«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi pieni d’odio.

— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i singhiozzi e le lacrime.

— Quale?

— Confessare tutto e sposarci súbito.

— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò.

E volse le spalle mettendosi a fischiettare.

«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.»

Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora — erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella rispondeva seccata:

— Mamma Gilda, lasciami stare.

Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita: