— Non ancora.
— Perchè?
— Questo mi cápita spesso. Ceno dopo il teatro.
— Del resto anch’io ho mangiato pochissimo questa sera.
— Dunque ceneremo, — egli disse.
Ed ascoltava il romore di lei che andava per la camera, quel romore continuo, leggero, frusciante, che la donna fa nel togliersi le vesti, quel romore che parla e descrive e fa vivere davanti agli occhi la viva immagine di colei che si spoglia.
L’ascoltava e la vedeva: s’era tolto prima il cappello; gli spilloni avevano dato un suono metallico posando sul cristallo della pettiniera. Poi s’era levata la camicetta, rimanendo a braccia nude in un copribusto color di rosa. Guardandosi nello specchio s’era lasciata scivolare giù dai fianchi la sottana, che le aveva fatto intorno ai piedi un cerchio alto e gonfio, dal quale era balzata fuori prestamente, rimanendo in gonnella; una gonnella con una leggiadra balza in basso ed un nastrino che vi correva dentro e fuori, per gli occhielli del pizzo, anch’esso color di rosa.
Un piccolo spogliatoio era contiguo con la camera da letto; l’aveva intesa versar l’acqua nei catini; s’era immaginato di veder l’acqua scorrere in veloci rivoli per le sue braccia delicate.
Poi era tornata nella camera, e s’asciugava, camminando in su in giù, a piccoli passi; l’asciugamano le rovesciava indietro dalla fronte i riccioli scomposti; s’era seduta davanti alla specchiera, ed ora si pettinava.
Le linee del suo giornale parevano a lui un arabesco incomprensibile. Non gli era mai accaduto di provare un turbamento così forte, nè di badare a queste minime cose. Eppure aveva tante volte pazientato nel lungo abbigliarsi d’altre donne.