Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.

VIII

Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul capo un gran colpo di mazza.

Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava nel vicinato.

Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita colpa di Arrigo.

Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.

Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del farmacista.

Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.

— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non ti scorderai che siamo vecchi amici.

Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso dal giornale e lo sogguardò di sbieco.