E Livia non fallì alle speranze dei suoi, poichè per più di mezzo secolo fu nella casa del suo nuovo marito il genio discreto e sempre vigile dell’antica Roma. Era difficile immaginare un più perfetto modello della donna di grande lignaggio quale i Romani la vagheggiavano da tanti secoli; che sapesse meglio comporre, nella mirabile armonia di una lunga esistenza, la contradizione tra la libertà concessa al suo sesso e l’abnegazione impostagli come un dovere. Equilibrata, serena, virtuosa, essa si acconciò senza difficoltà a tutti i sacrifici, che il rango e i tempi le imposero. Lasciò senza fare difficoltà il primo marito, sposò Ottaviano cinque anni dopo le proscrizioni, quando era ancora rosso del sangue dei suoi; rinunciò, sposandolo, ai due figli, a quello che le era già nato, il futuro imperatore Tiberio, e a quello che nacque dopo il matrimonio; li riprese con eguale serenità e li educò con la più materna premura, quando di lì a qualche anno Tiberio Claudio Nerone morì nominando Augusto tutore. Del secondo marito, che la ragione di Stato le aveva imposto, fu compagna fedelissima. La leggenda la imputò di venefici assurdi, di ambizioni fantastiche e di intrighi romanzeschi; ma neppure la leggenda pur così astiosa, osò mai accusarla di infedeltà e di dissolutezza. Non fu turbata, alterata o guasta dall’immenso potere, dall’immensa gloria, dall’immensa ricchezza del marito: nel palazzo di Augusto, ornato di perpetui lauri trionfali, a cui guardava tutto l’immenso impero dall’Eufrate al Reno; dove gli uomini più eminenti del Senato, in piccoli conciliaboli, trattavano i più grandi interessi del mondo, conservò le belle tradizioni di semplicità e di attività, che aveva imparate fanciulletta, nella casa paterna, splendente di gloria, ma non di ricchezze. Noi sappiamo — ce lo racconta Svetonio — che la casa costruita da Augusto sul Palatino, e in cui Livia passò la maggior parte della sua vita, era piccola e poco fastosa. Non un solo pezzo di marmo, nè mosaici preziosi; mobili così semplici, che nel secondo secolo dell’era volgare si mostravano ancora al pubblico, come curiosità; nessun lusso e sfarzo nei pranzi, a cui spesso Livia e Augusto invitavano i personaggi cospicui di Roma, i magistrati della ricostituita repubblica, i capi delle grandi famiglie: solo nelle solenni occasioni si servivano sei portate, di solito tre solamente. Augusto per quarant’anni dormì sempre nella stessa stanza; e non portò mai che toghe tessute da Livia: si intende non proprio e non soltanto dalle mani di Livia, che pure ogni tanto non sdegnava di sedersi al telaio, ma dalle sue schiave e liberte. Ligia alle tradizioni dell’aristocrazia, Livia dirigeva anche le officine di tessitura della sua casa; pensava di contribuire anche essa alla prosperità e alla grandezza dell’Impero, misurando con cura la lana alle schiave, sorvegliandole che non la rubassero o la sciupassero, comparendo ogni tanto in mezzo ad esse, mentre lavoravano.

CLEOPATRA

Semplicità, fedeltà, laboriosità, dedizione intera della propria persona alla famiglia ed ai suoi interessi: queste virtù muliebri, coltivate per tradizione nelle grandi famiglie, rivissero tutte, tra la ammirazione dei contemporanei, in Livia. Ma con queste virtù rivisse anche l’interessamento per la politica, il desiderio e l’orgoglio di partecipare alle vicende e alle opere del marito, comuni a tutte le donne di qualche merito nelle grandi famiglie. Nessuno si meravigliò mai a Roma che Augusto ricorresse spesso a Livia per consiglio e non prendesse mai nessuna deliberazione grave, senza averla consultata; che essa attendesse nel tempo stesso a vestir suo marito e l’aiutasse a governare l’impero. Così avevano fatto tutte le matrone della nobiltà, sollecite della loro buona fama e della prosperità della loro famiglia. Livia anzi doveva tanto più inflessibilmente irrigidirsi nei sacri doveri della tradizione perchè i tempi non potevano non apparire minacciosamente pericolanti ad una donna allevata all’antica in una antica famiglia. Se le guerre civili avevano decimata l’aristocrazia di Roma, la pace ne minacciava gli avanzi con una nuova e più insidiosa rovina. Quando Livia toccava i quarant’anni, verso il 18 a. C. già la generazione nuova, quella che non aveva visto le guerre civili, perchè appena nata o ancora bambina quando queste finivano, entrava nella vita, avida di lusso, di dissipazione, di godimenti, di libertà e di tutte quelle novità che sotto sotto minavano la repubblica aristocratica, ricostituita con tanti sudori. Le donne ricominciavano a ribellarsi ai matrimoni per ragione di Stato; il celibato si diffondeva isterilendo le stirpi più celebri; troppi vizi e disordini erano tollerati nelle famiglie più illustri; l’aristocrazia così semplice e austera, nel buon tempo antico, si buttava al lusso, a mano a mano che l’Egitto conquistato conquistava Roma e che le antiche arti del lusso, fiorenti ad Alessandria sotto i Tolomei, si trapiantavano a Roma, sperando di ritrovare tra i nuovi dominatori i clienti perduti con la caduta del regno d’Egitto. Le donne si invaghivano delle nuove fogge orientali, chiedevano ai mariti stoffe di gran lusso e gioielli, prendevano in uggia l’antico emblema della donna, il telaio. Tra i giovani delle grandi famiglie troppi voltavano le spalle alla milizia, alle magistrature, alla giurisprudenza, ossia a tutti gli oneri e gli onori che erano stati l’ambito e duro privilegio della nobiltà, e chi preferiva la filosofia, chi soltanto occuparsi dei propri beni, chi vivere negli ozî voluttuosi di Roma e di Baia: onde il laticlavio era troppo spesso rifiutato e schivato da chi doveva fregiarsene; quasi tutti gli anni per le cariche più numerose, come la questura, c’eran più posti che candidati; e non era cosa facile neppure trovare nell’aristocrazia tutti gli ufficiali superiori, di cui le legioni avevano bisogno.

L’aristocrazia romana, la gloriosa aristocrazia scampata alle proscrizioni e a Filippi, moriva di un lento e voluttuoso suicidio. Bisognava salvarla da se medesima. Livia fu certamente tra i consiglieri e gli inspiratori della restaurazione aristocratica, a cui Augusto fu spinto dalla vecchia nobiltà per compiere la restaurazione della repubblica fatta dieci anni prima, verso l’anno 18 a. C. quando propose le famose leggi sociali, che volevano appunto ricostituire la famiglia aristocratica. La lex de maritandis ordinibus si sforzava con minaccie e promesse di costringere tutti i membri dell’aristocrazia a sposarsi e a prolificare, combattendo il celibato e la sterilità. La lex de adulteriis proclamava la legge marziale e il terrore nel disordinato regno dell’amore, minacciando alla sposa infedele e al suo complice l’esilio a vita e una confisca parziale delle sostanze, obbligando il marito a denunciare la rea ai tribunali, obbligando il padre a portar l’accusa, se il marito non voleva o non poteva, autorizzando qualunque cittadino a farsi accusatore, se il padre e il marito non compivano il loro dovere. La lex sumptuaria si sforzava di moderare il lusso delle famiglie ricche e particolarmente il lusso muliebre, proscrivendo i gioielli, le feste, le vesti, gli schiavi e le costruzioni di lusso. Queste leggi volevano insomma rifare il mondo muliebre dell’aristocrazia romana a imagine e somiglianza di Livia; tanto è vero che nelle lunghe discussioni di cui furono oggetto in Senato, Augusto fece una volta un lungo discorso, in cui citò Livia come il modello a cui tutte le signore dovevano sforzarsi di rassomigliare in Roma; e a conferma aprì alla curiosità pubblica le porte della casa: raccontò come Livia viveva, quali amicizie coltivava, che sollazzi e svaghi si permetteva, e perfino come si vestiva e con quale spesa... E nessuno giudicò indegno della grandezza della repubblica che il suo capo mettesse in piazza, come un affare di Stato, quelli che oggi si chiamerebbero «i conti della sarta» della propria moglie.

III.

Livia, dunque, verso il 18 a. C. raffigurava agli occhi dei Romani la perfezione muliebre, quale la tradizione secolare la venerava: quella perfezione, che fortunatamente scampata alle guerre civili era stata finalmente ricollocata là dove tutti potevano vederla, ammirarla e imitarla: nella più potente famiglia dell’impero! Esempio vivente delle virtù che il popolo romano maggiormente ammirava, sposa amata e consigliera ascoltatissima del capo dello Stato, circondata dalla venerazione che la potenza, la virtù, la nobiltà dei natali, la dignitosa bellezza del volto e del corpo attiravano verso lei da ogni parte, allietata da due figli, Tiberio e Druso, che intelligenti, seri, operosi, studiosi, promettevano di essere romanamente degni del nome che portavano, Livia avrebbe dovuto vivere come un esempio di felicità, nell’universale e meritata ammirazione.

Ma le difficoltà nacquero nella sua stessa famiglia. Augusto aveva avuto da Scribonia una figlia: Giulia, che nel 18 a. C. aveva 21 anni, e che di fronte a Livia era il presente in procinto di ribellarsi al passato, la generazione nuova, allevata nella pace, più vogliosa di godere i privilegi del rango che disposta a sopportare il carico degli obblighi e dei sacrifici, con cui le generazioni precedenti avevano bilanciato i privilegi. Bella e intelligente, amava non solo gli studi, la letteratura e le arti, ma anche il lusso e lo sfarzo, più che non consentissero lo spirito e la lettera della lex sumptuaria, fatta approvare dal padre; era tutta fuoco, ambizione, slancio, passione, quanto Livia era saggezza, prudenza, riserbo. Augusto, che governava la sua famiglia al modo antico, l’aveva maritata giovanissima, come giovanissimi aveva maritato i due figli di Livia, e tutti e tre più che aveva potuto in famiglia, badando a consolidare gli interessi politici della famiglia stessa, dando a Tiberio Agrippina figlia di Agrippa, il suo grande amico e il più fedele collaboratore, a Druso Antonia, la figlia minore di Antonio e di sua sorella Ottavia; a Giulia Marcello, suo nipote, figlio pure di sua sorella Ottavia e del suo primo marito... Ma mentre i due primi matrimoni erano riusciti e le due coppie vivevano amandosi e felici, non così fu del matrimonio di Giulia e di Marcello. Presto nacquero dissapori e rancori. Per quali ragioni non sappiamo: pare che, sobillato da Giulia, Marcello assumesse un tono troppo superbo e insolente, che non si addiceva neppure al nipote di Augusto; e che questo contegno offendesse Agrippa, che era il primo personaggio dell’impero dopo Augusto. Pare che Giulia insomma non fosse contenta, al modo antico, di incoraggiare e consigliare il marito nelle sue ambizioni legittime, ma che avesse già delle ambizioni proprie e quali! Che suo marito fosse il secondo personaggio dello Stato dopo Augusto; per venir essa subito dopo, se non esser messa addirittura a pari di Livia! Queste ambizioni, le sorde discordie che in poco tempo nacquero nella famiglia, spaventarono tanto Augusto, che quando Marcello, nell’anno 23, giovanissimo ancora, morì, esitò a lungo prima di rimaritare la giovane vedova. Per un momento pensò perfino di sposarla ad un cavaliere, ossia una persona di secondaria importanza, quanto al potere e allo Stato, con il manifesto proposito di soffocare le sue troppo ardenti ambizioni, mettendola nella impossibilità di soddisfarle: poi si risolvè all’espediente opposto, di quietare quelle ambizioni soddisfacendole; e diede Giulia, nel 21 a. C., ad Agrippa, che era stato la causa dei dissapori precedenti. Agrippa era più vecchio di lei di 24 anni, poteva esser suo padre, ma era davvero il secondo personaggio dell’impero per gloria, ricchezza e potenza; e ben presto nel 18 a. C. egli diventerebbe collega di Augusto nella presidenza della repubblica, suo pari quindi in ogni cosa.