A questa parola «temperamento», che gli piaceva assai, il farmacista dava insieme un senso patologico e letterario, qualcosa di più anche: un senso erotico. E intanto aveva messo gli occhi addosso a Paolo, benchè il ragazzotto, nonostante le sue virtù, non gli finisse di piacere. Lui lo spalleggiava, lui lo decantava, ma in fondo in fondo, per i suoi gusti un po’ romantici e molto ambiziosi, quel figlio minore del suo vicino era decisamente troppo bottegaio. Aver educata una figlia ed averla ornata come la sua Eugenia per darla poi ad un Paolo qualsiasi gli faceva un po’ l’effetto di mettere una pianta rara in un vaso di terra cotta.

Arrigo invece era stato il suo sogno nascosto, nè ancor cessava d’esserlo per quanto fossero grandi le sue dissolutezze. Gliel’avrebbe data a braccia aperte, anche dopo quella sua vita impudente, e nonostante le gherminelle ch’egli aveva giocate loro. Un po’ testardo come tutti i piccoli borghesi, s’era fitto in capo di maritar l’Eugenia con Arrigo, ed anche certo di far così la sua sciagura non avrebbe forse mutata decisione. Senonchè ogni speranza si dimostrava ormai vana, e da quell’uomo pratico ch’egli era, sapendo che il tempo ha le gambe leste, mentre le zitelle invecchiando si fanno bisbetiche, umiliava la sua smoderata ambizione fino a desiderar come genero quel sempliciotto di Paolo, dai capelli rasi a macchina ed ignorante come un bue.


Arrigo e Loretta erano giunti a casa, frettolosi ed un po’ storditi quella sera, come se andassero a commettere un peccato. Era presto ancora, perchè in casa dell’occhialaio si cenava di buon’ora.

L’abito nuovo era steso sul letto d’Arrigo; sopra una seggiola era uno scatolone contenente il cappello che aveva comperato egli stesso per farle una improvvisata. C’erano le scarpine, a piè del letto, piccolissime, di quel colore viola ed oro ch’ell’amava; due scarpine da bambola, con il tacco esageratamente alto. I guanti lunghi erano sul cuscino; dalla spalliera d’una seggiola pendeva una sciarpa di velo a pagliuzze luccicanti.

A quell’ora il domestico era fuor di casa per la cena. Entrarono al buio, ella tenendosi al suo braccio per non urtare contro i mobili, in quella casa che non conosceva bene. Quando furon giunti nella camera da letto ed Arrigo ebbe accesa la luce, tutto quel paradiso femminile, ch’era lì per aspettare la fanciulla, s’illuminò come d’incanto: Loretta, presa da una commozione quasi triste, non potè trattenersi dall’esclamare:

— Oh, Rigo, come sei buono! come sei caro!... — e mettergli le braccia al collo, e baciarlo, poichè la sua tenerezza era così grande che ne aveva le ciglia umide.

— Sei contenta? — egli le domandò, passandole una mano su la guancia con un gesto di protezione e d’amore.

— Tanto, tanto! — ella fece, alzandosi un po’ su la punta de’ piedi per giungere alla sua bocca.

E diceva: — Come potrò mai ringraziarti di tutte queste cose?