diciottenne dimenticava il dovere per l’amore, la virtuosa Ottavia per la bellissima Acte, una liberta venuta dall’Oriente, una bellezza esotica di cui si innamorò al punto che un bel giorno manifestò il proposito di ripudiare Ottavia e sposare Acte. Era una pazzia di ragazzo innamorato, perchè la lex de maritandis ordinibus vietava le nozze tra senatori e liberte. È quindi naturale che Agrippina si opponesse con veemenza: la bisnipote di Livia, la nipote di Druso, la figlia di Germanico, educata alle idee più rigide del romanismo, non poteva lasciar il figlio compromettere, con uno scandaloso concubinato, il prestigio della nobiltà. Ma il giovane resistè; se non ripudiò Ottavia, la trascurò, visse con Acte quasi fosse sua moglie; e invano Agrippina tentò di rompere questa catena, fabbricata da Afrodite. Il figlio incominciava a ribellarsi, perchè non era più il figlio soltanto, ma anche l’imperatore.

Era questo uno scoppio, prima o poi necessario. Troppo autoritaria, Agrippina commetteva l’errore di trattare l’imperatore come aveva trattato il figlio. Ma che lo scoppio avvenisse a quel modo, a proposito di un amorazzo, e con una asprezza che poteva presto generare l’odio, fu cosa funestissima. Agrippina aveva molti nemici nascosti. Tutti sapevano che essa vedeva di mal occhio il lusso, il rilassamento dei costumi, l’incremento delle spese pubbliche e private; che si sforzava di impedire gli sperperi, le malversazioni e tutte le spese voluttuarie dello Stato e della famiglia imperiale. Se il rispetto, di cui le sue virtù e il paragone di Messalina l’avevano ravvolta; se la reverenza dell’imperatore per lei avevano obbligato sino ad allora i suoi nemici a nascondersi e a tacere, non fu più così quando le prime discordie tra lei e Nerone fecero intravvedere a molti la speranza di molestarla al riparo dell’autorità imperiale. Più Nerone si invaghiva di Acte, più si distaccava dalla madre; più si staccava dalla madre più il suo temperamento fantastico e ribelle si svelava agli altri e a se stesso; più l’egoismo suo si dichiarava, più si rianimava il partito della nobiltà modernizzante, sgominato dall’autorità di Agrippina. Il ricordo di Caligola e di Messalina impallidiva, il severo e parsimonioso governo di Agrippina incominciava a stancare; gli spiriti di nuovo aspiravano a novità.