Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma non poteva più guidare i proprii atti.
— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva.
Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi volse gli occhi intorno, con stupore.
— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo...
— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio.
— Un aborto, — fece il medico.
— Eh! Sei pazzo?
— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie.
Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto denunziar la cosa.
La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.