— Andiamo a cercare un buon angolo su le tribune, — disse Arrigo.

— Vi dispiace se rimango un po’ con voi? — domandò Rafa cortesemente.

— Tutt’altro, — rispose Loretta. — Venite.

— Vieni, vieni, — soggiunse Arrigo, non più corrucciato.

Salirono su la tribuna, cacciandosi tra la folla, ed a gran stento trovaron posto in una delle prime gradinate.

Metà del cielo era ingombro di nuvole, tutto il resto era una zona di sole. Il prato, spesso di gente come un immenso mercato, brulicante come un formicaio, ondeggiava di teste umane, levava un grande frastuono di voci confuse. Dagli alberi qua e là disseminati pendevano grappoli di ragazzaglia; le alte carrozze, in fila, come un lungo bastione, eran cariche di gente salitavi sopra, ritta in piedi sui cassetti, fra i cocchieri che s’eran tolta la livrea, mentre i cavalli pazienti agitavan le code con un movimento ritmico, per liberarsi dalle mosche importune.

Suonò la campana del buttasella. Un lungo mormorìo percorse la folla, si vide gente accorrere da ogni parte. Le tribune, come immense finestre spalancate, riboccarono di spettatori; gli steccati ed i cancelli parvero piegare sotto il peso delle persone che vi poggiavan contro.

Sopra quella grande aspettazione, il vento, cavalcatore di nuvole, accendeva e spegneva la gloria del sol di primavera. I due giudici di partenza usciron nella pista, ed a galoppo la risalirono per recarsi verso il mezzo della dirittura. Un’altra campana squillò, ed i cavalli entraron in campo, condotti a mano dagli allenatori, per la sfilata.

Erano quattordici competitori, spugnati, lustrati, bellissimi, quasi consci della solenne prova che stavano per disputarsi; alcuni mansueti alla mano che li frenava, altri impazienti, con le belle code al vento, il collo inarcato, l’occhio irrequieto, già bianchi di schiuma. I fantini impassibili parevano annoiarsi mortalmente di quella passeggiata.

In quelle facce dure, arse dal vento, use alla sferzata della velocità, curve su le criniere, tra gli spruzzi di bava, in quegli occhi sempre attenti ad una meta, non era possibile indovinare un turbamento qualsiasi. Erano la piccola macchina umana, fragile e pur forte, su quel fascio di muscoli equini; non parevano rappresentare altra cosa che una sottile frusta, un fino sprone, un volante colore; e tuttavia non era il cavallo sovente, ma lui, quel nano, che in una furia disperata di rivalità, per un più lungo respiro, stupendamente vinceva.