— È il fratello che l’invita, — rispose costui a mo’ di scusa.
— Allora buona sera a tutti, — fece Arrigo.
E prestamente uscirono insieme, il fratello e la sorella, parlandosi piano, ridendo.
— Sei fortunato nei figli! — esclamò il Riotti con una voce quanto mai sardonica. Ma l’occhialaio, per tagliar corto:
— Be’, facciamo la scopa?
— Facciamola pure.
Poi fiatò col suo gran torace, e soggiunse: — Mah... vecchio mio!... se tu avessi avuto il polso più fermo, non ti troveresti ora a far da burattino in casa tua!
E consultò con lo sguardo Paolo, ch’egli sapeva essere del suo parere. Difatti questi non se la intendeva per nulla nè con Arrigo nè con Loretta; quasi mai apriva bocca se il primogenito era presente, limitandosi a ribattere con ironie un po’ grossolane tutti gli argomenti della sorella minore. Nella casa di Stefano i vincoli familiari s’eran andati assai rallentando; la figlia maritata vi bazzicava di rado, assorta nelle cure del suo proprio focolare; Arrigo, da lungo tempo, non vi contava più se non come un visitatore avventizio, che talvolta con la sua presenza metteva un certo impaccio in tutti; Loretta, col suo carattere imperioso e ribelle, stava per seguirne le tracce, mal tollerando i freni della potestà familiare; Paolo invece era quegli che mandava innanzi la bottega: solerte, morigerato, economo, qualchevolta un po’ bisbetico, e nulla più. Egli peraltro, come tutti i mediocri, non evitava di far valere i suoi meriti mediocri, e poichè di tenerezza nè d’affetto non esuberava, rimanevan soli que’ due poveri vecchi, ormai delusi nelle più care speranze, lui, stanco d’una vita inutilmente operosa, lei, che ingrassava ed insordiva ogni giorno, pur restando quella frivola donna ch’era stata in gioventù.
Nello stesso tempo il Riotti s’inacidiva, sfogando contro tutti l’ingeneroso rancore di non aver maritata la figlia. Ora la pigra Eugenia s’era fatta più corpulenta e somigliava al padre in un modo per lei deplorabile. Aveva cinque anni meno d’Arrigo, cioè ventiquattro ormai, e le speranze d’un marito si facevan ogni giorno più rade. Jettatura, non altro che jettatura! — pensava il padre, perchè la ragazza, in ogni senso, era un partito più che appetibile. Ma ella certo non se ne faceva cattivo sangue; era pigra, d’una pigrizia di marmotta; purchè non la facessero faticare, tutto le andava bene. Aveva tanto dormito in vita sua, che i suoi ventiquattr’anni parevano a lei stessa d’una brevità sorprendente. Era abile in tutti i lavori femminili, cucinava come una cuoca provetta: possedeva insomma tutte le virtù d’una onesta massaia. Dopo quel suo calamitoso amore per Arrigo, non si erano scatenate altre tempeste nella sua calma vita. Aveva bensì vedute sposarsi l’una dopo l’altra quasi tutte le sue amiche, però senz’alcuna invidia. Chi se ne crucciava sino allo sdegno era solamente il padre, che aveva una settimana d’umor bestiale ad ogni matrimonio del quale udisse parlare.
Ma l’Eugenia, no; ell’aveva amato Arrigo, lo amava ancora, lo amerebbe sempre... e però questo amore non le dava alcun disturbo; era divenuto in lei come una malattia cronica, una di quelle malattie che non si curano più e che non dànno alcun dolore. Quando per caso le capitava di vederlo, si faceva tutta rossa, balbettava, scappava; poi la sera, nel mettersi a letto, ne piangeva per cinque minuti, s’addormentava. Il Riotti aveva finito con dirle più volte: — Ragazza mia, tu manchi di «temperamento!»