Arrigo conosceva i cavalli e li nominava per ordine.

— Brenno, il primo; è figlio di Marcus: farà il gioco della sua compagna di scuderia, Versilia, la quinta. Il secondo è Moloch, veloce ma senza fondo; il terzo è Fontenay, il quarto Gabriel. Un bel cavallo, il più bello di tutti. La sesta è Samaritana, una bestia generosissima; può fare una sorpresa; credo piuttosto in lei che in Missolungi, quello che vien dopo. È un cavallino misero, ma ben fatto. Ecco Bloomy Boy; lo monta Symson, il miglior fantino che sia oggi in Italia. Ecco, vedi Arianna: è l’ultima.

Era una saura alta calzata di bianco ad una delle estremità anteriori, leggiadrissima e capricciosa in ogni sua movenza, che saltellando s’arrabbiava con l’imboccatura e con la mano di chi la conduceva. Nei salti, la criniera le si sfioccava sul collo arcato, come una capigliatura di donna bionda. Era montata in bianco, con due fasce nere a tracolla, incrociate.

— È piccina, — disse Loretta.

— Vicino a Gabriel sì, per esempio; ma non è una cavalla piccola; poi non vedi com’è fatta?

— Dov’è il mio Thermosiphon? — domandò Rafa.

— Eccolo là, vicino allo steccato, con una giubba a pallottole rosse.

— Quel nero? — domandò Loretta?

— Sì, quel baio scuro, — corresse Arrigo.

— Ma è un bel cavallo sai! — esclamò Loretta.