Nell’anno 38 a. C. il più giovane dei triumviri reipublicae costituendae, il collega di Marco Antonio e di Marco Emilio Lepido nella dittatura militare costituita dopo la morte di Cesare, Caio Giulio Cesare Ottaviano, chiedeva d’urgenza al collegio dei pontefici, che era la suprema autorità religiosa della repubblica, se una donna incinta potesse divorziare e risposarsi prima dello sgravo. Il collegio dei pontefici rispose che non poteva se la concezione era ancora dubbia; se invece sicura, non esserci impedimento. Dopo di che, in pochi giorni, il giovane triunviro — aveva allora 25 anni — ripudiava Scribonia, e sposava Livia, una giovane signora di 19 anni, la quale si trovava appunto in quelle condizioni intorno a cui la sapienza dei pontefici era stata interrogata e che per sposarlo aveva fatto divorzio da Tiberio Claudio Nerone. Sebbene i grandi di Roma fossero spicciativi in queste faccende, i due divorzi e il nuovo matrimonio furono fatti anche più presto del solito: Tiberio Claudio Nerone non soltanto cedè graziosamente la giovane e bellissima moglie, ma le assegnò pure, per il nuovo matrimonio, una dote, come fosse il padre, e assistè al festino nuziale; Livia passò subito nella casa del nuovo marito, dove tre mesi dopo diede alla luce un figlio, che fu chiamato Druso Claudio Nerone e che Ottaviano fece portare nella casa del primo marito, come cosa che non gli apparteneva.

LIVIA

Somiglianti costumi saprebbero per noi di promiscuità e di lenocinio. Invece a Roma nessuno si sarebbe stupito di quei divorzi e di quelle nozze, perchè tutti erano avvezzi a veder fatti e disfatti in quel modo i matrimoni dei grandi personaggi, se non fosse stata quella straordinaria fretta, per cui non si volle o non si potè aspettare che Livia avesse dato alla luce il figlio del primo marito e fu necessario scomodare il collegio dei pontefici per ottenere un consentimento piuttosto sofistico. Per qual ragione queste nozze furono celebrate a precipizio e, a quel che sembra, di comune accordo tra tutti? Perchè tutti, non Livia o Ottaviano soltanto, ma anche Tiberio Claudio Nerone, sembrano così impazienti che ogni cosa sia presto conchiusa? La leggenda, quasi in ogni suo punto ostile, che da venti secoli perseguita la famiglia di Augusto ha descritto questo matrimonio come una prepotenza, e poco meno che un ratto del dissoluto e perverso triunviro. Storici meno malevoli tra i quali chi scrive, nella sua Grandezza e Decadenza di Roma, supposero in questa fretta una esplosione d’amore per la bellissima Livia, che aveva travolto il giovane triunviro.

Ma una riflessione più lunga mi ha persuaso, che di questo famoso matrimonio c’è un’altra spiegazione, meno poetica forse ma più romana. Chi erano Livia e Ottaviano, l’uno rispetto all’altro, in quegli anni procellosi, in cui la gloriosa repubblica rantolava a terra semi strozzata dalla dittatura militare, che l’aveva rovesciata e agguantata alla gola? Livia non era soltanto una bellissima donna, come attestano i suoi ritratti, ma apparteneva a due delle più antiche e illustri famiglie della nobiltà romana, perchè suo padre, Marco Livio Druso Claudiano proscritto dai triunviri nel 43 e uccisosi dopo a Filippi, era nientemeno che un Claudio adottato da un Livio Druso. Discendente di Appio Cieco, il famoso censore e il personaggio storico forse più illustre della antica repubblica; nato in una famiglia in cui il nonno, il bisnonno, il trisnonno erano stati consoli, e un numero non minore di consoli e di censori vantavano i rami collaterali, e una sorella di suo nonno era stata moglie di Tiberio Gracco, e una cugina di suo padre aveva sposato Lucullo, il conquistatore dell’Asia, era entrato per adozione nella famiglia dei Livi Drusi, che contava otto consolati, due censure, tre trionfi, una dittatura. Apparteneva insomma per nascita e per adozione a due di quelle antiche famiglie aristocratiche, che il popolo non aveva cessato mai di venerare, anche in mezzo alle più tremende rivoluzioni, come semidivine e alla cui storia si intrecciava la storia tutta della repubblica. Nè meno nobile era il primo sposo di Livia, che con tanta premura l’aveva ceduta, perchè discendeva da un altro figlio di Appio Cieco. Livia era dunque una incarnazione muliebre della grande aristocrazia romana, della sua gloria e delle sue tradizioni.

Chi era invece Ottaviano? Un nobiluccio di fresca data. Suo nonno era un ricco usuraio di Velletri; e primo nella famiglia il padre, con le ricchezze dell’usuraio, era riuscito a insinuarsi clandestinamente nella nobiltà romana, sposando una sorella di Cesare, entrando nel senato, diventando pretore; ma era morto, ancora giovane. Ottaviano era dunque il discendente, diremo oggi, di ricchi borghesi nobilitati di recente; e per quanto, adottandolo nel testamento, Cesare gli avesse dato un antico nome patrizio, le sue modeste origini e il mestiere del nonno erano noti a tutti, in Roma. In uno stato in cui, pur dopo tante rivoluzioni, la nobiltà dell’antico lignaggio era ancora venerata dal popolo come il titolo più legittimo e meno controverso del potere, questa oscurità delle origini era un pericolo, massime per un dittatore che era un mediocre generale, che non aveva compiuto nessuna impresa di guerra gloriosa, e che non poteva vantare sino ad allora se non imbrogli, perfidie, violenze e rapine di guerre civili.

Considerando queste diversità noi possiamo spiegare come il futuro Augusto fosse così impaziente di sposare Livia nel 38 a. C. senza supporre che l’amore ne avesse fatta un’altra delle sue. I tempi erano procellosi; il giovane triunviro, che un capriccio inesplicabile della fortuna aveva fatto a 20 anni partecipe di una dittatura rivoluzionaria, era il più debole dei tre colleghi; per l’età, per la poca esperienza, per il nessun prestigio e infine per la oscurità delle origini. Antonio, che aveva fatte tante guerre, con Cesare e solo, che apparteneva ad una famiglia di antica e autentica nobiltà, che era molto più ammirato ed amato dai soldati, era molto più potente di lui. Sposando Livia, Ottaviano entrava, sia pur di sbieco e come un mezzo intruso nella vecchia aristocrazia, alla quale soltanto il popolo riconosceva per davvero il diritto di esercitare le somme cariche della repubblica; e quindi legittimava un po’ il suo straordinario potere, proprio come l’antico ufficiale corso, fatto imperatore di Francia, aveva cercato di legittimare la sua fortuna, sposando la figlia di un vero imperatore. E poichè una signora, che apparteneva a una di queste grandi famiglie, era disposta a sposarlo, non conveniva por tempo in mezzo: i tempi e la fortuna potevano mutare...

Ma se questi motivi possono avere indotto il futuro Augusto ad affrettare le nozze, come e per quali ragioni acconsentì Livia, in tempi tanto procellosi, quando la fortuna del futuro Augusto era ancora così incerta? Un passo di Velleio (2, 94) farebbe credere che chi immaginò e combinò questo matrimonio fu proprio... il primo marito di Livia. Velleio fu un amico, un confidente, quello che oggi si direbbe un ufficiale d’ordinanza di Tiberio. Egli può dunque aver appreso questo segreto di famiglia da Tiberio, il quale doveva aver saputo dalla madre come il famoso matrimonio era stato fatto. Perciò la testimonianza di Velleio è quanto mai autorevole. Poichè i grandi di Roma non solo non rifuggivano, ma credevano proprio dovere servirsi delle donne, nelle forme legali del matrimonio, per governare lo Stato, non è punto inverosimile che Tiberio Claudio Nerone, considerando che ormai la rivoluzione aveva vinto, pensasse che l’antica nobiltà doveva riconciliarsi con essa, e combinasse questo matrimonio per preparare la riconciliazione. Non più giovane, stanco, esautorato e disilluso dalle guerre civili, malaticcio (morì poco dopo), Nerone, che aveva conosciuto chi era Livia, pensò forse che una donna così bella e così intelligente non avrebbe servito a nulla nella sua casa, mentre sposa al più giovane, al più debole, al più influenzabile dei triunviri... Se Velleio è nel vero, Tiberio Claudio Nerone fu l’ignoto politico, che seppe usare a tempo un piccolo espediente fecondo di grandi effetti. Con Livia, che entrava nella casa di Ottaviano, la antica nobiltà romana gettava al collo del più giovane tra i capi della rivoluzione una delle catene più dolci e leggere di peso, più difficili da rompere o da scuotere: le braccia di una donna bella e intelligente.

II.