Una settimana dopo, in città, in montagna, nelle villeggiature, su le spiagge, tutti raccontavano ai quattro venti che il conte Raffaele Giuliani era divenuto l’amante della sorella di Arrigo del Ferrante.
III
Loretta ritornò a casa tardi perchè Rafa l’aveva trattenuta troppo a lungo presso di sè. I genitori ed il fratello Paolo finivano di cenare; una cena ch’era stata silenziosa e quasi lugubre, perchè ognuno di essi, pur non osando parlarne, pensava all’assente e ne aspettava con impazienza il ritorno.
Da una quindicina di giorni ella conduceva una vita insolita; era sempre fuori di casa, mattina e sera, senza dare alcun pretesto e non tollerava più che nessuno le movesse rimproveri. Anche d’aspetto era mutata; ne’ suoi occhi splendeva una luce inconsueta, su la sua bocca rideva una specie di crudeltà; in tutta la sua fisionomia, un tempo così fresca e limpida, s’era mesciuto un non so che di guasto e d’ambiguo, come se il mutamento avvenuto in lei avesse potuto prendere una forma visibile nei suoi lineamenti.
Ora vestiva con somma eleganza e più volte nel giorno arrivavano per lei pacchi ed involti col nome dei primi negozi cittadini: abiti dalle sartorie più note, cappelli dalle modiste più rovinose, scarpe e stivalini da’ calzolai di lusso.
La sua camera era ingombra di tutte queste cose; un estremo disordine vi regnava; ma ella da qualche tempo aveva preteso che nessuno vi entrasse, anzi, nell’uscir di casa, ne portava sempre la chiave con sè.
Paolo non le parlava quasi più, o se le rivolgeva parola era per dirle qualche acerba sgarberia. Aveva tranquillamente consigliato al padre di cacciarla fuori di casa, e la sua faccia per solito mansueta si faceva stranamente oscura quando parlavano di lei.
Il padre, pover’uomo, si mostrava debole in questa come in tutte l’altre circostanze della sua vita; vedeva la figlia perdersi, sentiva accadere qualcosa di grave dietro le sue spalle curve sul desco d’occhialaio, ma nel cuore timido ed angosciato non trovava la forza di porvi alcun riparo. Per di più gli erano venuti addosso molti acciacchi; la gotta senile non cessava dal tormentarlo, aveva un poco d’asma, che gli impediva di dormire la notte. Qualchevolta, per consolarsi del suo tacito dolore, andava in casa di Luisa, la sua figlia maggiore, ch’era una brava moglie ed anche una buona donna, benchè forse un pochettino egoista. Per lei la casa del padre non era più la sua casa: dei mali che vi accadevano poteva solo interessarsi fino ad un certo punto, perchè la famiglia del marito era molto numerosa e ve l’avevano accolta come una vera figlia. Inoltre aveva già due bimbi, uno di quattr’anni, l’altro di trenta mesi; due bei maschietti grassi robusti e floridi che le occupavan tutta la giornata.
Presso di loro il povero vecchio si riconfortava; prendeva il più piccolo su le ginocchia, e quantunque la schiena gli facesse male, si metteva a farlo ballare e cavalcare, ripetendo le stesse cantilene che tanti anni addietro aveva insegnate a’ suoi bimbi.
Si sfogava nel confidare alla Luisa con molti sospiri i malanni della sorella, e questa gli aveva detto: