— Certo.
Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un ricco miele.
Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza conoscere il male che fanno.
Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì l’abitino che portava, il suo più bello.
E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia rimase incinta, quando la luna finì.
Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...
VI
Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura. La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro, da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace.
Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni, dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.