L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.
Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente.
Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla.
— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.
E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata come un cencio, un po’ barcollante.
Egli accorse:
— Dunque?
Soffriva, era tutta contratta, non rispose.
Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse l’Eugenia.
— Dunque? raccontami... Non puoi parlare?