— Povera me, ho paura!...

— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.

Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un poco di persuasione.

Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere medicine.

Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a gridare:

— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia...

— Che c’è!

— L’Eugenia muore! Correte!

Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come la morte.

Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, sangue.