Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare, con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita, finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove piantar le sue tende.

Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore, con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze, scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella città con grande sfarzo e con grande millanteria.

Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre, quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che sterile menzogna.

Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere, sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo.

Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte, nelle profumate coltri di Mercedes la bruna.

Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre in dimenticanza.

Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne, aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore.

Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica, mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido scaldino, il suo paziente amore.

Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa?

Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi, sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti in fumo.